di Gianfranco Vitale*
«La violenza fisica – scrive Gianfranco Vitale – subita da quella madre caregiver e dai suoi figli di cui si è letto anche su queste pagine, ha lasciato sangue sul pavimento di casa ed è un atto di barbarie indegno di una società civile. Ma la violenza ha molte facce e non sempre lascia macchie visibili. Lascia invece famiglie sfinite, genitori che invecchiano nella paura del “dopo di noi”, caregiver costretti a rinunciare al lavoro, alla salute, spesso perfino alla propria vita sociale, persone con disabilità private di opportunità che dovrebbero essere garantite».

La violenza commessa nei confronti di Anna Combatti e dei suoi figli, della quale si è occupata con grande sensibilità anche Superando [“L’arroganza (e la violenza) di chi vuole impadronirsi delle cose altrui senza rispettare le regole”, N.d.R.], riprendendo il contributo della sempre ottima Simona Lancioni, pubblicato nel sito del Centro Informare un’h, è un atto di barbarie indegno di una società civile. Esprimo, come tanti, la più ferma condanna nei confronti dei responsabili di questo gesto efferato e auspico non solo che siano inflitte pene adeguate, ma soprattutto che vengano effettivamente scontate. Stabilire le responsabilità e la misura delle sanzioni spetta esclusivamente alla magistratura. Nessuno può trasformarsi in giustiziere o sostituirsi allo Stato di diritto. Sarebbe una deriva gravissima.
Proprio partendo da questa vicenda, però, vorrei provare ad allargare lo sguardo e aprire una riflessione sul significato della parola violenza.
La violenza, infatti, ha molte facce. Esiste una violenza brutale, evidente, che lascia lividi, ferite e sangue. È quella che ha colpito Anna Combatti e la sua famiglia e che tutti, giustamente, condanniamo senza esitazione. Ma esiste anche una violenza diversa, meno appariscente e per questo spesso ignorata. Una violenza silenziosa, che non rompe ossa ma spezza vite; che non lascia segni sul corpo ma consuma lentamente la dignità delle persone. È una violenza che si annida nell’indifferenza, nelle omissioni, nelle promesse disattese, nella sistematica negazione dei diritti.
Le due forme di violenza non sono identiche. Sarebbe sbagliato affermarlo. Ma hanno un elemento in comune: entrambe colpiscono la dignità umana e producono sofferenza.
Per questo mi domando: perché la prima suscita indignazione collettiva, mentre la seconda viene spesso considerata quasi normale? Quando lo Stato, attraverso le proprie istituzioni e i propri servizi, non garantisce diritti che esso stesso ha riconosciuto, non esercita forse anch’esso una forma di violenza?
La violenza istituzionale si manifesta ogni volta che una famiglia si scontra contro il muro della burocrazia. Si manifesta quando i caregiver familiari sono costretti ad abbandonare il lavoro per assistere a tempo pieno un figlio, un fratello o un genitore. Si manifesta quando ottenere un sostegno diventa una corsa a ostacoli che dura anni.
Le interminabili liste d’attesa per accedere ai centri diurni, la cronica insufficienza di strutture residenziali adeguate, la discontinuità dell’assistenza domiciliare, l’assenza di un autentico progetto di vita individuale non sono semplici inefficienze amministrative. Sono negazioni concrete di diritti fondamentali.
L’Italia dispone di una legislazione che, almeno sulla carta, è tra le più avanzate d’Europa. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, recepita dal nostro Paese [Legge 18/09, N.d.R.], afferma princìpi chiari e inequivocabili. Eppure la quotidianità racconta un’altra storia.
Una storia fatta di famiglie lasciate sole. Di persone con disabilità che attendono anni per ricevere servizi essenziali. Di genitori anziani che vivono ogni giorno con l’angoscia del futuro. Di caregiver consumati dalla fatica fisica, psicologica ed economica.
Lasciare nell’abbandono migliaia di famiglie, negare la presa in carico delle persone con disabilità grave, ridurre gli assegni di cura invece di rafforzarli, non costruire una rete di servizi territoriali, rendere di fatto inaccessibile il diritto al lavoro sancito dalla Costituzione: tutto questo rappresenta oppure no una forma di violenza? Io credo di sì. Perché la violenza non consiste soltanto nell’aggressione fisica. Esiste anche quando un diritto viene sistematicamente negato, quando una persona viene costretta a vivere senza le opportunità che la legge le riconosce, quando lo Stato rinuncia al proprio dovere di proteggere i cittadini più fragili.
Eppure di questa violenza si parla pochissimo. Troppo spesso si giustificano i mancati investimenti nel welfare richiamando la scarsità delle risorse. Ma ogni bilancio pubblico è, prima di tutto, una scelta politica. Dice quali siano le priorità di un Paese. Se si continua a considerare la disabilità un capitolo residuale della spesa pubblica, il problema non è soltanto economico: è culturale.
Come denunciano da anni Associazioni, Organizzazioni Sindacali e realtà del Terzo Settore, non mancano soltanto le risorse. Manca spesso la capacità di programmare, utilizzare e trasformare i finanziamenti disponibili in servizi concreti. Così fondi già stanziati rimangono inutilizzati nei bilanci di Regioni ed Enti Locali mentre le famiglie continuano ad affrontare da sole problemi enormi. Il risultato è una discriminazione tanto silenziosa quanto profonda.
Le famiglie sono costrette a sostituirsi allo Stato, sostenendo costi economici e umani insostenibili pur di garantire ai propri cari una vita dignitosa.
Negare diritti significa rendere invisibili. Ed è proprio questa invisibilità che dovrebbe preoccuparci.
Naturalmente lo Stato non è responsabile delle azioni criminali di chi ha aggredito Anna Combatti e suo figlio. La responsabilità penale appartiene esclusivamente agli autori di quell’atto barbaro. Ma una domanda credo sia legittimo porsela: “Quando una società abitua i propri cittadini a considerare le persone con disabilità invisibili, marginali, un problema privato delle loro famiglie, non contribuisce forse a creare un terreno culturale nel quale il disprezzo, l’arroganza e perfino la violenza trovano più facilmente spazio?”.
Se i diritti vengono continuamente presentati come favori, se l’accesso ai servizi dipende dalla fortuna, dalle conoscenze o dalla capacità di protestare, non rischiamo forse di trasmettere il messaggio che anche il rispetto delle persone più fragili sia qualcosa di opzionale?
Per questo il vuoto da colmare non è soltanto organizzativo o normativo. È soprattutto culturale. Occorre insegnare fin dalla scuola il valore della dignità della persona, della solidarietà, del rispetto delle differenze e della cultura dei diritti.
Occorre promuovere campagne pubbliche permanenti che ricordino che una persona con disabilità non è un cittadino di serie B e che il rispetto dei suoi diritti riguarda tutti noi.
Occorre, soprattutto, cambiare paradigma.
La disabilità non può continuare a essere considerata un problema assistenziale da affrontare quando esplode un’emergenza. Deve essere riconosciuta come una questione di cittadinanza, di uguaglianza sostanziale, di diritti esigibili.
Non servono proclami. Non bastano riforme annunciate con enfasi se poi la vita concreta delle famiglie rimane immutata. Il sistema continua a scaricare quasi interamente sulle spalle dei familiari il peso dell’assistenza, tradendo il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.
Uno Stato che non sostiene realmente le persone più fragili e chi ogni giorno se ne prende cura incrina il proprio patto sociale. Trasforma la cura in un privilegio privato anziché riconoscerla come un diritto pubblico universale.
L’aggressione subita da Anna Combatti ha lasciato sangue sul pavimento di casa. La violenza istituzionale, invece, non lascia macchie visibili. Lascia famiglie sfinite. Lascia genitori che invecchiano nella paura del “dopo di noi”. Lascia caregiver costretti a rinunciare al lavoro, alla salute, spesso perfino alla propria vita sociale. Lascia persone con disabilità private di opportunità che dovrebbero essere garantite.
Anche questo è violenza. E una società davvero civile dovrebbe indignarsi con la stessa forza davanti a entrambe. Perché la solidarietà espressa davanti ai fatti di cronaca è doverosa. Ma senza il coraggio di trasformarla in politiche pubbliche, servizi efficienti e diritti realmente garantiti, rischia di rimanere soltanto un’emozione di un giorno.
Il giorno dopo, per migliaia di famiglie, ricomincia la stessa, interminabile, silenziosa violenza di sempre.
* Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 22 Luglio 2026 da Simona