Nei giorni scorsi la testata «PerugiaToday» ha raccontato la vicenda di un uomo cieco, residente in Umbria, rinchiuso da un anno, contro la propria volontà, in una struttura residenziale, che lo ha anche privato del suo bastone, lo strumento che gli serve per l’autonomia. L’articolo, pur trattando alcuni degli aspetti più disumanizzanti dell’istituzionalizzazione, non presenta quest’ultima per ciò che realmente è: una pratica discriminatoria sulla base della disabilità.

“Chiuso in Rsa da un anno senza sapere perché. Voglio tornare a casa mia”, è questo il titolo scelto dalla testata «PerugiaToday»[1] per raccontare la vicenda di un uomo cieco, residente in Umbria, rinchiuso da un anno, contro la propria volontà, in una residenza sanitaria assistita (RSA), pur disponendo di un’abitazione propria. «Voglio tornare a casa», chiede l’uomo, inascoltato (l’articolo è liberamente fruibile dal seguente link).
Non è specificata l’età della persona, ma la testata riferisce che ha lavorato per 38 anni come centralinista in un grande impianto, e che dichiara di essere proprietario di un appartamento situato a un centinaio di metri dal luogo in cui lavorava. Dice anche di avere due auto a suo nome ed un camper in comproprietà con suo fratello, e di voler acquistare delle tende da campeggio per andare in vacanza, mentre ora si ritrova rinchiuso forzatamente in una struttura sanitaria.
La testata racconta che egli rivendica di essere capace di intendere e di volere, cosa attestata anche da un certificato medico. Ma questa narrazione risulta fuorviante per diversi motivi. È ambigua perché lascia intendere che se l’uomo non avesse avuto questa capacità l’istituzionalizzazione sarebbe stata legittima, mentre così non è. Infatti la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – che è stata ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009 – vieta l’istituzionalizzazione sia esplicitamente che implicitamente[2], essendo essa una pratica discriminatoria sulla base della disabilità. Ma l’ambiguità riguarda anche un altro aspetto, giacché la Convenzione ONU ha introdotto la cosiddetta capacità legale universale[3], la qual cosa rende illegittimo che si continui ad usare una supposta incapacità per imporre alle persone con disabilità cose che loro non hanno scelto o, peggio, come nel caso in questione, cose che queste rifiutano esplicitamente.
Ma le violenze subite da quest’uomo non finiscono qui.
Egli infatti riferisce che il personale della struttura gli ha tolto il bastone, lo strumento che gli serve per l’autonomia, una forma di violenza contemplata nella Ruota del potere e del controllo[4]. «Il bastone bianco per una persona non vedente è come la testa – ha dichiarato l’uomo a «PerugiaToday» –. È sicurezza. Me l’hanno tolto perché, dicono, sarei violento, ma anche fosse, la violenza la posso fare con altre cose. Il bastone mi serve per vivere». «Senza non posso muovermi – racconta ancora alla testata –. Ci fanno cenare presto, e poi? Chiuso in camera per ore. Non so nemmeno perché mi hanno portato qui. Mi hanno caricato in ambulanza e sono finito in Rsa. Nessuno me lo ha spiegato». Trasferiscono una persona da un luogo all’altro e nessuno si preoccupa di accertarsi che ne abbia compreso i motivi. Organizzano la sua vita secondo i ritmi propri di un ospedale, senza valutare se ciò sia realmente necessario. «Sono le 19 e sono chiuso nella mia camera, senza tv né radio. Mi sento come un recluso al 41 bis, mi manca solo il braccialetto elettronico», riferisce. Vero è che questa persona ha una patologia per cui deve assumere due o tre compresse al giorno, ma non è un trattamento che richieda il ricovero.
Pare che il trasferimento in struttura sia stato disposto dai servizi quando hanno trovato l’uomo da solo in casa, senza la “badante”. La testata usa questo termine, non quello di “assistente”, ed è interessante perché l’apprezzabile proposito di far emergere quelli che l’uomo definisce «fatti incresciosi» non riesce a trovare parole adeguate, parole che riconoscano alla persona disabile il diritto a ricevere assistenza, se ne ha necessità, e non di essere badato, come un’infante. Da quando è stato trasferito in struttura, aggiunge ancora l’uomo, «sono qui, e pago tanto. Con la stessa cifra potrei avere una persona a casa, e ritrovare la mia socialità. Ho un pc adattato alla mia condizione, ma non posso usarlo. Mi mancano gli amici, i parenti, i luoghi che conosco».
«Il bastone ce l’ha, anzi ne ha due – ha spiegato a «PerugiaToday» l’amministratore di sostegno dell’uomo –. E non è una persona violenta. Tuttavia, in Rsa i suoi comportamenti non sono sempre stati adeguati. Il personale deve lavorare e badare a tutti gli ospiti». Pare che l’amministratore di sostegno stia cercando di tirare fuori l’uomo dalla struttura e ricongiungerlo ai familiari, ma riferisce che la disabilità e la patologia rendono necessaria un’assistenza continua, con almeno due persone che coprano l’intera giornata, il cui costo, a suo dire, sarebbe superiore a quello del ricovero in struttura. Sempre l’amministratore di sostegno riferisce che anche l’appartamento richiede degli interventi di adeguamento e che l’uomo non riconosce le banconote, cosa che in passato ha portato qualcuno ad approfittarsene, da ciò la decisione di introdurre un limite all’uso del bancomat. L’amministratore riconosce che stare in camera da solo tutta la sera non faccia bene all’uomo, su questo gli da ragione, ma dice che per trovare la soluzione migliore ci vuole tempo.
La vicenda è seguita anche da un’Associazione locale, Vista senza frontiere. Ottavio Dorillo, un’esponente dell’Associazione, si dichiara «molto risentito» per la situazione, ritiene che l’uomo potrebbe stare a casa propria, chiede che la vicenda riceva un’attenzione immediata, che all’uomo venga restituito il bastone, o che ne venga acquistato uno nuovo, e che la situazione venga risolta velocemente.
L’articolo, pur trattando degli aspetti più disumanizzanti dell’istituzionalizzazione, non riesce a proporre una riflessione ampia sulla stessa. Infatti l’istituzionalizzazione non è mai presentata come pratica discriminatoria sulla base della disabilità, come invece affermato in modo molto chiaro anche dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità[5]. La qual cosa comporta che, pur essendo essa illegittima, continui ad essere contemplata nel novero delle risposte possibili per le persone con disabilità. È certamente corretto chiedere una tempestiva risoluzione della vicenda, ma è davvero pericoloso e miope non riuscire a cogliere come, ad essere spersonalizzante e disumanizzante, sia l’intero sistema.
Simona Lancioni
Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa)
Ringraziamo Filippo Visentin per la segnalazione.
Nota: il Centro Informare un’h è impegnato nel rivendicare la promozione della deistituzionalizzazione e lo stop all’istituzionalizzazione. Temi su cui si è avviato un confronto pubblico. In calce alla pagina Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone (in aggiornamento) sono segnalati i contributi che di volta in volta si stanno susseguendo.
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[1] Articolo a firma U.M. del 30 maggio 2026.
[2] La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità vieta l’istituzionalizzazione in modo esplicito laddove impegna gli Stati che l’hanno ratificata ad assicurare che le persone con disabilità «non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione» (articolo 19, primo comma, lettera (a)), nonché a garantire «che l’esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà» (articolo 14, primo comma, lettera (b)). Essa poi vieta questa pratica in modo implicito quando riconosce «il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone» (articolo 19, primo comma) – c’è proprio scritto tutte le persone con disabilità! –, e prescrive che venga assicurato, tra le altre cose, che «le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere» (articolo 19, primo comma, lettera (a)).
[3] Articolo 12 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
[4] La Ruota del potere e del controllo è uno strumento sviluppato negli anni ‘80/90 all’interno di un progetto di intervento sulla violenza domestica realizzato a Duluth, nel Minnesota, allo scopo di aiutare le donne a riconoscere le diverse forme della violenza stessa. Un ulteriore sviluppo di questo strumento (la “Power and control wheel: people with disability and their caregivers”) ha consentito di descrivere la violenza all’interno del rapporto tra la persona con disabilità e il suo caregiver e, più in generale, con chi presta assistenza. Si veda: Marta Sousa, Le donne con disabilità e la Ruota del potere e del controllo, «Informare un’h», 21 novembre 2013.
[5] «L’istituzionalizzazione è una pratica discriminatoria nei confronti delle persone con disabilità, contraria all’articolo 5 della Convenzione», è scritto al punto 6 delle Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza pubblicate dal Comitato ONU il 9 settembre 2022.
Ultimo aggiornamento il 4 Giugno 2026 da Simona