È stato appena pubblicato da Carocci editore il “Dizionario storico della violenza di genere”, un’opera a cura di Simona Feci e Laura Schettini. Il volume è fruibile online. Si tratta di un lavoro importante, strutturato in cinquanta parole chiave, la stessa scelta di renderlo liberamente accessibile è apprezzabile, e tuttavia notiamo che, pur essendo le donne con disabilità più esposte a tutti i tipi di violenza di genere rispetto alle altre donne, esso non affronta in modo specifico l’intersezione di genere e disabilità.

È stato appena pubblicato da Carocci editore il “Dizionario storico della violenza di genere”, un’opera a cura di Simona Feci (docente di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Napoli L’Orientale, dove coordina il Centro di Studi Gender History) e Laura Schettini (docente di Storia contemporanea e Storia delle donne e di genere all’Università degli Studi di Padova). Il volume è disponibile ad accesso libero (in formato PDF) dal seguente link. Si tratta di un lavoro importante, strutturato in cinquanta parole chiave, la stessa scelta di renderlo liberamente accessibile è apprezzabile, e tuttavia notiamo che, pur essendo le donne con disabilità più esposte a tutti i tipi di violenza di genere rispetto alle altre donne (se ne legga nella specifica sezione documentaria tematica presente sul sito del Centro Informare un’h, a questo link), esso non affronta in modo specifico l’intersezione di genere e disabilità.
«Frutto del lavoro di un’équipe interdisciplinare di ricercatrici e ricercatori – è scritto nella nota di presentazione –, il Dizionario ricostruisce la storia della violenza di genere in Italia dall’antichità ai giorni nostri attraverso cinquanta parole chiave che ne esplorano le molteplici dimensioni: dall’ordine familiare all’autodifesa delle donne, dagli oggetti ai racconti dei media, dall’arte alla musica, dai soprusi individuali alle aggressioni di gruppo, dalle emozioni agli ordinamenti giuridici, dalle protagoniste dei miti ai nuovi femminismi. Il volume ne ripercorre genealogie, linguaggi e pratiche, tra persistenze e trasformazioni, mostrando come la violenza sia stata legittimata e normalizzata, ma anche denunciata, combattuta e sovvertita. Un’opera da leggere in ordine alfabetico o da esplorare come una mappa, seguendo i collegamenti tra le voci e costruendo percorsi grazie alla bibliografia e all’indice tematico. Un lessico per dare profondità storica alle domande di oggi, riconoscere le radici della violenza e comprenderne le trasformazioni. Uno strumento di conoscenza, formazione e contrasto».
Queste le parole chiave considerate: Adulterio; Autodifesa; Avvocate; Casa; CEDAW; Centri antiviolenza; Colonialismo e postcolonialismo; Conferenze delle Nazioni Unite; Coniugale, violenza; Consenso/dissenso; Convenzione di Istanbul; Correzione, diritto di; Cronaca; Digitale, violenza; Economica, violenza; Emozioni maschili; Femminicidi; Genere, violenza di; Gruppo, violenza di; Guerra; Immagini; Internamenti; Lavoro;
Legittima difesa; Letteratura; Migrazioni; Mitologia; Molestie; Molestie nel mondo del lavoro; Movimenti delle donne; Musica; Notte; Oggetti; Omolesbobitransfobica, violenza; Onore; Ostetrica, violenza; Patriarcato; Paura; Processi; Religioni; Schiavitù; Sessuale, violenza; Spazi pubblici; Tecnologia; Tribunale; Verbale, violenza; Vergogna; Vittimizzazione secondaria.
Come possiamo vedere la “Disabilità” non figura nell’elenco delle parole chiave, e neppure nell’Indice tematico posto a conclusione del volume. Questo induce a ritenere che il concetto di intersezionalità sia stato considerato in relazione, ad esempio, al tema dell’immigrazione, dei differenti orientamenti sessuali e delle identità di genere, ma non in prospettiva abilista.
Abbiamo preso in esame la voce “Internamenti”, curata da Schettini, per scoprire se e come fosse stato affrontato il tema della disabilità psichiatrica. E tuttavia abbiamo constatato che, sebbene il testo tratti anche dei manicomi, non si avventura nella prospettiva intersezionale. In specifico, la storia degli internamenti, intesi come «la relegazione coatta in un istituto o luogo sorvegliato» (pag. 208), «è messa in relazione alla storia della violenza di genere e, quindi, si guarda soprattutto a essi come dispositivo di allontanamento, isolamento, segregazione o rieducazione delle donne o delle persone queer» (pag. 208). Così, ad esempio, sono evidenziate le differenti motivazioni che possono indurre all’internamento in un istituto psichiatrico, ma non la correlazione con la disabilità: «Benché gli istituti psichiatrici siano idealmente neutri dal punto di vista di genere, la storiografia ha evidenziato come uomini e donne finivano in manicomio attraverso differenti dinamiche e procedure e per cause diverse, così come non erano uguali i fattori che ne determinavano eventualmente le dimissioni. Se negli studi sulla follia maschile troviamo tra le motivazioni dei ricoveri i traumi e gli effetti delle guerre, le difficoltà economiche, l’alcolismo, la pellagra, la perdita del lavoro e del proprio posto nella società, ad aprire le porte dei manicomi per le donne sono prevalentemente le condotte sessuali e la moralità, le crisi legate alle fatiche e alle preoccupazioni del quotidiano, soprattutto dopo la nascita dei figli (frenosi puerperale), la volontà di mariti e padri di liberarsi di congiunte ritenute difficili, ribelli, di peso. In un regime di subordinazione giuridica delle donne al capofamiglia, infatti, sono spesso le figure familiari maschili ad avviare le procedure e a richiedere l’internamento di una discola “scostumata”, di una figlia ribelle, di una moglie sfiancata e/o iraconda, di una vedova troppo libera» (pag. 211-212).
Anche le riflessioni relative al periodo di gestazione e approvazione della cosiddetta “legge Basaglia”, la legge180/1978, mettono bene in evidenza la correlazione tra l’impiego dell’istituto manicomiale e l’ordine familiare patriarcale, ma non si avventurano a considerare un suo possibile (o probabile?) intreccio con l’abilismo: «Gli anni Settanta costituiscono uno spartiacque nella storia degli internamenti femminili per l’emergere, nel contesto del movimento per la chiusura dei manicomi, delle prime e puntuali critiche femministe al binomio donne e follia. Figure come Franca Ongaro, Assunta Signorelli, Letizia Comba mettono in luce come le “istituzioni totali” vadano lette anche come un prolungamento dell’ordine familiare patriarcale» (pag. 212).
In conclusione, non possiamo affermare che la prospettiva intersezionale sia estranea al Dizionario, notiamo però che la violenza subita dalle donne con disabilità non è stata specificamente considerata, e questo, dal nostro punto di vista, costituisce una grave lacuna. (Simona Lancioni)
Si ringrazia Andrea Pancaldi per la segnalazione.
Estremi dell’opera
Dizionario storico della violenza di genere, a cura di Simona Feci, e Laura Schettini, collana: Studi Storici Carocci, Roma, Carocci editore, 2026, 432 pagine, 35,15 euro. Il testo è liberamente fruibile online (in formato PDF) dal sito della casa editrice.
Vedi anche:
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.
Ultimo aggiornamento il 3 Novembre 2026 da Simona