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Pensieri laterali sulla vicenda di Pietralata

di Simona Lancioni

Le analogie tra i femminicidi ed i disabilicidi offrono interessanti spunti di riflessione ed alcuni elementi utili alla loro prevenzione. È fondamentale imparare ad assumere il punto di vista della persona uccisa e far emergere le dinamiche di potere, controllo e possesso che caratterizzano questi crimini. È altresì importante riconoscere la matrice abilista delle violenze attuate nei confronti delle persone con disabilità. La vicenda di Pietralata ha anche riportato l’attenzione sulla drammatica situazione in cui versano milioni di caregiver familiari. La proposta governativa che dovrebbe introdurre tutele per loro è considerata irricevibile dai diretti interessati. È auspicabile un cambio di passo, perché non è più accettabile che le famiglie con disabilità continuino ad essere lasciate in uno stato di abbandono istituzionale.

“Meditación” (Meditazione), dipinto del pittore e scultore ecuadoriano Oswaldo Guayasamín realizzato nel 1960.

Sto provando, senza successo, a lasciarmi alle spalle la terribile vicenda di Pietralata[1], il quartiere romano in cui Bianca, una bambina con disabilità di 5 anni, è stata uccisa dai suoi genitori, che poi si sono tolti a propria volta la vita. Sono diversi i motivi che mi rendono difficile voltare pagina. Tra questi: il fatto di essere stata caregiver per 15 anni e il mio impegno nel contrasto alla violenza sulle donne (anche disabili)[2]. Le riflessioni che seguono scaturiscono da queste mie esperienze. Tali riflessioni non sono volte a esprimere giudizi. Scrivo per schiarirmi le idee e per provare a condividere elementi analitici che potrebbero risultare utili nell’interpretazione e nella prevenzione di queste forme di violenza.

Analogie e sassolini

C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui il fenomeno che oggi chiamiamo femminicidio – ossia l’uccisione delle donne in quanto donne – veniva sistematicamente raccontato dai media assumendo acriticamente il punto di vista dell’omicida. Anche perché le donne, essendo morte, non erano nella situazione di potersi esprimere, mentre gli assassini, anche quando si suicidavano, spesso lasciavano (e tuttora lasciano) dei messaggi per i posteri. La qual cosa induceva a empatizzare con l’omicida, a comprendere le “ragioni” del gesto ed a concludere che forse anche le donne avessero una qualche responsabilità in ciò che era loro accaduto. Oggi la narrazione di questi eventi è un po’ cambiata, e sebbene la strada da compiere nel contrasto alla violenza di genere sia ancora molto lunga, il concetto che questo fenomeno debba essere affrontato e raccontato assumendo il punto di vista della vittima sta iniziando a passare. Oggi, soprattutto, abbiamo capito che gli studi sul patriarcato offrono una solida base interpretativa per focalizzare e far emergere le dinamiche di potere, controllo e possesso che stanno alla base di questi delitti.

Le similitudini con la narrazione della vicenda di Pietralata, ma anche degli altri disabilicidi[3], proposta da una larga maggioranza dei media e sui social, sono davvero impressionanti. Bianca è stata uccisa in quanto disabile, ma questo aspetto o non è colto, oppure, anche quando viene rilevato, non è adeguatamente valorizzato per timore che possa suonare irrispettoso o giudicante nei confronti dei suoi genitori. In queste narrazioni, il ruolo di questi ultimi è monodimensionale e circoscritto a quello di vittime di uno Stato assente e di una società indifferente, con la prevedibile conseguenza di indurre chi apprende la notizia ad assumere il punto di vista degli uccisori e ad empatizzare con loro. Eppure, a voler essere oggettivi, dovremmo ammettere che costoro hanno potuto decidere di tre destini, mentre Bianca non ha potuto scegliere neanche della propria vita, né lasciare alcun pensiero. Tutte cose che ora, da morta, non potrà più fare. La prospettiva suggerita dai media e amplificata dai social pone queste morti sullo stesso piano, assumendo implicitamente che esse siano uguali, e che dunque non vi sia alcuna sostanziale differenza tra chi ha ucciso e chi è stato ucciso, essendo tutte le persone coinvolte vittime del medesimo sistema che abbandona a sé stesse le famiglie con disabilità. Una triste uguaglianza che molto probabilmente considereremmo inopportuna, ed anche offensiva, se Bianca non fosse stata disabile, o se quelli uccisi fossimo stati noi. Provo un momento a ipotizzare. Io vengo uccisa e tutti si preoccupano di come stava chi mi ha ucciso, e dei tanti “buoni motivi” che aveva per uccidermi, e di quanto fosse stanco, disperato e solo per scegliere questo modo di porre fine al proprio dolore uccidendo anche me. E il mio di dolore? Un dettaglio secondario su cui non vale la pena soffermarsi. Un sassolino fastidioso nella scarpa della narrazione a senso unico. Un pensiero laterale che chiede attenzione. «Ciao, mi vedi? Sono qui, ci sarei anch’io – il tuo dolore – in questa storia».

Come accadeva inizialmente per i femminicidi, anche per i disabilicidi non vengono colte (né, pertanto, evidenziate) le dinamiche di potere, controllo e possesso che accomunano diversi sistemi oppressivi, e che si riscontrano anche nell’abilismo. Tali dinamiche vengono sistematicamente occultate e silenziate da un racconto della disabilità come tragedia e del lavoro di cura come pratica eroica e sacrificale, nonché dalle immagini inconsce di genitorialità e famigliarità idealizzate. Immagini di cui fatichiamo a liberarci anche quando la realtà, senza tanti complimenti, ci mostra quanto siano illusorie.

Possiamo realisticamente affermare che i genitori che hanno ucciso Bianca riconoscessero la sua soggettività e la rispettassero? È evidente che questa narrazione non corrisponde alla realtà. Dunque diventa importante chiedersi: per quale motivo le narrazioni pubbliche ripropongono ostinatamente una retorica in cui il genitore è connotato come amorevole anche quando uccide? Le prime risposte che mi vengono in mente sono le seguenti: perché preservare l’immagine di famiglia idealizzata ci permette di continuare a delegare la quasi totalità del lavoro di cura alle famiglie invece di farcene carico come comunità; perché abbiamo assunto il punto di vista dell’assassino, e non quello della vittima; perché assumere il punto di vista della vittima metterebbe in luce la condizione privilegiata di chi non ha una disabilità.

Fare i conti col proprio privilegio

A livello personale ho maturato la convinzione che le persone non siano né buone né cattive in sé, ma che possano di volta in volta assumere condotte costruttive o dannose in base a livello di comprensione e consapevolezza che hanno sviluppato riguardo a una data situazione. Normalmente non abbiamo difficoltà a riconoscere che la nostra società non è fatta a misura di persona con disabilità, ma vedere ed ammettere che ognuno e ognuna di noi può avere inconsapevolmente assimilato pregiudizi abilisti è tutt’altra faccenda.

Eppure chi non è disabile è oggettivamente privilegiato/a. Per un/a caregiver mettere a fuoco la propria condizione privilegiata è fondamentale. Infatti un privilegio inconsapevole può indurre ad impostare le relazioni, anche quelle con la persona di cui ci si cura, in termini di potere e controllo. Le domande che seguono, sebbene scomode, sono fondamentali. Quale grado di autodeterminazione è realmente riconosciuto alle persone con disabilità nei contesti familiari? Quanto quell’autodeterminazione è vincolata alla discrezionalità del caregiver? Queste domande non servono a scoprirsi “difettosi” ed a colpevolizzarsi. Servono invece a non dare per scontato che il supporto fornito alla persona con disabilità sia sempre gradito e adeguato solo perché prestato in modo spontaneo, gratuito e motivato da buone intenzioni. Servono, in altre parole, a riconoscere la soggettività della persona disabile e a favorirne l’espressione.

Potremmo chiederci: per quale motivo una persona che si trova in una posizione di privilegio dovrebbe rinunciare ad agirlo? Ritengo che dovrebbe farlo perché il suo esercizio andrebbe a cristallizzare una disuguaglianza socialmente costruita, ed anche perché tale esercizio precluderebbe la possibilità di instaurare relazioni autentiche. Le relazioni autentiche sono quelle che permettono alle persone (disabili e non) coinvolte di non subire le decisioni altrui; di essere sé stesse, anche quando il proprio modo di essere non corrisponde alle aspettative della persona con cui si stanno relazionando; di essere ascoltate e assecondate nei propri desideri senza doverli contrattare; di essere viste senza giudizio. Questa “meccanica delle relazioni” in realtà si applica a tutti i tipi di relazione, ma poiché nelle persone con disabilità l’espressione della soggettività può richiedere il supporto altrui, è fondamentale che chi presta quel supporto sia ben consapevole che il lavoro di cura è una pratica ambivalente: è dono, impegno, condivisione, nelle situazioni più complesse fatica, ma può essere anche potere. E quando il lavoro di cura è agito come potere, il suo esito è la violenza.

Detto in altri termini, voler bene e prestare assistenza sono aspetti fondamentali del caregiving, ma non bastano a costruire una relazione autentica. Per costruire una relazione autentica occorrono anche l’ascolto reciproco ed il riconoscimento delle rispettive soggettività. Le relazioni autentiche non fanno sentire le persone buone o altruiste, le fanno sentire vive e vere.

Il/la caregiver a una dimensione

Intervenendo sul disabilicidio di Pietralata, Sara Bonanno, una caregiver, ha opportunamente evidenziato che il burden, ossia l’insieme degli effetti concreti e dei problemi di salute che l’assistenza continuativa produce sulla vita del/le caregiver, può certamente spiegare la condizione materiale nella quale vive il caregiver, ma «non spiega perché, decidendo eventualmente della propria morte, coinvolga anche la persona assistita»[4]. Concordo con questa lettura e rilevo, anche all’interno del movimento dei caregiver, un terribile fraintendimento: quello che ritiene che se la disperazione è legittima e oggettivamente motivata – come in genere lo è nel caso del/le caregiver –, allora diventa, se non legittimo, almeno comprensibile disporre arbitrariamente della vita altrui. Penso che questa postura finisca col legittimare i disabilicidi, occultando come essi siano invece l’esito di diversi pregiudizi abilisti: che della vita delle persone con disabilità si possa disporre senza chiedere permesso; che queste ultime non abbiano una soggettività distinta da quella di chi si prende cura di loro; che la vita delle persone con disabilità sia tragica e che, pertanto, porvi fine sia un gesto altruistico.

A questi elementi si aggiunge un ulteriore fattore di complessità: le Istituzioni e la società nel suo complesso hanno ridotto la soggettività dei/delle caregiver all’unica dimensione del ruolo di cura, disconoscendo, nei fatti, che abbiano esigenze proprie, distinte da quel ruolo, nonché le altre dimensioni della loro esistenza. Sono molte e molti i caregiver che pensano a sé stessi in questi termini, con la conseguenza che per costoro, dismettere quel ruolo, significa perdere “l’unica identità” socialmente riconosciuta nella quale si sono identificati. Per questo motivo mi trovo in sintonia con Veronica Asara, anche lei caregiver, quando afferma che «sia assolutamente necessario un percorso per la ricostruzione della propria identità individuale»[5]. Ciò sia per rispetto di queste persone, ma anche, aggiungo io, proprio al fine di prevenire i disabilicidi.

Purtroppo devo segnalare che questo aspetto è sistematicamente strumentalizzato dal Governo per coprire la propria colpevole inadempienza. La Ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha ripetuto in innumerevoli occasioni che il caregiver «non vuole essere sostituito»[6]. Dunque le famiglie continuano a ritrovarsi obbligate a farsi carico della quasi totalità dell’assistenza perché le Istituzioni stanno scegliendo di non investire in nient’altro, e di continuare a finanziare l’istituzionalizzazione, come unica alternativa alla cura prestata dalle famiglie, nonostante questa sia una pratica discriminatoria del tutto incompatibile con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità[7]. Le poche risposte pubbliche, per lo più trasferimenti di denaro, oltretutto frammentati, e l’esiguità di servizi non istituzionalizzanti realmente alternativi alla famiglia, concorrono a preservare un sistema che rende reciprocamente e indissolubilmente dipendenti le persone disabili e chi si cura di loro, violando i diritti umani di entrambi. La riforma della disabilità – definita dalla Legge Delega 227/2021 – ha introdotto strumenti che permettono alle persone con disabilità di autodeterminarsi ed emanciparsi dalle proprie famiglie di origine – misure che alleviano e bilanciano anche le responsabilità attualmente scaricate sui/sulle caregiver –, ma il Governo sta facendo di tutto per depotenziarla e differirne l’attuazione[8].

Sette secondi

«I fatti di Pietralata sono drammatici e sconvolgenti. Sicuramente non vanno sottovalutati, ma è anche per questo che abbiamo portato avanti una legge di riconoscimento per i caregiver familiari», sono queste le uniche parole spese per il disabilicidio di Pietralata dalla Ministra Locatelli. Esse sono state pronunciate in un breve video-spot[9] dedicato ad illustrare l’iter parlamentare del Disegno di Legge governativo sui caregiver familiari (Atto Camera: 2789). Sette secondi in tutto, nei quali la Ministra non pronuncia nemmeno il nome di Bianca. Il resto del video lo impiega a far credere che la norma cambierà qualcosa nella vita dei/delle caregiver familiari. Ma le rappresentanze dei/delle caregiver familiari considerano irricevibile la proposta governativa e non hanno mai smesso di esprimere il loro dissenso[10], anche perché, nonostante le tante audizioni in cui sono stati coinvolti, nessuna delle istanze avanzate è stata recepita dal Governo. Il tenore degli oltre 800 commenti lasciati dai/dalle caregiver su Facebook sotto il post con il video in questione, esprime in modo efficace il livello di esasperazione suscitato da questo atteggiamento[11].

Tra maggio e giugno 2026 una serie di indagini giornalistiche sulla gestione del Ministero per le Disabilità[12] hanno fatto emergere, tra le altre cose, un sistema di rapporti privilegiati con alcuni soggetti dell’associazionismo delle persone con disabilità. Le rivelazioni, molto circostanziate, non sono mai state smentite né dalla Ministra, né dai soggetti chiamati in causa. Una curiosa coincidenza – una delle tante, a dire il vero – vuole che questi soggetti siano gli unici a sostenere la proposta governativa sui caregiver.

In questo contesto desolante, mi auguro che, vista la drammatica situazione in cui versano milioni di caregiver familiari, il Disegno di Legge governativo venga ritirato, che vengano introdotte tutele davvero utili per loro e che venga pianamente attuata la riforma della disabilità.

Conclusioni

Le analogie tra i femminicidi ed i disabilicidi offrono interessanti spunti di riflessione ed alcuni elementi utili alla loro prevenzione. È fondamentale imparare ad assumere il punto di vista della persona uccisa e far emergere le dinamiche di potere, controllo e possesso che caratterizzano questi crimini. È altresì importante riconoscere la matrice abilista delle violenze attuate nei confronti delle persone con disabilità. La vicenda di Pietralata ha anche riportato l’attenzione sulla drammatica situazione in cui versano milioni di caregiver familiari. La proposta governativa che dovrebbe introdurre tutele per loro è considerata irricevibile dai diretti interessati. Auspico caldamente un cambio di passo, perché non è più accettabile che le famiglie con disabilità continuino ad essere lasciate in uno stato di abbandono istituzionale.

 

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[1] Matteo Torrioli, Da soli non ce la facciamo”. Le lettere di Luca e Valentina svelano il dramma della famiglia morta a Pietralata, «RomaToday», 1° settembre 2026; Famiglia morta a Pietralata: faro sui conti della coppia e sulle costose cure in Messico, «RomaToday», 3 settembre 2026; Strage di Pietralata, hanno sparato entrambi i genitori, «Sky tg24», 4 settembre 2026.
[2] Si veda la sezione documentaria La violenza nei confronti delle donne con disabilità.
[3] Si veda la campagna di sensibilizzazione: Omicidi-suicidi: proposta di regolamentazione delle comunicazioni pubbliche (2023-2026).
[4] Sara Bonanno, Burden e disabilicidio: facciamo chiarezza, «Informare un’h», 5 settembre 2026.
[5] Si veda il post pubblicato su Facebook il 5 settembre 2026, disponibile a questo link.
[6] Segnalo, ad esempio: Isabella Faggiano, Legge Caregiver, Locatelli: “Chi ama e cura non vuole essere sostituito, ma accompagnato”, «Sanità Informazione», 6 novembre 2025.
[7] Nel 2016 il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ha raccomandato al nostro Paese di chiudere tutti gli istituti e di «reindirizzare le risorse dall’istituzionalizzazione a servizi radicati nella comunità» (si vedano i punti 47 e 48 delle Osservazioni Conclusive al primo rapporto dell’Italia del 31 agosto 2016). Ma ad oggi l’Italia è ancora inadempiente, e la predisposizione di un Piano Nazionale di deistituzionalizzazione non è prevista neanche il terzo Piano di Azione per la promozione dei diritti e l’inclusione delle Persone con Disabilità, che copre il triennio 2026-2028 (il Piano di Azione è stato approvato dall’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità il 28 novembre 2025, e promulgato con il Decreto del Presidente della Repubblica del 12 marzo 2026). Su questi aspetti segnalo anche: Simona Lancioni, Ancora maltrattamenti e abusi su persone disabili ospitate in strutture, mentre le Istituzioni continuano a premiare l’istituzionalizzazione, «Informare un’h», 23 luglio 2026.
[8] A titolo esemplificativo segnalo: Il confronto sul rinvio della Riforma sulla disabilità, «Informare un’h», 7 marzo 2025; Pierluigi Frassineti, Dei diritti e delle pene della disabilità, «Informare un’h», 17 agosto 2026.
[9] Il video è stato pubblicato sulla pagina Facebook della Ministra Locatelli il 2 settembre 2026 ed è visibile a questo link.
[10] Il 27 gennaio 2026 hanno persino organizzato una manifestazione di piazza che ha convolto caregiver familiari di tutta Italia. Si veda: Il 27 gennaio, a Roma, si terrà il presidio “Caregiver familiari di tutta Italia in piazza”, «Informare un’h», 8 Gennaio 2026.
[11] Come Centro Informare un’h, invece, abbiamo pubblicato i seguenti contributi in risposta al video della Ministra: Loredana Ligabue, Il Disegno di Legge governativo sui caregiver «Non risponde ai bisogni reali delle famiglie se non a quelli della Ministra Locatelli», «Informare un’h», 3 settembre 2026; Sara Bonanno, «Rischiamo di morire di fatica!»: è questo che i caregiver devono gridare, «Informare un’h», 4 settembre 2026; Coordinamento PERSONE, Bianca non voleva e non doveva morire, «Informare un’h», 4 settembre 2026.
[12] Tutte le indagini in questione sono state pubblicate sul quotidiano «Domani» e sono firmate dal giornalista Stefano Iannaccone: Affitti e conflitti di interessi. Disabilità, mistero Locatelli, «Domani», 3 maggio 2026; Amichettismo leghista: al ministero di Locatelli i fedelissimi senza titoli, «Domani», 4 maggio 2026; Nomine e disabilità, «Danno erariale dall’Osservatorio»: nuovo caso da Locatelli, «Domani», 5 maggio 2026; Il giovane carrarino, alla Disabilità la Lega fa il pieno, «Domani», 11 maggio 2026; Soldi e consulenze: Locatelli porta al ministero la “sua” associazione, «Domani», 17 maggio 2026; Poltrone e Disabilità, Speziale lascia il suo ruolo in Fish, «Domani», 24 maggio 2026; Grandi eventi Disabilità, il bando da 5,2 milioni della ministra Locatelli, «Domani», 21 giugno 2026.

 

Vedi anche:

Omicidi-suicidi: proposta di regolamentazione delle comunicazioni pubbliche – 2023-2026.
Sara Bonanno, Burden e disabilicidio: facciamo chiarezza, «Informare un’h», 5 settembre 2026.
Coordinamento PERSONE, Bianca non voleva e non doveva morire, «Informare un’h», 4 settembre 2026.
Sara Bonanno, «Rischiamo di morire di fatica!»: è questo che i caregiver devono gridare, «Informare un’h», 4 settembre 2026.
Loredana Ligabue, Il Disegno di Legge governativo sui caregiver «Non risponde ai bisogni reali delle famiglie se non a quelli della Ministra Locatelli», «Informare un’h», 3 settembre 2026.
Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, L’Autorità Garante nazionale sulla disabilità interviene sulla vicenda di Pietralata, «Informare un’h», 2 settembre 2026.
Simona Lancioni, Per Bianca. «Ora tutto tace. E ogni cosa parla di te», «Informare un’h», 1° settembre 2026.

Ultimo aggiornamento il 7 Settembre 2026 da Simona