di Matteo Menozzi
Lo scorso novembre abbiamo ospitato la storia di Matteo Menozzi, un trentottenne con una disabilità visiva della provincia di Parma*. Menozzi rivendica il proprio diritto ad avere un progetto di vita che gli consenta di vivere in modo indipendente, ma i servizi tendono ad orientarlo verso l’istituzionalizzazione.

Sono Matteo Menozzi, una persona con disabilità che abita in un piccolo paesino in provincia di Parma. Ho raccontato la mia storia nel testo Vita indipendente e “balle dipendenti” (del 5 novembre 2025). Ebbene, la mia battaglia per una vita autodeterminata continua, ma i contorni dell’autonomia promessa si fanno sempre più sfocati, lasciando il posto a una realtà ben più amara.
A dicembre 2025 ho avuto un incontro con la psicologa, che mi ha imposto di riorganizzare gli orari [dell’assistenza, N.d.R.] perché stavo accumulando molte ore troppo ravvicinate. Per questo sono stato costretto a ridurre le ore di febbraio e a spostarle a marzo.
Il mio progetto per l’abitare è giunto al suo epilogo e la direzione presa dalle istituzioni ha un nome preciso: colloquio istituzionalizzante. Il 17 febbraio 2026 si è tenuto un incontro cruciale con i vari attori protagonisti di questo percorso: il responsabile dei servizi sociali di Parma, il case manager (l’assistente sociale di Torrile), il referente del progetto per i servizi e la psicologa autrice del progetto stesso. Sebbene nei giorni precedenti tutto fosse filato liscio anche a livello amministrativo, il colloquio ha rivelato le vere dinamiche in gioco.
Infatti, durante l’incontro, dopo qualche domanda di rito sull’esperienza in un camping internazionale, è emerso il vero nodo della questione. Mi è stato chiesto con chi volessi andare a vivere in una struttura di Parma, che tra l’altro non è nemmeno ancora pronta. Successivamente, mi è stato comunicato che, poiché avevo firmato un documento, ci sarebbe stata la possibilità di andare in una struttura a Colorno, che è esattamente il luogo in cui non volevo andare, poiché lo ritengo troppo limitante per i miei diritti.
Di fronte alla richiesta pressante di scegliere con quale persona convivere, la mia risposta è stata un netto “no”. La motivazione è semplice e basilare per chiunque creda nella vera Vita Indipendente: ci deve essere reciprocità, non può trattarsi di una convivenza forzata. Un simile compromesso al ribasso finirebbe per intaccare persino la qualità e la quantità del lavoro degli educatori. Osservo, con amara ironia, che durante il colloquio mi è stato anche fatto notare che ho una vita sociale più sviluppata rispetto ad altri partecipanti al progetto, quasi fosse una giustificazione per propormi scelte calate dall’alto.
La mia permanenza a tempo indeterminato nella struttura di Colorno era stata approvata in sede di valutazione dall’UVM (Unità di Valutazione Multidimensionale), un incontro al quale io non ero presente perché in quel periodo lavoravo. Quella valutazione scaturiva da un documento che avevo firmato, e che il case manager mi aveva presentato come riferito esclusivamente alla durata del primo progetto. Solo in seguito è emerso che le cose stavano diversamente: da qui la mia decisione di richiedere un accesso agli atti, dai quali risulta che nell’aprile 2026 non avevo alcun progetto attivo, mentre il contratto risultava ancora in essere. A questo punto la domanda è inevitabile: c’è stato un nuovo passaggio in UVM per formalizzare nero su bianco la conclusione del progetto, oppure qualcuno nei servizi sociali di Torrile ha mentito?
Non c’è Vita Indipendente senza un sostentamento economico dignitoso. Per non sprofondare sotto la soglia di povertà, mi servirebbe un lavoro su base di uguaglianza da 8 ore a minimo 1000 euro al mese, ma questo lavoro, purtroppo, non c’è. Questa situazione è estremamente frustrante. A causa di un ISEE familiare [Indicatore della Situazione Economica Equivalente, N.d.R.] troppo alto e di una storia lavorativa frammentaria, mi ritrovo escluso da sussidi vitali come il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), l’Assegno di Inclusione (ADI) e l’Assegno Ordinario di Invalidità (AOI). Inoltre, la mancata presentazione dell’ISEE mi penalizza gravemente persino nelle graduatorie a chiamata per le categorie protette (ex articolo 18).
Anche sul fronte dell’occupabilità le barriere si moltiplicano. Risulto “poco appetibile” per il mercato perché non ho la patente. L’assenza di un mezzo proprio mi costringe a dipendere totalmente dagli orari dei servizi comunali o dei mezzi pubblici. Basterebbe un assistente con l’automobile per supportarmi negli spostamenti e in commissioni quotidiane come fare la spesa; non perché io non sia in grado di farla da solo, ma per evitare i pericoli oggettivi che comporta il trasporto sui mezzi pubblici. Ma anche questo supporto basilare mi viene negato.
Il risultato di questo labirinto di “balle dipendenti” è che la qualità della mia vita sta lentamente degenerando, sia a livello mentale che psicologico. Come se non bastasse, da qualche giorno, ossia dallo scorso 20 maggio, un mio genitore mi fa pressione per indurmi a tornare in un vecchio posto di lavoro dove non ero affatto sereno e in cui venivo sottoposto a test psicometrici ogni sei mesi.
Per troppo tempo, inoltre, sono stato costretto ad ascoltare la solita retorica dei servizi che sostenevano di non poter “impormi” alle aziende, eppure non esitano a “impormi” di farmi diagnosticare l’autismo o una malattia mentale come unico viatico per un corretto inserimento nel mondo del lavoro. È un’ingiustizia intollerabile che calpesta la dignità individuale.
Questa non è autonomia, questa è istituzionalizzazione mascherata da progetto di vita. E la battaglia per smascherarla continua.
* Matteo Menozzi, Vita indipendente e “balle dipendenti”, 5 novembre 2025.
Ultimo aggiornamento il 20 Maggio 2026 da Simona