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Il rischio di ridurre una persona a un costo. Disabilità, produttività, e valore della vita

di Domenico Massano*

In alcuni commenti comparsi sotto un post pubblicato sulla pagina Facebook dell’associazione Autismo in Movimento APS compaiono, in riferimento alle persone con disabilità, espressioni quali «individui non-produttivi», «costosissimi parassiti» e richiami all’eutanasia. «Si potrebbe liquidare tutto come uno dei tanti abissi che i social consentono di raggiungere», osserva, in questo eccellente approfondimento, il pedagogista Domenico Massano. E tuttavia sarebbe «riduttivo pensare che la rete produca dal nulla i contenuti che rende più facile esprimere».

Il 2 novembre Repubblica Palermo ha riportato la vicenda di alcuni commenti comparsi sotto un post pubblicato sulla pagina Facebook dell’associazione Autismo in Movimento APS. Come ha successivamente raccontato a Famiglia Cristiana il fondatore della pagina, padre di un ragazzo con autismo, i commenti sono comparsi nel corso di una discussione sul riconoscimento dei diritti dei caregiver familiari[1].

Le parole utilizzate colpiscono per la loro violenza, ma ancora di più colpisce il ragionamento che le accompagna. «Da un punto di vista strettamente economico e finanziario», si legge in uno dei commenti, non avrebbe senso mantenere «individui non-produttivi» al costo di 300 euro al giorno. Segue il confronto con un lavoratore che guadagna 1.300 euro al mese e paga 600 euro di tasse, fino ad arrivare alla domanda: «quante persone devono lavorare per mantenere un parassita, solo perché costui esiste?». E alla conclusione, esplicita: l’eutanasia dovrebbe essere estesa ai «costosissimi parassiti» che gravano sulle famiglie e sullo Stato (si veda la nota 1).

I due commenti pubblicati sulla pagina Facebook di Autismo in Movimento il 1° e il 2 novembre 2026 sotto un post in tema di “Caregiver”:
Primo commento: «Da un punto di vista strettamente economico e finanziario, e ribadisco, non umanamente ed empaticamente parlando, non ha senso mantenere individui non-produttivi al costo di €300 al giorno. Ma siamo pazzi? Cioè, un lavoratore che produce e guadagna €1.300 al mese, paga €600 di tasse, che teoricamente servono per soli due giorni di assistenza, ma quante persone devono lavorare per mantenere un parassita, solo perché costui esiste?
Mi sembra strano che l’eutanasia non sia allargata a tutti i costosissimi parassiti che gravano sulle famiglie e sullo Stato.
Ci dovrebbe essere l’opzione per i famigliari di scegliere l’eutanasia, senza domande, senza giudizio, solo con compassione e comprensione, perché vivere come questo signore non è dignitoso per nessuno».
Secondo commento: «Rispondo a tutti ribadendo. Unicamente da un punto di vista economico e finanziario. E penso anche che l’eutanasia debba essere contemplata, ovviamente non imposta, ma deve essere un’opzione per chi sceglie una fine bella – il vero significato di eutanasia – del resto siamo più umani con i nostri animali domestici che con i nostri simili. Nessuno esisterebbe a fare l’eutanasia ad un cane o un gatto gravemente malato o disabile, eppure essi stessi fanno parte della famiglia. Che ipocrisia! Voglio solo sollevare un dibattito e un altro punto di vista. Senza che si ricorra ad insulti o minacce».

In un successivo commento, secondo la ricostruzione di Famiglia Cristiana, le persone con disabilità vengono inoltre paragonate ad animali sofferenti da sopprimere, richiamando ancora una volta il costo che la loro esistenza determinerebbe per la collettività: un ulteriore passaggio in una rappresentazione già deumanizzante, evidente nell’uso del termine “parassita” (si veda la nota 1).

Si potrebbe liquidare tutto come uno dei tanti abissi che i social consentono di raggiungere, favoriti dalla distanza, dall’invisibilità e da quella disinibizione online che viene studiata da tempo[2]. Sarebbe però riduttivo pensare che la rete produca dal nulla i contenuti che rende più facile esprimere.

La ricerca sul pregiudizio mostra quanto la sua espressione pubblica dipenda anche dalle norme sociali e dalla percezione di ciò che può essere detto senza incontrare riprovazione[3]. Non significa che dietro ogni commento esista necessariamente un pensiero collettivo strutturato, né che da una frase sia possibile misurare il consenso che la circonda. Ma quando un’affermazione emerge già organizzata secondo una sequenza riconoscibile, nella quale compaiono improduttività, costo, peso per chi lavora, parassitismo ed eliminabilità, può essere utile interrogarsi sulle categorie culturali che la rendono intelligibile e sul linguaggio attraverso cui riesce a organizzarsi.

Nel caso della disabilità questo terreno culturale può essere ricondotto all’abilismo, inteso non semplicemente come il pregiudizio ostile di singoli individui, ma come un sistema di valori che assume determinate caratteristiche del corpo, del funzionamento e del comportamento come necessarie perché una vita sia considerata di valore. Nel 2019, la Relatrice speciale ONU sui diritti delle persone con disabilità, Catalina Devandas-Aguilar, ha evidenziato come questi presupposti alimentino pregiudizio e discriminazione e contribuiscano alla svalutazione della vita delle persone con disabilità[4] .

I dati raccolti negli ultimi anni sull’odio online invitano a non considerare marginale il terreno sul quale queste rappresentazioni circolano. Nel capitolo Persona e disabilità del Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, richiamando i dati della Mappa dell’Intolleranza di VOX – Osservatorio italiano sui diritti, si evidenziava come, nel corpus dei contenuti su X ricondotti all’abilismo e analizzati dalla ricerca, il 79,86% risultasse caratterizzato da odio e stereotipi collegati allo hate speech. Particolarmente significativa era l’analisi semantica: la quasi assenza di verbi capaci di rappresentare la persona con disabilità come soggetto attivo suggeriva una rappresentazione che tendeva a costruirla più come oggetto che come soggetto[5].

La nona Mappa dell’Intolleranza, pubblicata nel 2026, aggiunge un elemento ulteriore: nello studio specificamente dedicato alla deumanizzazione, l’abilismo registra l’incidenza più elevata tra le categorie considerate, pari all’80,7%, e una forte presenza della biologizzazione, pari al 76,4%[6].

Tali processi di biologizzazione e deumanizzazione sono riconoscibili anche nella definizione della persona con disabilità come “parassita” e nel passaggio alla possibilità della sua eliminazione contenuto nel commento al post. Su un piano diverso da quello del singolo commento, inoltre, richiamano le cesure che possono essere introdotte all’interno della popolazione. È a questo livello che è possibile richiamare alcuni dei meccanismi analizzati da Foucault in Bisogna difendere la società a proposito del «razzismo di Stato»: l’introduzione, nel continuum biologico della popolazione, di una separazione tra ciò che deve vivere e ciò che deve morire. Una «messa a morte» che, nella sua analisi, non coincide soltanto con l’uccisione diretta, ma comprende anche «il fatto di esporre alla morte o di moltiplicare per certuni il rischio di morte», la morte politica, l’espulsione, il rigetto[7]. La segregazione, l’istituzionalizzazione, la marginalizzazione, la discriminazione o la progressiva riduzione delle possibilità concrete di partecipare ed esercitare i propri diritti possono essere lette, in questa chiave, come forme attraverso cui una cesura tra le vite continua a produrre effetti sociali e politici.

Sul piano storico, la Germania nazista rappresentò una radicalizzazione estrema di questi processi ed è in quel contesto che si colloca anche il programma di eliminazione delle persone con disabilità. Foucault non circoscriveva però questi meccanismi alla Germania nazista, ma li interrogava come possibilità inscritte nella biopolitica degli Stati moderni, capaci di emergere «a un certo punto, a un certo limite e in certe condizioni» (si veda la nota 7).

Pare utile, però, richiamare la storia dell’eugenetica e del programma di uccisione delle persone con disabilità durante il nazismo, pur senza sovrapporre indebitamente epoche, sistemi politici e responsabilità radicalmente differenti. Lo stesso Henry Friedlander, uno dei più autorevoli storici di Aktion T4, metteva in guardia dall’utilizzo delle politiche e della terminologia nazista come semplice termine di paragone nelle controversie contemporanee[8]. Questa cautela consente di interrogare analogie circoscritte nei meccanismi attraverso cui viene costruita la rappresentazione di alcune persone, mantenendo ferma la diversità dei contesti storici.

Uno di questi riguarda la trasformazione della persona in un costo.

Nella diffusione delle teorie eugenetiche tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, le argomentazioni biologiche e razziali si accompagnarono anche a quelle economiche[9]. Dentro questa prospettiva si sviluppò una delle logiche dell’ostracizzazione: la popolazione, trattata come una risorsa da amministrare e sottoporre a controllo razionale, veniva suddivisa secondo criteri che stabilivano appartenenza, idoneità e valore sociale. La rappresentazione di alcuni gruppi come improduttivi o come pesi per la comunità contribuì a legittimare interventi che ne limitavano progressivamente diritti, possibilità di partecipazione e accesso alle risorse.

Nella Germania nazista questa logica assunse una forma normativa e amministrativa particolarmente radicale. Nei confronti delle persone con disabilità l’ostracizzazione passò attraverso la classificazione scientifica, l’istituzionalizzazione, la sterilizzazione obbligatoria, le limitazioni al matrimonio, la riduzione dell’assistenza e il peggioramento delle condizioni di vita negli istituti. Il riferimento al costo rappresentava uno degli argomenti attraverso cui la persona bisognosa di maggiori sostegni poteva essere trasformata, nella rappresentazione pubblica e nelle politiche, in un peso da ridurre, prima che, nella radicalizzazione nazista di questa politica, si giungesse al programma di “eutanasia” (si veda la nota 9).

Nel 1920 lo psichiatra Alfred Hoche e il giurista Karl Binding, ne L’autorizzazione all’eliminazione delle vite non più degne di essere vissute, affiancarono alle altre argomentazioni anche quella economica e sociale: le risorse destinate alle persone considerate incurabili avrebbero potuto, nella loro prospettiva, essere utilizzate più proficuamente a favore delle persone sane[10]. La persona bisognosa di sostegno diventava così anche il luogo di una sottrazione: ciò che viene dato a lei appare tolto a qualcun altro.

Negli anni successivi questa rappresentazione entrò nella propaganda. Manifesti, opuscoli e film quantificavano il costo del mantenimento delle persone ricoverate negli istituti e lo contrapponevano alle risorse necessarie al “popolo sano”[11].

Le immagini mostrano famosi esempi di propaganda eugenetica della Germania nazista (attorno al 1935–1936), utilizzati dal regime per giustificare la discriminazione, la sterilizzazione forzata e il successivo sterminio di persone con disabilità e malattie ereditarie (noto in seguito come il programma Aktion T4) (credit: Gedenk- und Lernort kalmenhof e Enciclopedia dell’Olocausto).

Entrò perfino nelle scuole e nei testi di studio. Uno tra i vari problemi che venivano sottoposti agli studenti chiedeva, ad esempio, quanti alloggi si sarebbero potuti costruire con il denaro impiegato per un ospedale psichiatrico; un altro metteva sulla stessa tabella il costo giornaliero di un “malato di mente” e di un “invalido” e il salario di un funzionario, di un impiegato e di un operaio (si veda la nota 11).

È difficile leggere oggi, nel commento sulla pagina Facebook, il calcolo dei 300 euro al giorno, dei 600 euro di tasse e del numero di lavoratori necessari a “mantenere” una persona con disabilità senza avvertire l’eco di quella costruzione. La somiglianza significativa non è fra due regimi politici, né fra due momenti storici non comparabili. È fra due modalità di costruire il valore di una vita attraverso un calcolo economico. Valutare il costo dei servizi è necessario; utilizzare quel costo come misura del valore della persona apre interrogativi ben diversi e può alimentare derive nelle quali non è più il servizio a essere valutato, ma la stessa esistenza di chi ne ha bisogno.

La questione appare ulteriormente preoccupante quando il rischio di ridurre alcune persone a un costo si inserisce in un contesto nel quale vengono rimessi in discussione principi e diritti affermati dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata in Italia con la legge 18/2009, in particolare quelli relativi alla partecipazione e all’inclusione[12], anche attraverso argomentazioni paternalistiche che presentano la separazione come funzionale o persino favorevole alla stessa persona.

Negli ultimi anni vengono, infatti, riportate nel dibattito pubblico e politico nazionale ed europeo dichiarazioni e proposte che riguardano la presenza delle persone con disabilità nei luoghi ordinari della vita sociale. Si è parlato di classi con “caratteristiche separate”, presentandole come possibile risposta tanto alle necessità degli studenti con maggiori difficoltà quanto a quelle di chi potrebbe essere rallentato; in altri contesti si è sostenuto che l’inclusione non debba determinare un sovraccarico per insegnanti e compagni né ostacolare la progressione degli apprendimenti, proponendo un rafforzamento delle scuole speciali e il loro ritorno a soluzione ordinaria per una parte degli studenti con disabilità (si veda la nota 12).

È evidente il rischio di subordinare un diritto della persona, quello all’inclusione e alla partecipazione nei luoghi comuni della vita sociale, alle presunte difficoltà che la sua presenza determinerebbe per gli altri, arrivando fino a rendere nuovamente discutibile quel diritto e a considerare la separazione una risposta ragionevole, o persino vantaggiosa, “per il suo bene”, per la stessa persona che viene separata. Un rischio tanto maggiore se si riflette sul fatto che il percorso di costruzione dell’indegnità di alcune vite può procedere anche “per piccoli passi”[13]. La persona diventa ostacolo, peso, fattore di disturbo; ciò che è necessario per garantirne la partecipazione può essere rappresentato come qualcosa sottratto agli altri. Questi spostamenti non conducono necessariamente a esiti ulteriori, ma possono rendere socialmente accettabile la separazione e più fragile il riconoscimento di altri diritti.

Il commento sotto il post di Facebook che propone l’eutanasia per le persone con disabilità rende brutalmente esplicita, estremizzandola, anche questa logica. Ma proprio per questo sarebbe limitante occuparsi soltanto dell’insulto, del termine “parassita”, della proposta di eutanasia. Quelle parole sono la parte più riconoscibile e ripugnante di un problema più ampio.

La distanza che separa un linguaggio discriminatorio dalla violenza non può essere ricostruita attraverso automatismi. Le parole partecipano però alla definizione di ciò che viene percepito come dicibile, tollerabile, normale (si veda la nota 3). Denigrazione e ostilità non coincidono con la violenza fisica, ma possono costituire parte del terreno nel quale alcune aggressioni o forme di violenza diventano possibili. Lo ricorda anche un recente episodio di cronaca: nell’ottobre 2026, a Pinerolo, uno studente con disabilità è stato ustionato da un compagno che, secondo quanto riferito dalla dirigente scolastica, avrebbe dichiarato di non sopportare le persone con disabilità («un odio insensato verso la disabilità»). L’aggressione è avvenuta alla presenza di altri studenti; secondo la dirigente nessuno intervenne, mentre parte dell’episodio e delle precedenti derisioni venne filmata e condivisa nella chat della classe[14].

Su una scala radicalmente diversa, nel luglio 2016, nella struttura Tsukui Yamayuri-en di Sagamihara, in Giappone, Satoshi Uematsu uccise diciannove persone con disabilità e ne ferì altre ventisei. Mesi prima aveva prospettato in una lettera l’eutanasia delle persone con disabilità gravi, richiamando la sofferenza e il peso attribuiti alle famiglie e alla società e sostenendo persino che il proprio progetto avrebbe potuto contribuire a «rivitalizzare l’economia mondiale»[15]. Nel 2022 il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, tornando sulla strage, richiamò esplicitamente la persistenza nella società di una mentalità “eugenetica e abilista” e raccomandò al Governo giapponese di adottare misure per contrastare tali atteggiamenti[16].

In un convegno svoltosi a Bolzano nel 1995, la psichiatra Alice Ricciardi von Platen, componente della Commissione degli Osservatori al processo dei medici di Norimberga e autrice del libro Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente, richiamava l’attenzione sul permanere di una «concezione puramente scientifica del mondo e dell’uomo, che paragona l’uomo a una macchina», evidenziando che «di fronte agli enormi costi del sistema sanitario, i valori economici balzano nuovamente e pericolosamente (poiché spesso espressi senza alcuna ponderazione) in primo piano»[17].

A distanza di oltre trent’anni, quelle parole interrogano ancora e, di fronte alla domanda su quante persone debbano lavorare per «mantenere un parassita solo perché costui esiste», acquistano un peso ulteriore. L’emersione pubblica di affermazioni di questo genere non dimostra quanto siano condivise, ma mostra che non nascono nel vuoto: possono essere formulate, riconosciute e ripetute all’interno di un contesto culturale che le rende intelligibili e, almeno in parte, dicibili.

La storia non autorizza indebiti parallelismi né consente di stabilire dove terminerà ciascun percorso; dovrebbe però averci insegnato a riconoscere i rischi che emergono quando torna formulabile l’idea che il valore di alcune vite possa essere misurato.

 

* Pedagogista ed esploratore sociale, da trent’anni impegnato nel sociale in diversi ambiti, con particolare attenzione ai diritti delle persone con disabilità, delle persone detenute e alla costruzione di una società inclusiva. Sito www.domenicomassano.it. Il presente testo è già stato pubblicato su «Persone e Diritti», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

 

Riferimenti documentali e bibliografici

[1] Paola Pottino, “Per quelle persone serve l’eutanasia”. Commento shock nella pagina dell’associazione sull’autismo, «la Repubblica» (Palermo), 2 novembre 2026; “Autismo, insulti social: ‘Parassiti, serve l’eutanasia’. La denuncia”, «Famiglia Cristiana», 4 novembre 2026; Autismo in Movimento APS, sito istituzionale e pagina Facebook dell’associazione (si veda in specifico il post a tema Caregiver del 1° novembre 2026 a questo link).
[2] John Suler, “The Online Disinhibition Effect”, in «CyberPsychology & Behavior», 7(3), 2004, pp. 321-326, DOI 10.1089/1094931041291295.
[3]Christian S. Crandall, Amy Eshleman, Laurie O’Brien, “Social Norms and the Expression and Suppression of Prejudice: The Struggle for Internalization”, in «Journal of Personality and Social Psychology», 82(3), 2002, pp. 359-378, DOI 10.1037/0022-3514.82.3.359.
[4] Catalina Devandas-Aguilar, Rights of persons with disabilities. Report of the Special Rapporteur on the Rights of Persons with Disabilities, UN Doc. A/HRC/43/41, 17 dicembre 2019, in particolare parr. 9-12 e 72 ss.
[5] Domenico Massano, “Persona e disabilità”, Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, ultimo aggiornamento 2026; VOX – Osservatorio Italiano sui Diritti, Mappa dell’Intolleranza 8.
[6] VOX – Osservatorio Italiano sui Diritti, La nuova Mappa dell’Intolleranza 9, 2026; ricerca su un corpus di circa due milioni di contenuti pubblicati su X tra gennaio e novembre 2025. Nello studio specifico sulla deumanizzazione, condotto su 26.844 contenuti, l’abilismo registra l’incidenza più elevata, pari all’80,7%; tra le forme di deumanizzazione rilevate nell’ambito dell’abilismo prevale la biologizzazione, pari al 76,4%.
[7] Michel Foucault, Bisogna difendere la società. Corso al Collège de France (1975-1976), trad. it., Milano, Feltrinelli, lezione del 17 marzo 1976, in particolare pp. 219-222.
[8] Henry Friedlander, Le origini del genocidio nazista. Dall’eutanasia alla soluzione finale, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1997 [ed. orig. The Origins of Nazi Genocide. From Euthanasia to the Final Solution, University of North Carolina Press, 1995], in particolare la nota terminologica iniziale.
[9] Henry Friedlander, Le origini del genocidio nazista. Dall’eutanasia alla soluzione finale, cit., in particolare pp. 26-32 e cap. II, “L’ostracismo nei confronti dei disabili”, sulle politiche di ostracismo, l’istituzionalizzazione, la sterilizzazione, la riduzione dell’assistenza e il progressivo passaggio verso lo sterminio; Daniel J. Kevles, In the Name of Eugenics. Genetics and the Uses of Human Heredity, New York, Knopf, 1985.
[10] Karl Binding, Alfred Hoche, Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens. Ihr Maß und ihre Form, Leipzig, Felix Meiner, 1920; cfr. Henry Friedlander, Le origini del genocidio nazista, cit.
[11] Michael Burleigh, Wolfgang Wippermann, Lo Stato razziale. Germania 1933-1945, Milano, Rizzoli, 1992 [ed. orig. 1991], in particolare le pagine dedicate alla propaganda eugenetica e ai problemi scolastici costruiti sui costi delle persone istituzionalizzate.
[12] Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, in particolare artt. 3 e 24, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 3 marzo 2009, n. 18; “Vannacci, ‘classi separate per i disabili, aiuterebbe i ragazzi‘”, «ANSA», 27 aprile 2024, con le successive precisazioni dell’autore delle dichiarazioni; Alternative für Deutschland, Zeit für Deutschland. Programm der Alternative für Deutschland für die Wahl zum 21. Deutschen Bundestag, 2025, p. 159, sezione Förderschulen als Bildungschance erhalten. Le Förderschulen fanno già parte del sistema scolastico tedesco; il programma ne propone il rafforzamento e sostiene che per gli studenti con bisogni educativi speciali dovrebbero tornare a rappresentare la soluzione ordinaria.
[13] Domenico Massano, “Inquietanti echi di eugenetica in quella chiusura agli alunni con disabilità”, 25 agosto 2023, pubblicato su «Superando» e successivamente ripreso dai siti Informare un’h e DiPoi. Si vedano anche sempre di Domenico Massano su «Persone e Diritti»: “Il riemergere del razzismo di stato in quegli attacchi all’inclusione scolastica?” ed “Echi dell’eugenetica nazista nella chiusura all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità di Bjoern Hoecke e dell’estrema destra in Germania”.
[14] Antonio Giaimo, “‘Odio i disabili’: a Pinerolo studente ustiona il compagno con l’accendino. E i compagni fanno il video”, «La Stampa», 5 ottobre 2026; “Studente con disabilità ustionato dal compagno di scuola”, «ANSA», 5 ottobre 2026; “Espulso lo studente che ustionò un compagno con disabilità nel Torinese”, «ANSA», 13 ottobre 2026, con il successivo provvedimento di sospensione di 14 giorni per gli studenti che avevano ripreso parte dell’episodio e pubblicato il video nella chat di classe.
[15] Lettera di Satoshi Uematsu al presidente della Camera dei rappresentanti Tadamori Ōshima, febbraio 2016, riprodotta e analizzata in Mark Bookman, Disability Publics: Making Accessibility in Modern Japan, Oxford University Press, 2025, cap. “Paralympic Possibilities and Inclusion Projects (2014–2021)”; citazione dall’inglese tradotta nel testo.
[16] Committee on the Rights of Persons with Disabilities, Concluding observations on the initial report of Japan, UN Doc. CRPD/C/JPN/CO/1, adottate il 2 settembre 2022 e distribuite il 7 ottobre 2022, parr. 9(b) e 10(b); “mentalità eugenetica e abilista” traduce eugenic and ableist mindset.
[17] Alice Ricciardi von Platen, “La creazione dell’uomo perfetto. Il tentativo nazionalsocialista di sterminio dei ‘minorati psichici’”, in Verena Perwanger, Giorgio Vallazza (a cura di), Follia e pulizia etnica in Alto Adige. Atti del Convegno di Bolzano, 10 marzo 1995, “Collana Fogli di Informazione”, n. 20, Centro di Documentazione di Pistoia Editrice, Pistoia, 1998. Le citazioni riportate nel testo sono tratte da questo intervento. Cfr. inoltre Alice Ricciardi von Platen, Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente, a cura di Cosimo Marco Mazzoni, trad. di Marta Graziadei, Firenze, Le Lettere, 2000 [ed. orig. Die Tötung Geisteskranker in Deutschland, Frankfurt am Main, Verlag der Frankfurter Hefte, 1948]; Domenico Massano, “Il coinvolgimento del mondo sanitario nel programma di eutanasia nazista. Memoria ed attualità”, «Persone e Diritti», 25 gennaio 2025, ripreso dal sito Informare un’h, 27 gennaio 2025.

 

Ultimo aggiornamento il 6 Novembre 2026 da Simona