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Prima di votare sulla vita delle persone, almeno leggete gli atti

di Fortunato Nicoletti*

La bocciatura, da parte del Consiglio regionale della Lombardia, della Mozione 555 – in tema di revisione delle misure del Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, Progetto di Vita e superamento delle incompatibilità automatiche legate alla frequenza dei servizi semiresidenziali –, non pone soltanto una questione di merito. Pone una questione molto più seria: quale qualità della rappresentanza politica viene garantita alle persone con disabilità e alle loro famiglie?

L’ingresso del Palazzo Pirelli, a Milano, storica sede istituzionale del Consiglio Regionale della Lombardia (foto dal web).

Il 6 ottobre il Consiglio regionale della Lombardia ha respinto la Mozione 555, dedicata alla revisione delle misure del Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, al Progetto di Vita e, in particolare, al superamento delle incompatibilità automatiche legate alla frequenza dei servizi semiresidenziali. Una Mozione che arrivava dalle segnalazioni delle famiglie e dalle associazioni, cioè dalla vita, e questo è importante non per rivendicarne la paternità, ma perché conosciamo esattamente i meccanismi, il ragionamento che ne ha determinato la costruzione e conosciamo soprattutto le situazioni reali da cui nasce. Non era una mozione contro Regione Lombardia e men che meno era un atto ideologico. Non chiedeva di smantellare la nuova programmazione regionale, o di erogare soldi a pioggia, e neppure chiedeva automatismi di segno opposto rispetto a quelli esistenti. Chiedeva esattamente il contrario degli automatismi: chiedeva di guardare alle persone nella propria interezza, non a comparti stagni, non a pezzi. Ed è proprio per questo che, dopo avere ascoltato il dibattito in Aula, considero il modo in cui questa mozione è stata respinta persino più preoccupante del voto contrario in sé. Una maggioranza politica ha naturalmente il diritto di votare contro un atto dell’opposizione, ma esiste un livello minimo di responsabilità che dovrebbe venire prima dell’appartenenza politica: conoscere l’atto sul quale si interviene e sul quale si vota. Se poi quell’atto riguarda persone con disabilità, persone anziane non autosufficienti e famiglie che sostengono ogni giorno carichi assistenziali enormi, quel dovere diventa ancora più serio.

L’intervento del consigliere regionale Diego Invernici pone esattamente questo problema. Nel motivare la posizione contraria, Invernici richiama la necessità della personalizzazione, della valutazione multidimensionale, del Progetto di Vita, della specificità del bisogno e della valutazione del carico assistenziale residuo. Sono principi condivisibili, c’è soltanto un problema, sono esattamente i principi sui quali era costruita la mozione che stava contestando. Per la platea già B1 [la Misura B1 (ora riorganizzata e denominata Misura Sostegno dalla Regione Lombardia tramite la Delibera della Giunta Regionale 6320 del 15 giugno 2026 per il triennio 2026–2028) è un programma regionale di supporto economico e sociosanitario rivolto alle persone con disabilità gravissima o in condizioni di non autosufficienza assistite al proprio domicilio, N.d.R.], la Mozione 555 non chiedeva affatto il mantenimento automatico e indiscriminato dell’intero contributo economico a prescindere dalla situazione della persona, ma di sostituire l’incompatibilità automatica delle 18 ore con un sistema di compatibilità graduata, prevedendo espressamente, quando necessario, una rimodulazione progressiva e proporzionata del contributo, e chiedeva che questa rimodulazione fosse fondata proprio sulla valutazione multidimensionale, ma non solo.

Il testo chiedeva che fossero considerate le ore effettive di frequenza del servizio, l’intensità del bisogno, l’assistenza necessaria nelle ore non coperte, la sera, la notte, i fine settimana, i giorni festivi, i periodi di chiusura, le eventuali assenze e il carico assistenziale che continua a gravare sulla famiglia. In altre parole, mentre in Aula si invocava la personalizzazione per motivare il voto contrario, la personalizzazione era già scritta nella Mozione, mentre si invocava il Progetto di Vita, il Progetto di Vita era già il fondamento dell’atto, mentre si richiamava la valutazione multidimensionale, la mozione chiedeva precisamente di sostituire un automatismo numerico con quella valutazione. Allora questa domanda non è polemica ma è inevitabile: contro quale mozione si stava intervenendo?

Non posso affermare con certezza assoluta che un consigliere regionale non abbia letto un documento che stava per votare, perché non ne ho la prova, ma possiamo dire che, ascoltando quell’intervento e confrontandolo con il testo, il dubbio è legittimo e molto serio? Perché le possibilità sono due: o quella mozione non è stata compresa nella sua sostanza, oppure è stata compresa e si è scelto comunque di rispondere a un’impostazione che nel documento non c’era. In entrambi i casi, il problema istituzionale rimane ed è ancora più difficile accettarlo quando parliamo di rappresentanti pubblici retribuiti (lautamente) con risorse pubbliche. Sollevare il problema non è una questione di invidia per le indennità di un consigliere regionale e, chiaramente, nemmeno un espediente strumentale. Anzi è esattamente il contrario, una funzione pubblica importante deve essere adeguatamente riconosciuta proprio perché comporta responsabilità importanti e una delle prime responsabilità è studiare gli atti, comprenderli e assumersi pubblicamente il peso delle decisioni prese. Ricordiamo che anche i cittadini con disabilità, pagando le tasse, contribuiscono al sostentamento delle istituzioni regionali, anche le loro famiglie e anche i caregiver. Non siamo una platea esterna alla democrazia che può essere ascoltata quando conviene e dimenticata quando arriva il momento di tradurre i principi in regole concrete. Siamo cittadini e abbiamo diritto alla stessa qualità della rappresentanza di chiunque altro.

Poi c’è stato l’intervento dell’assessora alle Politiche Sociali Elena Lucchini, ed è probabilmente il passaggio più significativo dell’intera discussione, perché, nel corso del suo intervento, l’assessora riconosce che alcune delle argomentazioni contenute nella mozione «meritano riflessione». È un passaggio importante, perché significa che il problema posto non era inesistente, assurdo o tecnicamente inconsistente, al contrario alcune questioni meritano riflessione, ma «non al punto di ritenere opportuno di rimettere mano organicamente a un impianto appena approvato». E qui la questione cambia completamente. Perché se un problema merita riflessione, la risposta non può esaurirsi nel fatto che l’impianto normativo sia recente, una norma non diventa giusta solo perché è stata approvata sei mesi fa, una rigidità non smette di produrre effetti sulle persone perché è contenuta in una programmazione triennale e soprattutto, un sistema non dovrebbe essere difeso dalla politica per il solo fatto di essere “il proprio sistema”. La buona amministrazione non consiste nel non correggersi, ma sta anche, e direi soprattutto, nella capacità di riconoscere rapidamente quando l’applicazione concreta di una regola produce conseguenze che meritano di essere quantomeno riviste e riconsiderate. Ed è precisamente quello che chiedeva la Mozione, che non prevedeva di cancellare la programmazione, ma di correggere un automatismo oramai anacronistico e perfino banale nella sua evidenza: frequentare un servizio semiresidenziale per un numero di ore pari o superiore alle 18 ore alla settimana non fa magicamente scomparire il lavoro di cura svolto dal caregiver nelle altre ore. Una settimana ha 168 ore, una persona che frequenta un servizio per 18, 22 o 30 ore non cessa di avere bisogni quando esce dalla porta di quel servizio. Esistono le sere, le notti, i weekend, le festività, le chiusure estive, i giorni di malattia, le assenze ed esistono famiglie che in tutto quel tempo continuano a garantire assistenza. È questo il pezzo di realtà che un criterio automatico non può vedere. La mozione prevedeva una stima della platea interessata e una valutazione dell’impatto finanziario; quindi, dove si leggerebbe la richiesta indiscriminata e soprattutto dove sarebbe la negazione della valutazione personalizzata? Se si fosse ritenuta sbagliata una di queste proposte, sarebbe stato sufficiente dirlo, punto per punto. Questo criterio non funziona perché…, questa rimodulazione non è sostenibile perché…, questa interpretazione della complementarità dei sostegni è sbagliata perché…, ecc. … Questo è il confronto istituzionale. Quello che invece non può convincere è vedere invocati contro una Mozione gli stessi principi che quella mozione contiene, e poi arrivare alla difesa complessiva dell’impianto regionale perché appena approvato. Perché allora il dubbio diventa inevitabilmente politico: si è respinto il contenuto dell’atto o si è respinta l’idea stessa che un atto dell’opposizione potesse correggere una scelta della maggioranza? Noi possiamo solo giudicare ciò che è accaduto pubblicamente e quello a cui abbiamo assistito lascia aperta una questione che riguarda molto più della Mozione 555, riguarda la rappresentanza. Le persone con disabilità non possono essere considerate una categoria buona per i convegni, per le giornate celebrative, per le dichiarazioni sull’inclusione e sul “mettere la persona al centro”, se poi quando arriva un atto concreto che prova a tradurre quei principi dentro una regola amministrativa la discussione si sottrae al merito. “Mettere la persona al centro” non può essere una formula, il Progetto di Vita non può essere una parola da inserire negli atti programmatici e poi subordinare a una soglia numerica automatica quando la realtà diventa complessa, la valutazione multidimensionale non può essere giusta nei discorsi e superflua quando deve sostituire un criterio rigido.

E la partecipazione delle persone con disabilità non può consistere soltanto nell’ascoltarle, rappresentare significa anche accettare che quelle persone possano dire alle istituzioni: questa regola, nella vita vera, non funziona e pretendere una risposta. Le persone con disabilità e le loro famiglie costituiscono una parte enorme e strutturale della società, non siamo un’appendice del welfare o un mero costo da amministrare, e soprattutto non siamo un serbatoio di consenso da ricordare nelle dichiarazioni pubbliche e lasciare fuori dalla porta quando il confronto diventa scomodo. Siamo cittadini titolari di diritti, con una voce e con esperienze e competenze della macchina assistenziale che spesso superano quella di chi quelle norme le scrive e pertanto meritiamo istituzioni che prendano quella conoscenza sul serio.

Per questo la vicenda della Mozione 555 non finisce con un voto contrario, anzi in qualche modo comincia da lì. Le registrazioni della seduta esistono e sono pubbliche [si veda il seguente link, N.d.R.], così come esiste il testo della Mozione. Chiunque può ascoltare gli interventi e leggere l’atto, non è certo necessario fidarsi della mia interpretazione. Perché quando si vota sulla vita concreta delle persone, il minimo sindacale della rappresentanza dovrebbe essere questo: prima si leggono gli atti, poi si entra nel merito e infine ci si assume fino in fondo la responsabilità delle proprie decisioni.

Le persone con disabilità meritano almeno questo.
A mio giudizio, meritano molto di più.

 

* Vicepresidente dell’Associazione Nessuno è Escluso.

 

Ultimo aggiornamento il 8 Ottobre 2026 da Simona