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Il Disability Pride è un monito costante a recuperare il senso collettivo con obiettivi comuni

del Movimento Antiabilista

Il Disability Pride affonda le proprie radici nelle lotte che, già negli anni Sessanta e Settanta, hanno trasformato il modo di intendere la disabilità, osservano dal Movimento Antiabilista. Quelle lotte hanno dimostrato che quando le persone con disabilità si uniscono intorno a obiettivi comuni riescono a far riconoscere i propri diritti. Anche oggi il Disability Pride si connota come «un monito costante che possiamo impedire ora, oggi che i nostri diritti vengano calpestati». «Abbiamo già fatto la storia e possiamo rifarla!», è l’esortazione.

Ed Roberts, leader e attivista del Movimento per i diritti delle persone con disabilità e “padre della Vita Indipendente” (credits: NILP – Northeast Independent Living Program).

Ogni anno, nel mese di luglio, si celebra il Disability Pride Month, un’occasione per rivendicare i diritti delle persone con disabilità. Il mese di luglio è stato scelto perché il 26 luglio 1990 il presidente George H. W. Bush firmò l’Americans with Disabilities Act (ADA), la legge che proibisce la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità in ambiti fondamentali come il lavoro, i trasporti, i servizi pubblici e gli spazi aperti al pubblico.

Il Disability Pride affonda però le proprie radici nelle lotte che, già negli anni Sessanta e Settanta, hanno trasformato il modo di intendere la disabilità. Tra i protagonisti di questo cambiamento vi furono i Rolling Quads, un gruppo di studenti con disabilità dell’Università della California di Berkeley che si oppose alle barriere architettoniche e alle politiche paternalistiche dell’epoca. Dalla loro esperienza nacque il Movimento per la Vita Indipendente (Independent Living Movement), che rivendica il diritto delle persone con disabilità a vivere nella propria comunità, scegliere dove e con chi abitare, avere accesso all’assistenza personale e prendere decisioni sulla propria vita senza essere istituzionalizzate o private della propria autodeterminazione. Un principio, sintetizzato dallo slogan «Nothing About Us Without Us» [in italiano: Nulla su di noi senza di noi, N.d.R.], che ancora oggi rappresenta uno dei pilastri dell’attivismo delle persone con disabilità.

Un momento decisivo di questa storia fu il 504 Sit-in del 1977. Per ventisei giorni centinaia di persone con disabilità occuparono un edificio federale a San Francisco chiedendo l’applicazione della Section 504 del Rehabilitation Act del 1973, la prima legge federale statunitense a vietare la discriminazione sulla base della disabilità. La protesta, guidata da Judy Heumann, si concluse con una vittoria storica e dimostrò la forza del Movimento. Fondamentale fu anche la solidarietà di altre realtà impegnate nelle lotte per i diritti civili: le Black Panthers, ad esempio, garantirono quotidianamente pasti caldi e sostegno logistico agli occupanti, rendendo possibile la prosecuzione del sit-in. Tra le figure simbolo di questa alleanza vi fu Brad Lomax, attivista afroamericano con sclerosi multipla, membro delle Black Panthers e del Movimento per i diritti delle persone con disabilità, che contribuì a creare un ponte tra queste esperienze di emancipazione.

Una delle partecipanti più giovani alla Capitol Crawl del 1990 era Jennifer Keelan, di otto anni (credits: Tom Olin Collection. University of Toledo Libraries).

Pochi anni dopo, il 12 marzo 1990, un’altra protesta contribuì ad accelerare l’approvazione dell’ADA. Durante il Capitol Crawl, decine di attiviste e attivisti con disabilità abbandonarono sedie a rotelle, stampelle e altri ausili per risalire carponi i cento gradini del Campidoglio degli Stati Uniti a Washington, rendendo visibili le barriere fisiche e sociali che affrontavano ogni giorno. Tra le immagini rimaste nella storia c’è quella della bambina di otto anni, Jennifer Keelan, con la paralisi cerebrale, che si arrampicò sui gradini dichiarando: «I’ll take all night if I have to» (in italiano: Ci metterò tutta la notte, se necessario). Sebbene l’approvazione dell’ADA fosse già in corso, il Capitol Crawl è considerato uno dei momenti simbolicamente più potenti del movimento e contribuì a rafforzare il sostegno politico e mediatico alla legge.

Pochi mesi dopo, il 26 luglio 1990, l’ADA divenne legge. Nello stesso anno si tenne a Boston il primo Disability Pride Day, mentre la prima Disability Pride Parade fu organizzata a Chicago nel 2004, dando vita a una tradizione che negli anni si è diffusa in numerose città del mondo.

A rappresentare lo spirito del Disability Pride c’è anche una bandiera, disegnata nel 2019 dall’attivista Ann Magill e successivamente aggiornata nel 2021 grazie ai suggerimenti della comunità per renderla più accessibile alle persone con disabilità visive. Su uno sfondo nero, che richiama le persone con disabilità vittime di discriminazione, violenza e marginalizzazione, scorrono cinque bande diagonali colorate: il rosso rappresenta le disabilità fisiche, l’oro le neurodivergenze, il bianco le disabilità invisibili e non diagnosticate, il blu le disabilità psichiatriche e mentali, il verde le disabilità sensoriali. Le linee diagonali simboleggiano il superamento delle barriere e il loro incontro rappresenta l’unità della comunità delle persone con disabilità nella ricchezza delle sue differenze.

La bandiera del Disability Pride.

La sfida di oggi, è duplice, da una parte recuperare, come allora, il senso collettivo con obiettivi comuni, dall’altra alzare il livello del conflitto, perché pur di sedere ai tavoli istituzionali abbiamo compromesso la nostra libertà, abbiamo fatto dei patti con il potere schiacciando milioni di vite e mettendo a repentaglio anche il futuro dell’associazionismo.

Dobbiamo dunque necessariamente recuperare il senso collettivo ma anche il metodo, soprattutto in tempi oscurantisti dove diritti e vite vengono calpestati ogni giorno.

Il Disability Pride ci ricorda soprattutto questo, che non possiamo accontentarci di essere portati in giro come trofei o statue, che non possiamo accontentarci delle promesse, dei compromessi, dei ritardi delle istituzioni, esso è un monito costante che possiamo impedire ora, oggi che i nostri diritti vengano calpestati.
Abbiamo ancora oggi un Paese che preferisce segregare le persone pur di non cambiare i propri processi organizzativi delle politiche sociali e smettere di favorire chi guadagna dall’istituzionalizzazione.

Abbiamo un Ministro per le Disabilità che preferisce fare le fiere [si riferisce all’ ExpoAID 2026, se ne legga, ad esempio, a questo link, N.d.R.] invece che lavorare seriamente affinché il Decreto Legislativo 62/2024 sul progetto di vita diventi un diritto effettivo per ogni persona con disabilità in Italia.

Ci auguriamo di sentire all’unisono la forza politica e del cambiamento che abbiamo. Abbiamo già fatto la storia e possiamo rifarla!
Buon mese del Disability Pride!

 

Per maggiori informazioni: movimentoantiabilista@gmail.com

 

Ultimo aggiornamento il 22 Luglio 2026 da Simona