del Coordinamento PERSONE*
«Circola con crescente insistenza una narrazione che, dati alla mano, descrive la Riforma della disabilità introdotta dal Decreto Legislativo 62/2024 come un fallimento annunciato», osservano dal Coordinamento PERSONE. Ma le criticità, pur vere, riguardano gli aspetti applicativi, non i princìpi che la Riforma ha introdotto. C’è una domanda che chi interviene su questo tema dovrebbe porsi esplicitamente: l’obiettivo di tale narrazione è che le persone con disabilità possano ottenere concretamente quanto la legge riconosce loro come diritto, oppure è screditare la legge che sancisce quel diritto?

Circola con crescente insistenza una narrazione che, dati alla mano, descrive la Riforma della disabilità introdotta dal Decreto Legislativo 62/2024 [attuativo della Legge Delega 227/2021, N.d.R.] come un fallimento annunciato. I numeri citati — calo delle domande nelle province pilota, flessione delle pratiche accolte, carenze di organico negli uffici INPS, Progetto di Vita ancora largamente inattuato — non sono inventati. Non è nostra intenzione contestarli.
È nostra intenzione, però, contestare radicalmente la conclusione che se ne vuole trarre: i dati descrivono un’applicazione fallimentare. Non una legge sbagliata.
I dati più recenti, elaborati dalla CGIL a partire dalle rilevazioni INPS sulle nove province pilota avviate a gennaio 2025, documentano un calo del 13,1% delle domande di invalidità e inabilità previdenziale presentate, con punte marcate in alcune province — a Brescia, ad esempio, le pratiche accolte sono diminuite di circa un terzo rispetto al periodo precedente. Si tratta di numeri significativi, che la stessa organizzazione sindacale legge come segnale di un problema strutturale nell’accesso alle tutele.
Vale la pena sottolineare chi ha prodotto questa analisi: non un soggetto ostile alla riforma, ma la CGIL, che storicamente tutela i lavoratori e i cittadini più vulnerabili. Questo rafforza, non indebolisce, la domanda che occorre porre: se anche chi non ha interesse a demolire la riforma rileva queste criticità, perché l’attenzione si concentra sulla legge invece che su chi non sta creando le condizioni per attuarla?
Il Decreto Legislativo 62/2024 ha introdotto nel nostro ordinamento un impianto concettuale profondamente diverso da quello precedente: la valutazione multidimensionale della persona, il Progetto di Vita personalizzato come strumento di autodeterminazione, il Budget di Progetto come meccanismo di integrazione delle risorse. Si tratta di princìpi coerenti con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e con il paradigma bio-psico-sociale che da decenni la ricerca internazionale indica come riferimento per politiche inclusive realmente efficaci. Nessuno di questi princìpi è confutato dai dati citati.
Quei dati documentano invece altro: che la sperimentazione è partita senza stanziamenti adeguati; che l’INPS è stato investito del ruolo di valutatore unico in presenza di carenze strutturali di organico medico-legale, documentate e riconosciute dallo stesso Istituto, tanto che in questi mesi alcune sedi regionali hanno pubblicato bandi urgenti per assumere medici legali con contratti autonomi; che l’estromissione dei patronati dalla fase iniziale ha privato i cittadini più fragili di un supporto storico e collaudato — i patronati nel 2024 gestivano l’85% delle domande; che le nuove procedure hanno spostato sul medico certificatore un carico amministrativo per il quale molti non erano preparati. Sono tutte scelte organizzative e finanziarie. Nessuna di esse è scritta nella legge.
Viene spontaneo chiedersi: a chi giova screditare la riforma?
Chi si preoccupa genuinamente delle condizioni di vita delle persone con disabilità, di fronte a questi dati, dovrebbe porre domande precise e scomode:
- Perché il fondo per la non autosufficienza non è stato adeguato alle necessità reali?
- Perché non sono state adottate misure cogenti per obbligare i servizi territoriali a riorganizzarsi?
- Perché si è avviata una sperimentazione senza costruire preventivamente le condizioni minime per renderla praticabile — a partire dall’organico medico e dal coinvolgimento dei patronati?
Queste domande chiamano in causa le scelte di chi governa, di chi amministra, di chi ha in mano le risorse. Non chiamano in causa la legge.
C’è invece una logica diversa, che produce un effetto opposto: usare i dati negativi della sperimentazione per alimentare il convincimento che gli obiettivi della riforma siano troppo idealistici, irrealizzabili, estranei alla realtà del paese. Questa logica — consapevolmente o no — fa il gioco di chi non ha mai voluto la riforma: chi trae vantaggio dal mantenimento del sistema attuale, fondato su prestazioni standardizzate, assenza di progettualità individuale e gestione frammentata tra enti con competenze sovrapposte e non coordinate.
Uno degli aspetti più critici – e quindi più strumentalizzati – è il Budget di Progetto. E anche qui, il problema non è la norma.
Partiamo da un esempio concreto: il Budget di Progetto prevede che le risorse provenienti da fonti diverse — INPS, Comuni, ASL, altri enti — possano essere integrate e rese flessibili in funzione del Progetto di Vita della persona, superando i vincoli di destinazione che oggi rendono impossibile costruire risposte personalizzate ed efficaci. È una norma di civiltà, attesa da anni dalle famiglie e dagli operatori.
Ebbene: in diversi territori l’interoperabilità delle risorse viene ad oggi bloccata da semplici circolari interne di dirigenti dei servizi, che reintroducono vincoli che la legge ha rimosso. Il problema, in questo caso, è la riforma o il sistema organizzativo che tollera — e a volte favorisce — questa anomalia? La risposta è ovvia. Eppure la narrazione che circola invita a concludere che sia la legge a non funzionare.
C’è una domanda che chi interviene su questo tema dovrebbe porsi esplicitamente: l’obiettivo è che le persone con disabilità possano ottenere concretamente quanto la legge riconosce loro come diritto, oppure è screditare la legge che sancisce quel diritto?
Non si tratta di una domanda retorica. Le due posizioni producono strategie politiche radicalmente diverse. La prima richiede di fare pressione su chi non stanzia i fondi, non adegua i servizi e gestisce la fase transitoria come se la Riforma non fosse mai stata approvata. La seconda richiede di alimentare la sfiducia nella Riforma stessa, aprendo la strada a un suo svuotamento progressivo o a una revisione che la riconduca al vecchio impianto prestazionale.
Il Coordinamento PERSONE ha una postura fortemente radicata nella prima posizione. Senza sconti per nessuno: né per il governo che non finanzia adeguatamente l’attuazione, né per le amministrazioni locali che usano le difficoltà operative come alibi per non cambiare nulla, né per chi strumentalizza le difficoltà reali delle persone con disabilità per perseguire obiettivi che con quelle difficoltà non hanno nulla a che fare.
Una buona legge che finalmente apre una prospettiva è come “un’oasi promessa in fondo al deserto”. Il problema è che, una volta arrivati, si trovano muri alti e porte chiuse. Non basta allora indicare “l’oasi come meta” o screditare la riforma: occorre abbattere le porte e demolire quei muri. Significa pretendere che lo Stato e le Regioni emettano i provvedimenti necessari per costruire concretamente il Budget di Progetto, che le amministrazioni locali smettano di reintrodurre vincoli che la legge ha rimosso, che ogni ostacolo burocratico venga rimosso con la stessa determinazione con cui si è attraversato il deserto.
La dignità delle persone non si sperimenta. Si garantisce. E si garantisce attuando la legge, non demolendola.
Per maggiori informazioni: personecoordnazionale@gmail.com
* PERSONE – Coordinamento Nazionale Contro la Discriminazione delle Persone con Disabilità
Ultimo aggiornamento il 9 Giugno 2026 da Simona