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Il corpo negato: Anna Gioria e i diritti delle donne con disabilità

di Filippo Visentin*

Parlando con Anna Gioria, ciò che emerge è il racconto di un lunghissimo e tenace impegno da lei portato avanti attraverso il giornalismo e la partecipazione a tante iniziative pubbliche, ma, più ancora, attraverso la sua instancabile testimonianza personale. Una battaglia, la sua, che non riguarda soltanto l’eliminazione delle barriere fisiche, ma soprattutto il superamento di quei pregiudizi ancora duri a morire e che continuano a negare a troppe donne con disabilità il pieno riconoscimento della propria identità.

Una figura femminile (foto di José Luis su Pexels).

«Qualche passo è stato fatto, ma siamo ancora molto indietro». È una considerazione che Anna Gioria, giornalista del «Corriere della Sera», ripete più volte nel corso della nostra lunga conversazione. Da oltre venticinque anni si batte per i diritti delle donne con disabilità, affrontando questioni che riguardano il pieno riconoscimento dell’identità femminile, il rapporto con il proprio corpo, la sessualità, la maternità e il diritto alla salute. Temi sui quali, nonostante i progressi compiuti, nel nostro Paese continuano ancora a pesare pregiudizi culturali profondamente radicati.
Anna questi pregiudizi li conosce bene, non soltanto perché li racconta da anni sulle pagine del «Corriere della Sera» attraverso la sua attività di giornalista, ma anche per averli sperimentati personalmente. Già nel 2000 aveva scelto di partecipare al calendario fotografico Angeli Nudi, un’iniziativa che intendeva mettere in discussione gli stereotipi legati alla rappresentazione del corpo femminile e della disabilità. Una scelta provocatoria ed efficace che a distanza di oltre un quarto di secolo conserva tutta la sua attualità. “Il punto — osserva Anna — è che alle donne con disabilità viene ancora troppo spesso negato il riconoscimento di un ruolo sociale. Il loro corpo sembra sottratto a quella dimensione affettiva, relazionale e sessuale che viene generalmente riconosciuta alle altre donne. È come se la disabilità finisse per oscurare tutto il resto, relegando in secondo piano desideri, aspirazioni, possibilità di scelta e progetti di vita. Una condizione nella quale si intrecciano due forme di discriminazione: quella legata al genere e quella derivante dalla disabilità. Non si tratta semplicemente della somma di due svantaggi, ma di una situazione nella quale i pregiudizi si alimentano reciprocamente, rendendo ancora più difficile il pieno riconoscimento della persona in quanto tale».

Un primo piano di Anna Gioria, giornalista del «Corriere della Sera».

Tra le battaglie che maggiormente caratterizzano l’impegno di Anna vi è quella per l’accessibilità dei servizi sanitari, e in particolare degli ambulatori ginecologici. Un problema del quale si parla ancora troppo poco e il cui dibattito non può essere ridotto alla sola presenza di barriere architettoniche.
Gli ambulatori realmente attrezzati per accogliere donne con disabilità, soprattutto motorie, cognitive o psichiche, sono ancora insufficienti. Lettini non regolabili, spazi inadeguati, difficoltà negli spostamenti e strumenti diagnostici non sempre utilizzabili rappresentano ostacoli concreti. Ma a queste difficoltà se ne aggiunge un’altra, altrettanto importante: la scarsa preparazione di una parte del personale sanitario nel relazionarsi con pazienti che presentano ulteriori difficoltà.
È proprio su questo aspetto che, durante la nostra chiacchierata, ci troviamo particolarmente d’accordo. Quanto sarebbe importante introdurre nei corsi universitari di Medicina e nelle lauree in Infermieristica una formazione specifica sul rapporto con le persone con disabilità? Non soltanto per acquisire competenze, ma per imparare a riconoscere bisogni, modalità comunicative e diritti che troppo spesso vengono trascurati. La qualità dell’assistenza, del resto, non dipende esclusivamente dalle prestazioni sanitarie, ma anche dalla capacità di stabilire una relazione rispettosa con la persona.
Anna richiama, a questo proposito, la propria esperienza all’estero, dove ha riscontrato un atteggiamento generalmente più naturale nei confronti della disabilità, meno condizionato da quella visione assistenzialistica e, concedetemelo, paternalistica che continua a caratterizzare molte situazioni nel nostro Paese. Non si tratta di considerare la persona con disabilità come qualcuno di cui occuparsi in quanto tale, ma come una persona che ha diritto a ricevere prestazioni e servizi adeguati, senza che la propria condizione diventi motivo di esclusione.
«L’inaccessibilità delle strutture e la mancanza di un’adeguata attenzione alla salute femminile — prosegue Anna — possono inoltre avere conseguenze particolarmente gravi. Quando sottoporsi a una visita ginecologica o a un esame di prevenzione diventa un percorso a ostacoli, aumenta il rischio di rinunciare ai controlli o di effettuarli in ritardo, con possibili ripercussioni anche sulla diagnosi precoce dei tumori al seno e all’utero. È una questione che riguarda il diritto alla salute, ma anche il modo in cui la società considera il corpo delle donne con disabilità. Se si continua a immaginare che queste donne non abbiano una vita sessuale, non possano desiderare una maternità o non siano interessate a una relazione affettiva, anche la prevenzione ginecologica rischia di essere considerata secondaria».
Un ulteriore aspetto sul quale si sofferma riguarda la presenza dei caregiver nelle strutture sanitarie. «Per molte persone con disabilità — dice — soprattutto quando vi siano particolari necessità di assistenza o comunicazione, poter contare sulla presenza di una persona di fiducia può essere fondamentale. Una possibilità che deve essere sempre garantita, quando necessaria e desiderata dalla persona interessata, nel rispetto della sua volontà e della sua autonomia».

Ma il tema del corpo femminile conduce inevitabilmente anche a un’altra questione, quella della violenza che, nel caso delle donne con disabilità, può assumere caratteristiche particolarmente difficili da riconoscere e contrastare.
Le situazioni più complesse riguardano spesso le donne con disabilità cognitive o psichiche alle quali non sempre viene garantita un’adeguata educazione affettiva e sessuale. La mancanza di strumenti per conoscere il proprio corpo, comprendere il significato del consenso e distinguere una relazione rispettosa da un comportamento abusante può aumentare l’esposizione alla violenza.
A rendere tutto ancora più drammatico è il fatto che gli abusi possono verificarsi proprio all’interno delle relazioni di assistenza e di cura. Chi esercita la violenza può essere una persona dalla quale la donna dipende per le necessità quotidiane, con conseguenze pesantissime sulla possibilità di sottrarsi alla situazione, chiedere aiuto o denunciare. «È una contraddizione sulla quale vale la pena riflettere — dice Anna —: da un lato, alle donne con disabilità viene spesso negata una piena identità sessuale e affettiva; dall’altro, proprio la loro condizione può essere sfruttata da chi esercita forme di sopraffazione e violenza. Il problema, dunque, non riguarda una presunta fragilità intrinseca di queste donne, ma le condizioni di dipendenza, isolamento e mancata tutela nelle quali possono essere lasciate».

La locandina del convegno del 27 novembre prossimo a Borgomanero (Novara), nato dall’incontro tra Anna Gioria e Michela Righi, presidente del Soroptimist Club Alto Novarese.

Per Gioria, contrastare la violenza significa anche rompere il silenzio che circonda queste esperienze, promuovere l’educazione affettiva e sessuale e rendere accessibili i servizi di ascolto, protezione e sostegno. Significa soprattutto riconoscere alle donne con disabilità il diritto di decidere del proprio corpo e della propria vita.
Sono tutte questioni che torneranno al centro del convegno Donne, disabilità e salute. Il diritto alla cura: dall’invisibilità a percorsi ginecologici accessibili e inclusivi, in programma venerdì 27 novembre (dalle 20.30), al Teatro Rosmini di Borgomanero (Novara). L’iniziativa, nata dall’incontro tra Anna Gioria e Michela Righi, presidente del Soroptimist Club Alto Novarese, è organizzata da quest’ultimo in collaborazione con il Comune di Borgomanero, l’Associazione Pronefropatici Fiorenzo Aliata, la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e l’ASL Novara (se ne legga a questo link un ampio approfondimento sui contenuti). «Ritengo importante rivendicare i diritti fondamentali delle donne con disabilità, troppo spesso negati a causa della doppia discriminazione a cui sono soggette», sottolinea Gioria, ricordando come il mancato riconoscimento della loro identità femminile finisca per riflettersi anche sulla scarsa attenzione riservata alla salute ginecologica.
L’incontro del 27 novembre offrirà l’occasione per fare il punto e confrontare le criticità ancora presenti nei servizi sanitari con alcune esperienze che hanno saputo affrontarle concretamente. Tra queste, l’Ambulatorio Fior di Loto dei Consultori Familiari dell’ASL Città di Torino e i percorsi dell’Ospedale Sant’Anna, sempre a Torino. Ma l’attenzione sarà rivolta anche al territorio novarese, dove è previsto il sostegno all’acquisizione di un lettino ginecologico dedicato alle donne con disabilità per l’Ospedale di Borgomanero, un intervento che rappresenta un passo concreto verso una maggiore accessibilità delle cure.

Ciò che emerge dalla nostra conversazione è il racconto di un lunghissimo e tenace impegno portato avanti da Anna attraverso il giornalismo, la partecipazione a iniziative pubbliche, ma, più ancora, attraverso la sua instancabile testimonianza personale. Una battaglia, la sua, che non riguarda soltanto l’eliminazione delle barriere fisiche, ma soprattutto il superamento di quei pregiudizi ancora duri a morire e che continuano a negare a troppe donne con disabilità il pieno riconoscimento della propria identità.

 

Ricordiamo ancora il link tramite il quale accedere a un ampio approfondimento sul convegno Donne, disabilità e salute. Il diritto alla cura: dall’invisibilità a percorsi ginecologici accessibili e inclusivi, in programma venerdì 27 novembre al Teatro Rosmini di Borgomanero (Novara).

 

* Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

 

Ultimo aggiornamento il 6 Novembre 2026 da Simona