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Il Portico di Parma è stato inaugurato. Ma la libertà di scegliere non può fermarsi al taglio del nastro

di Matteo Menozzi

Tre appartamenti per persone con disabilità, un investimento di 2,5 milioni di euro e la promessa di una maggiore autonomia. Ma le camere condivise, i problemi di riservatezza, gli ostacoli alla vita affettiva e lavorativa e il rischio di riprodurre forme di segregazione sollevano interrogativi importanti.

Un momento dell’inaugurazione dei nuovi gruppi appartamento presso «Il Portico», nel quartiere Lubiana-San Lazzaro, a Parma, il 20 ottobre 2026 (credit: Consorzio Solidarietà Sociale Parma).

Il 20 ottobre 2026, a Parma, sono stati inaugurati diversi gruppi appartamento presso «Il Portico», nel quartiere Lubiana-San Lazzaro [se ne legga a questo link, N.d.R.]. Tre appartamenti destinati a persone con disabilità, realizzati grazie a un investimento di 2 milioni e 500mila euro, finanziato in parte attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
La notizia è stata raccontata dalla «Gazzetta di Parma» del 21 ottobre scorso con un titolo particolarmente significativo: Una casa per crescere. «Qui nasce la libertà di scegliere la vita».
Leggendo quelle parole, non ho potuto evitare di ripensare alla mia esperienza. Sono Matteo Menozzi, una persona con disabilità visiva della provincia di Parma, e proprio sul sito del Centro Informare un’h ho già raccontato, in diverse occasioni*, le difficoltà incontrate per ottenere un autentico progetto di vita indipendente.
Tra quelle difficoltà figura proprio la proposta di inserimento al Portico.
Non intendo mettere in discussione la soddisfazione delle persone che oggi vivono nei nuovi appartamenti, né negare il valore di un investimento destinato a migliorare le condizioni abitative delle persone con disabilità.
Il punto è un altro: una soluzione può essere positiva per qualcuno senza rappresentare necessariamente una scelta libera e adeguata per tutti.
Soprattutto, occorre domandarsi se la struttura e la sua organizzazione garantiscano davvero le libertà che ciascun cittadino dovrebbe poter esercitare nella propria abitazione.

Una vicenda già raccontata su Informare un’h
La mia posizione sul Portico non nasce oggi e non è una reazione all’inaugurazione.
Il 5 novembre 2025, nell’articolo Vita indipendente e “balle dipendenti”, pubblicato proprio su questo stesso sito, avevo già raccontato le difficoltà incontrate nel mio percorso verso l’autonomia abitativa.
In quell’occasione avevo esplicitamente fatto riferimento al Portico, contestando la mancanza di privacy, l’incertezza sull’organizzazione delle camere e soprattutto l’impossibilità di scegliere liberamente i coinquilini.
Il mio obiettivo non era semplicemente trasferirmi dalla casa dei miei genitori a un’altra struttura. Desideravo poter scegliere un’abitazione, eventualmente condivisa con persone individuate liberamente, e organizzare la mia quotidianità attraverso sostegni personalizzati.
Avevo inoltre denunciato il rifiuto di alcune richieste, tra cui la possibilità di gestire direttamente le risorse destinate ai sostegni e di scegliere gli operatori.
La vicenda è proseguita con un secondo intervento, pubblicato il 20 maggio 2026 e intitolato Vorrebbe vivere in modo indipendente, ma i servizi spingono per l’istituzionalizzazione.
In quell’articolo avevo raccontato l’incontro del 17 febbraio con i servizi sociali, durante il quale mi era stato chiesto con chi volessi convivere in una struttura di Parma, senza che fosse stata realmente risolta la questione della libera scelta del percorso abitativo.
Avevo anche descritto le criticità relative alla proposta di trasferimento in una struttura a Colorno e le conseguenze sulla mia autodeterminazione.
Successivamente, il 29 giugno 2026, nell’articolo Denuncio un sistema assistenziale che, invece di abbattere le barriere, le istituzionalizza, ero tornato espressamente sul Portico.
Avevo raccontato che, durante l’incontro del 23 giugno, il mancato inserimento nella struttura mi era stato prospettato come un’opportunità persa, nonostante avessi già manifestato le mie riserve.
Avevo interpretato quell’atteggiamento come il tentativo di adattare la persona a una soluzione già predisposta, invece di costruire un progetto individuale a partire dalle sue preferenze.
A distanza di alcuni mesi, l’inaugurazione del complesso rende ancora più necessario confrontare quanto viene pubblicamente dichiarato con le criticità precedentemente sollevate.
Perché l’apertura di una struttura non costituisce, di per sé, una risposta alle contestazioni riguardanti libertà di scelta, privacy e autodeterminazione.

Camere con due letti: dov’è il diritto alla privacy?
Una delle criticità più concrete riguarda l’organizzazione degli spazi abitativi.
Secondo la configurazione che mi è stata prospettata, gli appartamenti prevedono camere con due posti letto.
Questo significa che due persone adulte dovrebbero condividere non soltanto gli ambienti comuni, ma anche la stanza nella quale dormono e trascorrono una parte della propria vita privata.
È proprio qui che emerge una contraddizione fondamentale.
Come si può parlare di piena autonomia abitativa quando una persona non dispone nemmeno di una camera da letto individuale?
Condividere volontariamente una stanza può essere una scelta legittima. Essere invece indirizzati verso una sistemazione che non permette di disporre di uno spazio personale esclusivo pone un problema completamente diverso.
La privacy non riguarda soltanto la protezione dei dati personali. Riguarda la possibilità di telefonare senza essere ascoltati, conversare riservatamente, riposare senza interferenze, gestire i propri effetti personali e avere momenti nei quali nessun altro sia presente.
Una camera condivisa può rendere queste libertà difficili da esercitare e non può essere presentata come una soluzione equivalente, per tutti, alla disponibilità di una stanza privata.
Il problema assume particolare importanza alla luce dell’articolo 22 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, dedicato al rispetto della vita privata, della famiglia, del domicilio e delle comunicazioni.
Tale tutela riguarda le persone con disabilità indipendentemente dal luogo in cui abitano e dalla soluzione residenziale adottata.
La presenza di camere doppie non costituisce automaticamente una violazione accertata della Convenzione. Tuttavia, questa organizzazione pone un problema serio di riservatezza e autodeterminazione, soprattutto quando non esistano possibilità effettive di scegliere una sistemazione differente.
È una criticità che, come ricordato, avevo già sollevato nell’articolo del 5 novembre 2025, quando spiegavo perché non ritenevo adeguato il Portico alle mie esigenze.
La domanda resta attuale: perché una persona con disabilità adulta dovrebbe rinunciare a una parte della propria intimità per poter accedere a un progetto di autonomia?

Un computer per camera: e se entrambi lavorassero in smart working?
La questione della privacy si intreccia con un altro elemento che considero particolarmente significativo: la possibilità di utilizzare il computer.
Nella configurazione che mi è stata prospettata, sarebbe previsto un solo computer per camera.
Immaginiamo una situazione assolutamente ordinaria: due persone convivono nella stessa stanza ed entrambe lavorano in modalità smart working.
Come potrebbero svolgere contemporaneamente le rispettive attività, qualora dovessero condividere un unico computer e non fosse possibile predisporre due postazioni autonome?
E se una delle due dovesse partecipare a una videoconferenza riservata, discutere informazioni aziendali o sostenere un colloquio di lavoro?
L’altra persona dovrebbe necessariamente lasciare la stanza? E dove potrebbe andare per svolgere le proprie attività?
Lo stesso problema si porrebbe qualora entrambe volessero utilizzare il computer nello stesso momento per motivi personali, di studio o semplicemente per comunicare con amici e familiari.
L’uso degli strumenti informatici, nel 2026, non può essere considerato un’attività accessoria. Per molte persone rappresenta una condizione necessaria per lavorare, studiare, informarsi e partecipare alla società.
Nel mio caso, ad esempio, l’informatica costituisce una componente importante sia dell’attività professionale sia della vita personale.
Non si tratta di un’ipotesi astratta.
Nel mio articolo del 31 agosto 2026, Cosa significa davvero garantire il diritto al lavoro e alla vita indipendente di una persona con disabilità?, pubblicato sempre su Informare un’h, avevo raccontato le difficoltà incontrate sia rispetto a un’opportunità di lavoro da remoto, sia rispetto ai trasporti necessari per raggiungere il posto di lavoro che avevo successivamente ottenuto.
In quell’articolo avevo evidenziato come il lavoro a distanza potesse rappresentare uno strumento di inclusione e autonomia economica, anziché un fattore di isolamento.
Ora immagino di dover svolgere quello stesso lavoro condividendo una camera, un computer e gli spazi necessari per partecipare alle riunioni professionali.
Una soluzione abitativa che limiti la disponibilità di postazioni individuali, se questa limitazione fosse effettivamente prevista e non superabile, rischierebbe di ostacolare proprio quelle opportunità di autonomia che il progetto dichiara di voler promuovere.
Per questo ritengo necessario conoscere quali siano le regole effettive sull’utilizzo dei computer personali, sulla predisposizione di postazioni separate e sulla possibilità di svolgere contemporaneamente attività lavorative o formative.
La vita indipendente non dovrebbe costringere due adulti a negoziare continuamente chi possa utilizzare uno strumento essenziale per lavorare, studiare o comunicare.

E se volessi invitare il mio partner o la mia partner?
Esiste poi un tema che, quando si parla di autonomia delle persone con disabilità, continua troppo spesso a essere trascurato: la vita affettiva, sentimentale e sessuale.
Immaginiamo che una persona residente al Portico abbia un partner o una partner e desideri trascorrere del tempo insieme nella propria camera.
Se quella stanza è condivisa con un’altra persona, come potrebbe avere uno spazio riservato?
La questione non si risolve semplicemente chiedendo al coinquilino di uscire.
Anche quest’ultimo ha il diritto di utilizzare la propria camera, di riposare e di non essere costretto ad allontanarsi per permettere all’altra persona di vivere la propria relazione.
Si determina, dunque, un conflitto tra esigenze individuali che deriva direttamente dall’organizzazione abitativa.
Nessuna delle due persone dovrebbe essere costretta a sacrificare la propria privacy.
A ciò si aggiunge una domanda ancora più importante: quali regole disciplinano l’accesso dei partner, la possibilità di ricevere visite private e l’eventuale pernottamento?
Sono aspetti che dovrebbero essere chiariti, senza dare per scontato che siano vietati o consentiti.
Una persona con disabilità adulta non smette di avere una dimensione sentimentale e sessuale perché partecipa a un progetto socioassistenziale.
L’articolo 23 della Convenzione ONU riconosce la necessità di eliminare le discriminazioni riguardanti matrimonio, famiglia, genitorialità e relazioni.
Non esiste alcuna ragione per considerare la vita affettiva meno importante per una persona con disabilità rispetto a qualsiasi altro cittadino.
Non si può parlare di autonomia piena se una persona non dispone delle condizioni materiali per vivere liberamente e dignitosamente anche le proprie relazioni intime.
Non chiedo che il diritto di una persona prevalga su quello del coinquilino. Chiedo perché un progetto destinato a persone adulte debba organizzare gli spazi in modo da mettere potenzialmente in conflitto due diritti fondamentali.

Vivere tra persone con disabilità non significa necessariamente vivere nella comunità
Un altro elemento presentato positivamente nel racconto dell’inaugurazione riguarda la presenza di ambienti destinati alla socialità, ai laboratori e all’incontro con il quartiere.
È certamente positivo che una struttura abitativa non sia isolata fisicamente dal territorio e che alcuni spazi siano aperti alla cittadinanza.
Ma occorre evitare una confusione concettuale.
Avere spazi aperti alla comunità non significa automaticamente realizzare un autentico servizio di comunità.
L’articolo 19 della Convenzione ONU distingue il diritto a ricevere sostegni per vivere nella comunità dall’accesso ai servizi e alle strutture destinati alla popolazione generale.
Il Commento Generale n. 5 del Comitato ONU chiarisce ulteriormente che la vita indipendente non si realizza semplicemente collocando un servizio residenziale all’interno di un quartiere.
Quello che conta è la partecipazione effettiva delle persone alla società, attraverso relazioni, servizi, attività e opportunità liberamente scelti.
Nel caso del Portico, il fatto che gli appartamenti siano destinati a persone con disabilità pone una questione che merita attenzione.
Se le persone con disabilità abitano prevalentemente insieme ad altre persone con disabilità, partecipano soprattutto ad attività organizzate per loro e sviluppano gran parte delle relazioni all’interno del medesimo circuito assistenziale, il rischio è quello di riprodurre una forma di separazione dalla società, anche in presenza di spazi accessibili al pubblico.
Non sostengo che convivere con altre persone con disabilità sia di per sé segregante. Se quella convivenza è liberamente scelta, può rappresentare un’esperienza positiva e significativa.
Il problema nasce quando l’appartenenza alla categoria delle persone con disabilità diventa il criterio principale attorno al quale vengono organizzati l’abitare, le attività e le relazioni.
È una delle questioni che avevo denunciato già nell’articolo del novembre 2025 e che avevo ripreso in quello del giugno 2026, quando contestavo il rischio di essere inserito in un contesto abitativo individuato prevalentemente sulla base della mia condizione di disabilità.
Personalmente, ho sempre rivendicato il diritto di scegliere liberamente con chi vivere, comprese persone senza disabilità, senza che siano i servizi a individuare preventivamente i miei possibili coinquilini.
La vera inclusione non consiste nel creare un ambiente nel quale le persone con disabilità stiano bene esclusivamente tra loro, ma nel garantire loro le stesse possibilità di partecipazione e relazione di tutti gli altri cittadini.
Un laboratorio aperto al quartiere può favorire l’incontro. Ma non sostituisce il diritto di costruire autonomamente le proprie amicizie, frequentare luoghi pubblici, partecipare ad associazioni, lavorare in ambienti ordinari e decidere come trascorrere il proprio tempo libero.
La domanda che pongo è dunque questa: Il Portico accompagna le persone a vivere nella comunità oppure rischia di ricreare una comunità separata, prevalentemente composta da persone con disabilità, all’interno della comunità cittadina?
Sono due modelli profondamente diversi, anche quando entrambi vengono presentati attraverso il linguaggio dell’inclusione.

L’articolo 19 della Convenzione ONU: scegliere non significa adattarsi
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009, riconosce all’articolo 19 il diritto delle persone con disabilità a vivere nella comunità, su base di uguaglianza con gli altri.
Questo diritto comprende la possibilità di scegliere dove e con chi vivere, senza essere obbligati a una particolare sistemazione abitativa.
Il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, nel Commento Generale n. 5 del 2017, ha ulteriormente chiarito che la vita indipendente non coincide necessariamente con l’abitare da soli, né può essere identificata automaticamente con una specifica tipologia di alloggio.
Il punto centrale è il controllo della persona sulle decisioni che riguardano la propria esistenza.
Il Comitato richiama, tra gli elementi che possono caratterizzare situazioni istituzionalizzanti, la mancanza di scelta dei conviventi, la rigidità delle routine, l’impossibilità di decidere chi presta assistenza e la perdita di controllo sulla vita quotidiana.
Non basta quindi realizzare appartamenti moderni, accessibili e dotati di tecnologie domotiche per poter affermare che sia stata garantita la vita indipendente.
Occorre verificare come vengono organizzati i sostegni e quale potere decisionale conservano effettivamente le persone.
Questo non significa sostenere che ogni esperienza di cohousing costituisca automaticamente una forma di istituzionalizzazione. Significa, piuttosto, che l’autonomia deve essere valutata in base ai diritti concretamente esercitati, non al nome assegnato al servizio.

Il racconto dell’inaugurazione e le domande ancora aperte
Nell’articolo pubblicato dalla Gazzetta di Parma, Salvatore, una delle persone che stanno sperimentando il nuovo percorso abitativo, esprime soddisfazione per l’esperienza.
La sua testimonianza merita attenzione e rispetto. Se il Portico gli consente di vivere con maggiore libertà e realizzare le proprie aspirazioni, questo rappresenta un risultato importante.
Ma la soddisfazione di una persona non dovrebbe essere utilizzata per presumere che lo stesso modello risponda necessariamente alle esigenze di tutte le altre.
Il progetto coinvolge diverse persone con bisogni, desideri e aspettative differenti.
È proprio per questo che vorrei porre alcune domande al Comune di Parma e ai soggetti responsabili dell’organizzazione dei percorsi.
Le persone possono scegliere liberamente con chi condividere un appartamento e, soprattutto, una camera da letto? Possono rifiutare una determinata convivenza senza che questo comprometta la possibilità di ricevere sostegni?
Possono chiedere una stanza individuale? Sono previste soluzioni concrete che garantiscano la riservatezza delle conversazioni, delle comunicazioni professionali e della vita privata?
È effettivamente previsto un solo computer per camera? I residenti possono installare autonomamente ulteriori postazioni informatiche e lavorare contemporaneamente da remoto?
È possibile ricevere liberamente il proprio partner o la propria partner? Come viene tutelata l’intimità delle persone che condividono una stanza?
In quale misura i residenti possono partecipare alla vita del quartiere e della città senza che le loro relazioni e attività siano necessariamente organizzate dai servizi?
Possono decidere orari, attività, frequentazioni e modalità della propria quotidianità?
Sono previste alternative personalizzate fuori dai gruppi appartamento, come l’assistenza personale nella propria abitazione o in una casa scelta autonomamente?
E soprattutto, quale spazio viene riconosciuto alla persona nella gestione delle risorse e nella scelta degli operatori che la affiancano?
Non sto sostenendo che tutte queste possibilità siano necessariamente assenti nella struttura appena inaugurata. Sto chiedendo che vengano illustrate in modo trasparente e verificabile.
Perché una cosa è presentare pubblicamente gli obiettivi di un progetto. Un’altra è documentare come quei principi trovino applicazione nelle vite delle persone coinvolte.

La vita indipendente riguarda anche lavoro, mobilità e relazioni
La vita indipendente non si esaurisce nella disponibilità di una casa.
Significa poter lavorare, raggiungere il posto di lavoro, disporre di un reddito, costruire relazioni, partecipare alla vita sociale e compiere le proprie scelte senza dipendere continuamente dalle decisioni altrui.
Come ho già raccontato nell’articolo del 31 agosto 2026, pubblicato su Informare un’h, nel mio percorso ho incontrato ostacoli anche rispetto alla mobilità e all’organizzazione degli spostamenti lavorativi.
Una casa accessibile è certamente importante. Ma se una persona non può scegliere dove abitare, non dispone dei sostegni necessari per spostarsi oppure non riesce a mantenere un’occupazione, il percorso di autonomia rimane incompleto.
È necessario guardare alla persona nella sua interezza, come richiede l’approccio fondato sui diritti umani.
E questa visione deve comprendere anche aspetti apparentemente ordinari, come poter utilizzare il proprio computer senza limitazioni imposte dalla convivenza, ricevere una visita privata o decidere liberamente con chi condividere gli spazi domestici.
Non sono dettagli secondari. Sono elementi fondamentali della qualità della vita.

Oltre i 2,5 milioni di euro: come misuriamo l’autonomia?
L’investimento economico nel Portico è significativo. La riqualificazione di un edificio e la realizzazione di nuovi spazi abitativi costituiscono risultati materiali che possono essere descritti e verificati.
Ma i risultati di un progetto finanziato anche attraverso risorse pubbliche non dovrebbero essere misurati esclusivamente attraverso il numero di appartamenti realizzati, i posti disponibili o le persone inserite.
Sarebbe importante conoscere anche gli esiti dei percorsi individuali: quante persone hanno potuto scegliere realmente dove abitare, quante hanno ottenuto sostegni coerenti con le proprie preferenze, quante hanno potuto modificare le soluzioni inizialmente previste.
Si potrebbe inoltre verificare quante persone dispongano di uno spazio privato adeguato, quante possano utilizzare liberamente gli strumenti necessari per lavorare e studiare e quante abbiano sviluppato relazioni sociali al di fuori del circuito assistenziale.
E bisognerebbe dare ascolto anche a chi, come me, ha espresso un dissenso rispetto alle proposte ricevute.
Le esperienze positive meritano di essere raccontate. Quelle critiche non meritano di essere dimenticate.

La libertà non si inaugura: si esercita
Nessuno può negare il valore che il Portico può avere per le persone che lo hanno scelto e che vi trovano una risposta adeguata alle proprie aspirazioni.
Ma l’autodeterminazione non può essere ridotta all’accettazione di una soluzione predisposta dai servizi.
La libertà comprende anche il diritto di dire no, di chiedere un’alternativa e di costruire un percorso differente.
Non rivendico un trattamento privilegiato. Rivendico la possibilità di esercitare gli stessi diritti riconosciuti a qualsiasi altro cittadino: scegliere la mia abitazione, le persone con cui condividere la quotidianità e i sostegni necessari per vivere.
Rivendico anche la possibilità di chiudere la porta della mia camera ed essere solo, di lavorare al computer senza interferenze, di avere una relazione sentimentale e di ricevere la persona che amo senza dover dipendere dalla disponibilità di un coinquilino.
E rivendico il diritto a scegliere le persone con cui costruire relazioni e condividere esperienze, senza che la disabilità diventi automaticamente il criterio attorno al quale organizzare la mia vita sociale.
Per questo considero importante l’inaugurazione del Portico, ma altrettanto importante verificare se e come le scelte individuali siano effettivamente rispettate.
La fotografia di un taglio del nastro racconta l’apertura di un edificio. Non è sufficiente, da sola, a dimostrare la realizzazione del diritto alla vita indipendente.
La vera domanda non è soltanto quante case per l’autonomia riusciamo a costruire, ma quante persone mettiamo realmente nelle condizioni di scegliere la propria vita.
Perché l’autonomia non può essere misurata soltanto in metri quadrati, posti letto, tecnologie domotiche o attività organizzate.
Si misura anche dalla possibilità di disporre della propria intimità, di costruire una relazione sentimentale, di utilizzare liberamente gli strumenti per lavorare e di partecipare alla società senza essere confinati in un ambiente organizzato prevalentemente attorno alla disabilità.
La vita indipendente non è vivere insieme ad altre persone con disabilità perché qualcuno ha deciso che quella sia la soluzione migliore. È poter scegliere dove vivere, con chi vivere e come vivere, su base di uguaglianza con tutti gli altri.
E quel diritto deve valere anche per chi non vuole vivere al Portico.

 

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Altri riferimenti

 

Ultimo aggiornamento il 23 Ottobre 2026 da Simona