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Il tempo è un privilegio. Fare ricerca sulla progettazione educativa per costruire un futuro desiderabile

di Natascia Curto*

Il futuro sembra naturale e scontato, ma non lo è affatto. Per molte persone, segnate da povertà, discriminazioni o momenti di crisi, può accadere di trovarsi in situazioni in cui immaginare il domani non è facile. Se un tempo i servizi educativi erano pensati soprattutto come spazi di intrattenimento, oggi emerge sempre di più la necessità di immaginarli come luoghi capaci di restituire alle persone la possibilità di aspirare, di vedersi in un futuro desiderabile. È qui che entra in gioco la progettazione educativa: un lavoro che aiuta a ricostruire orizzonti possibili e a riprendere in mano la propria storia.

La sagoma nera di un palo con diverse frecce direzionali si staglia contro un cielo al tramonto (credits: Javier Allegue Barros / Unsplash).

Uno degli argomenti di cui il nostro gruppo di ricerca si occupa è la progettazione educativa. Quando si sente questa espressione si potrebbe pensare alla scuola, oppure all’organizzazione di attività educative: laboratori e progetti per imparare o migliorare qualcosa di sé. Ma la progettazione educativa, in realtà, è soprattutto un modo per restituire il tempo.

Se ci pensiamo, la progettazione, in tutti gli ambiti in cui si può declinare, è sempre un gesto che si intreccia con il tempo, perché si rivolge al futuro: il progettare, per definizione, non può avvenire nel presente né nel passato, perché comprende il modellamento di un qualcosa che non c’è ancora. È così quando si progetta una casa, quando si progetta una vacanza e anche quando si progetta la propria esistenza. Il tempo, nella progettazione, è quindi sempre una dimensione cruciale.

Quella educativa è un tipo particolare di progettazione perché sostiene le persone a recuperare il potere di progettare la loro esistenza.

In certi momenti della vita accade, per diverse ragioni o a causa di alcuni accadimenti, di ritrovarsi privi di un orizzonte temporale a cui tendere con fiducia: è come si fosse perso “il grip” sulla propria esistenza. Queste situazioni possono essere diversissime – da una famiglia che si dissolve alla fuga da una guerra, dallo svantaggio connesso alla disabilità, alla perdita della casa o del lavoro – ma hanno in comune il fatto che lo sguardo verso il futuro di chi le attraversa ha un tiro corto. Ci si trova in un tempo chiuso su un presente non desiderabile, un presente che fa fatica.

È qui che interviene la progettazione educativa, che ha il compito di ricostruire con quella persona un orizzonte di futuro e accompagnarla nella strada per arrivarci.

La possibilità di guardare un tempo che non c’è ancora e la sensazione di poterlo modellare è un qualcosa che non tutti gli individui hanno a disposizione: il futuro è un privilegio.

Non è un’attitudine interna della persona, ma una possibilità determinata socialmente: dipende dall’esperienza avuta, da come si viene percepiti, da quello che sembra faccia chi si trova nella stessa situazione.

Quando una persona attraversa un periodo particolarmente negativo, a volte “non vede un futuro”. Con questa espressione si intendono due cose: non vede un futuro diverso da quello che adesso è il presente oppure un futuro su cui agire, da orientare. Queste due forme di rapporto con il tempo – sentire di avere un futuro e di poterlo maneggiare – sono le componenti di base di desideri e aspirazioni, ovvero di ciò che guida la nostra esistenza. La mancanza di queste due componenti è ciò a cui la progettazione educativa tenta di rimediare.

Ma allora a cosa serve la ricerca su questo tema? Serve perché non è stato sempre così. Fino a pochi anni fa il tempo nei servizi socioeducativi era completamente diverso: un tempo fermo, senza futuro, senza punti a cui agganciare un progetto.

Una delle declinazioni del lavoro del nostro gruppo di ricerca è il contrasto all’istituzionalizzazione. Istituzionalizzazione significa chiudere in uno spazio ma anche deformare il tempo. Perché il tempo nelle vite istituzionalizzate è fermo, non cammina, manca della dimensione progettuale. È un tempo ciclico, schiacciato su un presente che rimarrà sempre uguale a sé stesso e non andrà in nessun’altra direzione, letteralmente da nessun’altra parte. Le attività e le occupazioni del tempo in una vita istituzionalizzata, per esempio all’interno di un manicomio, servono a intrattenere, cioè a tenere in quel tempo e in quello spazio, non a delineare possibilità future.

Un importantissimo studioso, Benedetto Saraceno, ha scritto un libro che si intitola La Fine dell’intrattenimento [Rizzoli, 1995, N.d.R.]. L’intrattenimento è stato storicamente uno degli elementi più dannosi dei servizi educativi anche dopo la chiusura dei manicomi. Siccome non si sapeva bene ancora come fare, i percorsi di vita per persone in situazione di marginalità hanno continuato a basarsi principalmente sull’occupare il loro tempo, cioè sull’intrattenerle. Questo modo di lavorare, che oggi superiamo grazie alla ricerca, sottraeva a chi stava attraversando una situazione di discriminazione e di marginalità proprio la dimensione del tempo che tende al futuro e a una possibile emancipazione.

Le persone libere che vivono vite autodeterminate, invece, indipendentemente dall’età o dalla situazione abitano sempre due tempi: un tempo ciclico della quotidianità, e un tempo progressivo, come una freccia che va verso il futuro.
Possiamo immaginarci l’intersezione tra queste due dimensioni come una spirale composta da una parte ciclica ma allo stesso tempo da un’uscita, dal collegamento con un altro circolo possibile. Se manca la dimensione futura la spirale si schiaccia e diventa un cerchio che intrappola, all’interno del quale si ha la percezione di girare a vuoto.

La ricerca pedagogica attuale mostra, dunque, come siano necessari gli strumenti che in gergo tecnico si chiamano “di capacitazione”: perché il loro scopo è restituire alle persone la capacità e il potere per aspirare e per vedere sé stessi in un altrove in cui quello che oggi ci fa soffrire si è modificato. La progettazione educativa deve quindi restituire alla persona il potere sulla propria direzione, affinché questa possa progettare la propria vita come una spirale nella quale si susseguono diversi cerchi e non come una ruota nella quale si gira senza meta.

 

* Ricercatrice in Pedagogia speciale nel Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino e coautrice, assieme a Cecilia Marchisio, del volume “I diritti delle persone con disabilità. Percorsi di attuazione della Convenzione ONU” (nuova edizione, Carocci Editore, 2025). Entrambe le Autrici sono anche componenti e fondatrici del Centro Studi per i diritti e la Vita Indipendente (DiVI) dell’Università di Torino. Il presente testo è già stato pubblicato su «Frida» (Storie di ricerca dall’Università di Torino), e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

 

Ultimo aggiornamento il 15 Maggio 2026 da Simona