Aggrediti sin dentro casa per aver chiesto a delle persone che avevano occupato abusivamente un parcheggio per persone con disabilità personalizzato di spostare la propria auto. È accaduto ad Anna Combatti, una madre caregiver che vive a Casoria (Napoli), mentre nella stanza accanto c’era suo figlio con disabilità, e l’altro figlio, intervenuto per proteggere la propria madre, è stato colpito al volto con un casco, riportando una frattura al setto nasale.

Anna Combatti è una donna che abita a Casoria, un Comune di 73mila abitanti della città metropolitana di Napoli, e presta assistenza continuativa a suo figlio diciasettenne con disabilità con necessità di sostegno intensivo. Come previsto dalla normativa, Combatti ha chiesto ed ottenuto un parcheggio personalizzato, quello contrassegnato con un numero di assegnazione che ne consente l’uso al solo titolare, e non a qualunque persona con disabilità.
Ebbene, con un post pubblicato sulla propria pagina Facebook, Combatti ha raccontato che il 14 luglio scorso lei e uno dei suoi figli sono stati vittime di una terribile aggressione da parte di un gruppo di persone che avevano occupato abusivamente lo stallo personalizzato. La madre caregiver racconta di aver chiesto ad una signora che aveva indebitamente parcheggiato nel posto riservato di spostare la propria auto perché quello era, appunto, un parcheggio personalizzato. Ma invece di spostare il mezzo, la donna ha ribattuto «Anche mio padre è disabile, quindi lo usiamo noi». Dunque Combatti ha provato a spiegare alla donna che se aveva bisogno di uno stallo riservato poteva farne richiesta, seguendo la stessa procedura che lei e suo figlio avevano utilizzato dodici anni prima, ma che non era legittimo appropriarsi di un parcheggio già assegnato. Tuttavia la donna non ne voleva sapere di spostare la macchina, e Combatti ha trovato che anche la targhetta col numero di assegnazione dello stallo applicata dai vigili urbani, era stata staccata e buttata a terra. Invece di scusarsi, la donna pretendeva che fosse Combatti a dimostrare la titolarità del diritto. «Mi ha sfidata: “Chiama pure i vigili, io da qui la macchina non la tolgo”, lasciando l’auto bloccata lì con il bloccasterzo inserito», racconta Combatti.
A quel punto, quando Combatti ha concretamente manifestato l’intenzione di inviare le foto dell’auto alle autorità competenti per denunciare l’abuso, dall’auto sono scese quattro donne che l’hanno assalita e aggredita proprio davanti alla porta di casa, arrivando a entrare fin dentro l’inizio del corridoio. «Non hanno avuto un briciolo di pietà o di decenza, sapendo che dentro quella stessa casa c’era l’altro mio figlio, un ragazzo che vive attaccato ai macchinari e che non doveva assolutamente subire un trauma e uno shock del genere», racconta Combatti. Mentre quest’ultima cercava di difendersi, è intervenuto l’altro suo figlio, che ha cercato di proteggere sua madre e di dividere le donne. Ma le assalitrici, prima di irrompere nell’abitazione, avevano avvertito un proprio fratello che è arrivato subito dopo, e senza informarsi sulla dinamica dell’accaduto, né dire una parola, è entrato dal portoncino del palazzo e, con violenza, ha cercato di colpire il volto di Combatti con il casco che si era portato dietro. Ma invece di riuscire a colpire Combatti, il casco ha preso in pieno la faccia di suo figlio che cercava di farle da scudo. Il sangue è schizzato ovunque, il giovane col viso tumefatto ha rischiato di svenire. Portato dapprima all’Ospedale di Frattamaggiore, dove è stato tenuto in osservazione per una notte, successivamente è stato trasferito a quello di Pozzuoli per ulteriori accertamenti. Dalla diagnosi risulta una frattura del setto nasale, per la quale dovrà portare un tutore e sottoporsi ad ulteriori controlli.
«Tutto questo per cosa? – commenta amara Combatti – Per l’arroganza di chi vuole impadronirsi delle cose altrui senza rispettare le regole, senza aspettare i propri tempi, pretendendo di farsi legge da soli con la violenza». «Non staremo in silenzio. Questa brutalità deve essere punita», conclude.
Come Centro Informare un’h ci uniamo alle tante persone che in questi giorni hanno espresso solidarietà ad Anna Combatti e ai suoi figli. È sempre difficile capacitarsi di come da un banale diverbio possano scaturire reazioni così brutali e sproporzionate. Da diversi decenni si parla dell’analfabetismo emotivo che si riscontra talvolta negli adolescenti, ossia dell’incapacità di riconoscere, comprendere, nominare le proprie emozioni. Ma vicende come queste fanno comprendere che dovremmo iniziare a occuparcene anche in relazione agli adulti. (Simona Lancioni)
Ultimo aggiornamento il 17 Luglio 2026 da Simona