di Simona Lancioni
«Che fatica, Simona…», mi scrive un Amico, anche lui impegnato nel promuovere la fine dell’istituzionalizzazione, preso dallo sconforto per aver ricevuto un invito all’inaugurazione di una nuova struttura residenziale per persone con disabilità. «Lo so, è faticoso, ma lavorare per realizzare un bel sogno è incomparabilmente meglio che adattarsi passivamente a una realtà discriminante», gli ho risposto. Assumere il punto di vista delle persone rinchiuse è un “trucchetto” che aiuta a non smarrirsi e a trovare nuove energie. Alla fine si tratta di far sapere a tutte le persone disabili d’Italia che, sebbene qualcuno continui a offrire loro luoghi speciali, ora c’è una reale possibilità di vedersi riconosciuto il diritto di vivere nei luoghi di tutti e tutte esigendo quanto previsto dalla Riforma della disabilità.

Scrivo questo testo a titolo personale. Infatti come responsabile del Centro Informare un’h ho già svolto il mio lavoro: ho ricevuto la segnalazione della storia di un uomo cieco, residente in Umbria, rinchiuso da un anno in una residenza sanitaria assistita contro la propria volontà, e ne ho dato notizia[1] segnalando come la stessa istituzionalizzazione sia una pratica discriminatoria sulla base della disabilità, ed evidenziando che essa è vietata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità[2] sia in modo esplicito che implicito[3]. Dovrei passare oltre, ma non riesco a farlo, non posso farlo.
Chiarisco subito che non conosco personalmente il protagonista della storia che ho riferito, ed oltretutto il quotidiano da cui ho tratto la notizia, giustamente, non fornisce il suo nome[4]. Ma non sapere come si chiama questa persona mette in qualche modo una distanza ed impedisce l’identificazione, ragion per cui ho deciso di dargli io un nome, e di chiamarlo simbolicamente Enrico (un nome che mi è caro). Alla fine, se hai maturato la consapevolezza che la discriminazione subita da qualunque persona con disabilità è una discriminazione che lede i diritti umani di tutti gli Enrichi del mondo, conoscere il nome reale della singola persona disabile discriminata non ha una particolare importanza. Questo spiega perché non riesco ad archiviare la questione come un mero fatto di cronaca.
L’istituzionalizzazione esiste ancora
Com’è possibile che un Enrico qualunque sia costretto a vivere contro la propria volontà in un luogo che non ha scelto, e dunque venga privato della propria libertà personale senza aver commesso alcun reato? Credo che ciò accada per diversi motivi. Segnalo di seguito quelli che, a mio giudizio, hanno maggiore incidenza. Molte persone non sanno che l’istituzionalizzazione esiste ancora, e dunque non se ne occupano. Sono ancora molto diffuse le convinzioni che questa sia stata definitivamente superata con l’abolizione dei manicomi disposta dalla Legge 180/1978 (anche se in realtà l’ultimo manicomio è stato chiuso nell’ottobre del 2002), e che essa abbia riguardato solo le persone con disturbi psichiatrici. Entrambe queste convinzioni sono false. L’ultimo rapporto Istat sulle strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie in Italia[5], con i dati del 2023, ci dice infatti che l’istituzionalizzazione è in crescita: crescono sia il numero delle strutture che quello delle persone istituzionalizzate. Inoltre, come dimostra anche la vicenda dell’Enrico umbro, l’istituzionalizzazione può riguardare persone con qualsiasi tipo di disabilità, o semplicemente anziane[6]. A tal proposito è importante ricordare che, proprio in relazione a una vicenda di istituzionalizzazione forzata[7], l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU), per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo[8]. A ciò si aggiunga che nel 2016, il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità – l’organismo indipendente che, tra gli altri compiti, ha anche quello di dare indicazioni sull’applicazione della Convenzione ONU – ha esplicitamente raccomandato al nostro Paese di chiudere tutti gli istituti e di reindirizzare le risorse dall’istituzionalizzazione a servizi radicati nella comunità[9]. Se, a 17 anni dalla ratifica della Convenzione ONU non lo abbiamo ancora fatto, dipende anche dalla circostanza che alcuni soggetti che gestiscono istituti, sedendo tra i componenti dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, si trovano in una posizione che permette loro di condizionare le politiche su questa materia a proprio piacimento[10].
Ci sono poi diverse ulteriori questioni. La prima è la convinzione largamente diffusa che per le persone con necessità di sostegno molto elevato e intensivo l’istituzionalizzazione sia una risposta obbligata ed inevitabile, e che l’unica alternativa ad essa sia l’abbandono. Non si tratta di esprimere giudizi su chi ha questa convinzione, io stessa sino a non molto tempo fa l’avevo assimilata acriticamente, salvo poi abbandonarla quando, approfondendo il tema, ho scoperto che anche questa era falsa. Essa risulta falsificata sia dal fatto che esistono Stati che hanno già abolito l’istituzionalizzazione (la Nuova Zelanda, ad esempio, lo ha fatto già nel 2006[11]), sia dal fatto che anche qui in Italia ci sono esperienze virtuose che lavorano da tanti anni alla definizione di Progetti di Vita personalizzati che, in applicazione del mandato della Convenzione ONU, escludono a priori il ricorso all’istituzionalizzazione. Mi riferisco, ad esempio, alle splendide e preziose esperienze del Centro Studi per i Diritti e la Vita Indipendente (DiVI) dell’Università degli Studi di Torino e della Fondazione Time2, anch’essa di Torino. Esperienze ampiamente documentate e verificabili[12]. Dunque, posso affermare senza timore di essere smentita che, contrariamente a quanto vanno ancora asserendo alcuni soggetti, le alternative all’istituzionalizzazione esistono. Posso inoltre affermare che la cosiddetta Riforma della disabilità, come delineata dalla Legge Delega 227/2021 in materia di disabilità, e declinata da uno dei suoi decreti attuativi – il Decreto Legislativo 62/2024 –, ha individuato nel Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato il dispositivo principale per impedire di fare ricorso a soluzioni abitative che comprimano o neghino la libertà personale. Il decreto in questione, attualmente in fase di sperimentazione in diverse province italiane[13], diventerà attuativo su tutto il territorio nazionale a partire dal 1° gennaio 2027. A differenza del Progetto di Vita previsto dall’articolo 14 della Legge 328/2000, il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato disciplinato dal Decreto Legislativo 62/2024 si configura come un diritto esigibile, al pari del diritto allo studio e del diritto di voto.
Un’altra convinzione, anche questa errata, è che l’istituzionalizzazione sia lesiva dei diritti umani solo quando si riscontrano maltrattamenti o situazioni di violenze particolarmente eclatanti di cui riferiscono i media[14]. Per capire che non è così basta riflettere sulla vicenda dell’Enrico umbro: egli sta dicendo da un anno che non vuole vivere in una struttura residenziale, ma la sua parola non ha alcun valore, le decisioni sulla sua vita le stanno prendendo altri soggetti. Egli è stato privato della libertà personale per il solo fatto di essere cieco. Questo vuol dire che, in alcune circostanze, il nostro Stato tratta la disabilità come se fosse un reato. Ma dal momento che la disabilità non è un reato, quella reclusione è illegittima. Di più: il Comitato ONU ha chiarito che «Gli Stati parti devono riconoscere l’istituzionalizzazione come una forma di violenza contro le persone con disabilità»[15]. A queste argomentazioni, in occasione di un recente incontro, alcuni operatori e operatrici che lavorano in case famiglia hanno ribattuto che le persone con disabilità ospitate nelle loro strutture «hanno scelto di viverci e sono felici di starci». E tuttavia è difficile che si possa parlare di scelta, in primo luogo perché, tecnicamente, per parlare di scelta a queste persone avrebbe dovuto essere stata fornita un’alternativa concreta e realmente praticabile diversa da quella soluzione, ma sappiamo bene che nella generalità dei casi, soprattutto per le persone con necessità di sostegno molto elevato e intensivo, l’istituzionalizzazione è spesso l’unica alternativa all’assistenza prestata dalla famiglia che viene messa a disposizione. In secondo luogo perché è lo stesso Comitato ONU a precisare che «L’istituzionalizzazione non deve mai essere considerata una forma di protezione delle persone con disabilità o una “scelta”»[16]. Con queste riflessioni non mi sto disponendo a fare una “lista dei buoni e dei cattivi”, e neppure sto invitando chi legge a farla, voglio invece che venga coltivata la disposizione a verificare di volta in volta che tutto ciò che viene fatto in tema di disabilità sia il più possibile coerente con i princìpi della Convenzione ONU. Tuttavia per fare questo è necessario smettere di assumere il punto di vista di chi gestisce i servizi, che è ancora orientato alla custodia e alla protezione delle persone con disabilità – un punto di vista che è stato fatto proprio anche da molte famiglie –, ed iniziare ad assumere quello delle persone con disabilità, mettendosi in ascolto e favorendo l’espressione dei loro desideri e delle loro aspirazioni riguardo alla propria vita.
Una fase di transizione
Come abbiamo visto, il Decreto Legislativo 62/2024 diventerà attuativo su tutto il territorio nazionale dal 1° gennaio 2027. Questo vuol dire che siamo in una fase di transizione dal vecchio sistema di welfare basato sulla custodia e la protezione, a quello nuovo, basato sul diritto all’autodeterminazione e, più in generale, sui diritti umani enunciati dalla Convenzione ONU. È inevitabile che in questa fase ci sia una sovrapposizione tra i due sistemi, che si possano verificare situazioni di confusione e contraddizione, ed anche che l’Amministrazione pubblica proceda a “diverse velocità”, visto che la disciplina di alcune materie è di competenza regionale. Alcune persone con disabilità e i loro familiari, ad esempio, mi riferiscono che anche nelle provincie dove il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato è già esigibile, capita che il personale dei servizi pubblici tenda a orientare le persone verso il Progetto di Vita previsto dalla Legge 328/2000 (cosa illegittima) o, addirittura, che affermi che non vi sia alcuna differenza tra questo e quello introdotto dal Decreto Legislativo 62/2024 (cosa falsa). È pertanto fondamentale che le persone e le famiglie si informino per conto loro, in modo da essere ben consapevoli dei propri diritti, e da sapere come controbattere se ciò che viene loro proposto non corrisponde alle loro effettive aspirazioni. Su questo fronte stanno facendo un buon lavoro i diversi Comitati 162 sparsi in diverse regioni e PERSONE, il Coordinamento Nazionale Contro la Discriminazione delle Persone con Disabilità[17].
Le resistenze del vecchio sistema
C’è poi un’altra insidia che bisogna imparare a riconoscere. È successo che, nel tempo, diverse Associazioni di persone con disabilità hanno orientato la propria attività verso l’erogazione di servizi di tanti tipi, anche di tipo residenziale e semiresidenziale, e che queste, invece di ammettere che tali servizi sono incompatibili con la Convenzione ONU, tendano invece a continuare a legittimarli. Faccio qualche esempio. Poco tempo dopo la pubblicazione, nel settembre del 2022, da parte del Comitato ONU, delle Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza, che connotano l’istituzionalizzazione come una pratica discriminatoria basata sulla disabilità, l’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e del Neurosviluppo), per il tramite del proprio Centro Studi Giuridici e Sociali, ha elaborato un documento di analisi e commento delle stesse[18]. A titolo esemplificativo riporto un passaggio: «Stride e sconcerta […] la modalità con cui il Comitato affronta tali temi [si riferisce ai temi dell’istituzionalizzazione, N.d.R.], allineando tutti i servizi rivolti alle persone con disabilità non collocati nella comunità con il concetto di istituzionalizzazione/detenzione e, quindi, accomunando tali servizi a luoghi di detenzione e maltrattamento». Mi viene da chiedere: questo documento è stato scritto dall’Associazione che rappresenta le persone con disabilità o dal gestore di servizi residenziali e semiresidenziali (visto che l’ANFFAS riveste entrambi i ruoli[19])? Dovrei accordare maggior credito al Comitato ONU, un’autorità indipendente preposta a dare indicazioni sull’applicazione della Convenzione ONU, o ad un soggetto che ha un conflitto di interessi riguardo all’istituzionalizzazione? Ed ancora: come può l’ANFFAS, che percepisce ingenti finanziamenti pubblici per gestire strutture residenziali e semiresidenziali per persone con disabilità, rappresentare i diritti umani di queste ultime all’interno dell’Osservatorio Nazionale sulla Disabilità?
Altro esempio. Lo scorso aprile le Associazioni Carrozzine Determinate e ANGSA Abruzzo (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo) hanno rivolto un appello pubblico alle Istituzioni della propria Regione evidenziando «la carenza in Abruzzo di strutture adeguate per i casi complessi di autismo grave»[20]. Ho chiesto loro per quali motivi insistano nel chiedere strutture residenziali anziché Progetti di Vita personalizzati[21], ma ancora non ho ricevuto risposta. Che non sappiano argomentare la loro richiesta è comprensibile, visto che tutto il diritto nazionale e internazionale è orientato nel senso della deistituzionalizzazione, e che anche gli studi empirici sugli istituti restituiscono un quadro inquietante[22]. Ma se così è, perché insistono a chiedere l’apertura di nuove strutture?
Anche Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie), pur essendo un avvocato, si impegna per far credere che l’istituzionalizzazione sia compatibile con la Convenzione ONU. Ad esempio, interpellato sul tema dalla testata «Vita», ha dichiarato[23]: «non si può continuare a ignorare una realtà evidente: esistono situazioni in cui il bisogno di assistenza per una persona con disabilità è talmente elevato che la famiglia, soprattutto nel momento in cui i caregiver diventano anziani, fatica a gestire tutto da sola. In questi casi, è necessario poter contare su strutture adeguate, che offrano assistenza qualificata e rispettosa della dignità della persona». In più passaggi del servizio, Falabella parla dell’istituzionalizzazione in termini neutri e normalizzanti. Ho chiesto al presidente della FISH se questa posizione della Federazione in materia di istituzionalizzazione scaturisse dal conflitto di interessi dato dal fatto che alcune componenti della stessa gestiscono strutture residenziali e semiresidenziali (le menzionate ANFFAS e ANGSA[24], ad esempio, aderiscono alla FISH)[25], ma anch’egli non ha risposto. Pazienza, continuerò a porre la questione, perché il dubbio che chi siede ai tavoli istituzionali stia anteponendo gli interessi di chi gestisce strutture ai diritti umani delle persone con disabilità è, per usare un eufemismo, parecchio disturbante, anche se in realtà la mancanza di una risposta è già una risposta.
Il problema di questo genere di narrazioni è che esse finiscono col normalizzare l’istituzionalizzazione, alimentando il pregiudizio, purtroppo ancora largamente diffuso, che sia legittimo comprimere o negare la libertà personale di alcune persone con disabilità, costruendo per loro luoghi speciali. Anche l’istituzionalizzazione dell’Enrico umbro è figlia di questo pregiudizio. Ci sono poi studi che hanno evidenziato un nesso tra la normalizzazione della cultura istituzionalizzante e le violenze attuate nei confronti delle persone con disabilità ospitate negli istituti[26]. Come si possono contrastare queste narrazioni? Dando alle persone strumenti critici per riconoscere e decostruire l’abilismo che le caratterizza, nonché affermando e ribadendo che – come sottolineato dal Comitato ONU – l’istituzionalizzazione è del tutto incompatibile con la Convenzione ONU.
Che fatica!
«Che fatica, Simona…», mi scrive un Amico, anche lui impegnato nella deistituzionalizzazione, preso dallo sconforto per aver ricevuto un invito all’inaugurazione di una nuova struttura residenziale per persone con disabilità. «Lo so, è faticoso, ma lavorare per realizzare un bel sogno è incomparabilmente meglio che adattarsi passivamente a una realtà discriminante», gli ho risposto. Assumere il punto di vista delle persone rinchiuse è un trucchetto che aiuta a non smarrirsi e a trovare nuove energie. Alla fine si tratta di far sapere a tutti gli Enrichi e le Enriche d’Italia che, sebbene qualcuno continui a offrire loro luoghi speciali, ora c’è una reale possibilità di vedersi riconosciuto il diritto di vivere nei luoghi di tutti e tutte esigendo quanto previsto dalla Riforma della disabilità.
Nota: questo testo chiama in causa diversi soggetti. Se qualcuno di essi ritenesse di voler rispondere alle mie affermazioni, sarò ben felice di pubblicare le loro repliche.
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[1] Simona Lancioni, Uomo cieco chiuso in una RSA, contro la propria volontà, da un anno: «Voglio tornare a casa mia», «Informare un’h», 4 giugno 2026.
[2] La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità è stata ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009.
[3] La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità vieta l’istituzionalizzazione in modo esplicito laddove impegna gli Stati che l’hanno ratificata ad assicurare che le persone con disabilità «non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione» (articolo 19, primo comma, lettera (a)), nonché a garantire «che l’esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà» (articolo 14, primo comma, lettera (b)). Essa poi vieta questa pratica in modo implicito quando riconosce «il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone» (articolo 19, primo comma), e prescrive che venga assicurato, tra le altre cose, che «le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere» (articolo 19, primo comma, lettera (a)).
[4] Si veda: U.M., “Chiuso in Rsa da un anno senza sapere perché. Voglio tornare a casa mia”, «PerugiaToday», 30 maggio 2026.
[5] «Al 1° gennaio 2024 in Italia risultano attivi 12.987 presidi residenziali con un’offerta complessiva di circa 426mila posti letto, pari a 7,2 ogni 1.000 persone residenti (+4,4% rispetto all’anno precedente). L’offerta rimane fortemente disomogenea sul territorio: nel Nord-Est si contano 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti, nel Sud solo 3,4. Gli ospiti accolti sono 385.871, in aumento del 6% rispetto all’anno precedente; tre su quattro sono anziani, in gran parte ultraottantenni e donne», fonte: Istat, Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie – Al 1° gennaio 2024, rapporto pubblicato il 13 gennaio 2026.
[6] Su questi temi consiglio caldamente la lettura del volume collettivo Il soggiorno obbligato. La disabilità fra dispositivi di incapacitazione e strategie di emancipazione, a cura di Ciro Tarantino, Collana: Percorsi, Bologna, il Mulino, 2024. Il testo è liberamente fruibile a questo link.
[7] Si tratta della vicenda di Carlo Gilardi, l’anziano professore di Airuno (Lecco) rinchiuso in una struttura per anziani contro la propria volontà dietro disposizione della sua amministratrice di sostegno, e successivamente morto, il 22 ottobre 2023, all’età di 92 anni, in un ospedale del suo paese, prima che divenisse applicativa la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha riconosciuto che quella situazione era lesiva dei suoi diritti umani.
[8] Sentenza Calvi e C.G. c. Italia n. 46412/21 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 6 luglio 2023.
[9] Punti 47 e 48 delle Osservazioni Conclusive al primo rapporto dell’Italia, pubblicate dal Comitato ONU per i diritti delle persone con disabilità il 31 agosto 2016.
[10] A tal proposito ho scritto questo testo: L’Osservatorio Nazionale sulla Disabilità e le dinamiche della famiglia disfunzionale, «Informare un’h», 12 maggio 2026.
[11] Peter Colin Hodgson, La Nuova Zelanda ha posto fine all’istituzionalizzazione delle persone con disabilità già nel 2006, «Informare un’h», 10 novembre 2025.
[12] Sono disponibili online tutti i video dei 47 interventi del Convegno Internazionale Su base di uguaglianza. Per un progetto di vita che garantisca le libertà e i diritti delle persone con disabilità, promosso dall’Università degli Studi di Torino e dalla Fondazione Time2, realizzato il 10 e 11 giugno 2025 a Torino. A tal proposito segnalo anche: Natascia Curto e Cecilia Maria Marchisio, I diritti delle persone con disabilità. Percorsi di attuazione della Convenzione ONU. Nuova edizione, Collana: Tascabili Faber / 329, Roma, Carocci editore, 2025.
[13] Alessandra Babetto, Dal 1° marzo la riforma della disabilità si estende ad altre 40 province, sito dell’OMaR- Osservatorio Malattie Rare, 26 febbraio 2026.
[14] A titolo esemplificativo segnalo: Luca Ronco, Violenza sessuale e maltrattamenti su persone disabili in comunità: arrestati sette oss e uno psicoterapeuta, «TorinoToday», 19 giugno 2025; Anna Campaniello, Como, bambini disabili maltrattati a Villa Santa Maria di Tavernerio: indagati 14 dipendenti della struttura, «Corriere della Sera» (cronaca di Milano), 25 luglio 2025; Anziani e disabili picchiati e umiliati in RSA, 12 arresti nel siracusano, «Rai News.it», 4 agosto 2025.
[15] Punto 6 delle Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza, pubblicate dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità il 9 settembre 2022, grassetto mio nella citazione testuale.
[16] Punto 8 delle Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza, pubblicate dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità il 9 settembre 2022, grassetto mio nella citazione testuale.
[17] Sul sito del Coordinamento PERSONE, ad esempio, è disponibile la Dispensa sulla Legge 227/2021 – La Riforma sulla disabilità spiegata facile, del 22 febbraio 2025.
[18] Si veda: Linee Guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza: analisi e commento di Anffas Nazionale, del 6 marzo 2023.
[19] Non ho trovato un documento nel quale l’ANFFAS rende noto quante strutture residenziali e semiresidenziali per persone con disabilità gestisca. Tempo chiesi all’Associazione questo dato (si veda: La legittimazione (pubblica) dell’istituzionalizzazione del 5 marzo 2025), ma non ho ricevuto risposta. Dunque ho provato a recuperare il dato interrogando il database delle strutture presente nel sito istituzionale dell’ANFFAS. Dalla rilevazione effettuata il 28 maggio 2026 risultano 84 strutture residenziali e 40 strutture semiresidenziali, per un totale di 124 strutture (il dettaglio della rilevazione è pubblicato a questo link). Nel database non figura una data di aggiornamento, se tali dati non fossero più validi, l’Associazione può comunicare quelli corretti e provvedo a sostituirli.
[20] Si veda: Stefano Borgato, Il caso di Claudia e la carenza in Abruzzo di strutture adeguate per i casi complessi di autismo grave, «Superando», 14 aprile 2026.
[21] Simona Lancioni, Perché chiedere strutture residenziali anziché progetti di vita personalizzati?, «Superando», 15 aprile 2026.
[22] Samuele Pigoni, Assistenza nei centri che diventano luoghi di violenze con i Garanti senza veri poteri ispettivi, «Informare un’h», 5 dicembre 2025.
[23] Veronica Rossi, La casa dov’è? Così il dibattito sulla deistituzionalizzazione è tornato a infiammare il mondo della disabilità, «Vita», 17 luglio 2025.
[24] Sia l’ANGSA Nazionale, che le sue articolazioni territoriali, non hanno mai fatto mistero di ritenere che la risposta migliore per le persone autistiche con necessità di sostegni intensivi fossero le strutture residenziali. Giovanni Marino, il suo presidente nazionale, è anche fondatore e presidente della Fondazione Marino per l’Autismo che eroga, tra gli altri, anche servizi residenziali e semiresidenziali. Non sono riuscita a reperire il numero delle strutture gestite.
[25] Simona Lancioni, La forza di scandalizzarci davanti all’istituzionalizzazione, «Informare un’h», 20 luglio 2025.
[26] Simona Lancioni, La “casa della violenza” e la normalizzazione della cultura istituzionalizzante, «Informare un’h», 23 gennaio 2026.
Ultimo aggiornamento il 14 Giugno 2026 da Simona