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Il Disability Pride Marche contesta il coinvolgimento di Paolo Ruffini al Festival “Extra Salute di Ancona”

Il Disability Pride Marche esprime la propria contrarietà e amarezza riguardo alla scelta di coinvolgere l’attore e conduttore televisivo Paolo Ruffini alla terza edizione di “Extra Salute 2026 – Festival del vivere bene da ogni punto di vista”, che si sta svolgendo in questi giorni ad Ancona. Il Disability Pride ritiene che la presenza dell’attore rafforzi una narrazione ispirazionale e filtrata delle persone con disabilità, all’insegna degli stereotipi.

Una realizzazione grafica realizzata dal Disability Pride Marche per contestare la presenza dell’attore Paolo Ruffini al Festival Extra Salute di Ancona.

Il Disability Pride Marche esprime la propria contrarietà e amarezza riguardo alla scelta di coinvolgere l’attore e conduttore televisivo Paolo Ruffini alla terza edizione di “Extra Salute 2026 – Festival del vivere bene da ogni punto di vista”, che si sta svolgendo in questi giorni ad Ancona. Il Disability Pride ritiene che la presenza dell’attore rafforzi una narrazione ispirazionale e filtrata delle persone con disabilità, all’insegna degli stereotipi.

«Crediamo che enti ed istituzioni abbiano una forte responsabilità quando decidono chi invitare a parlare di un tema come quello della disabilità, che richiede ascolto e consapevolezza – scrivono gli/le attivistə –. Perché non scelgono solamente un ospite, ma contribuiscono a legittimare una narrazione, che in questo caso rafforza degli stereotipi, anziché scardinarli».

Tra gli incontri previsti nel Festival vi è anche quello promosso da Confartigianato dal titolo “Restiamo Umani. Un viaggio tra psicologia, impresa e ironia per ritrovare presenza, comunità e futuro”, in cui sono stati coinvolti il menzionato Ruffini, Giuseppe Lavenia, presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, e Marco Pierpaoli, segretario di Confartigianato Ancona, Pesaro e Urbino.

«Il Festival è sostenuto dal Comune e dalle istituzioni sanitarie – argomentano dal Disability Pride –. Secondo il Comune di Ancona, esso mette al centro “la salute come bene collettivo, la prevenzione e l’educazione”. E l’incontro con Ruffini è presentato come un momento di ascolto e confronto per costruire una comunità solida, consapevole e coesa. Proprio in virtù di questi temi contestiamo la scelta di affidare la riflessione a un ospite la cui rappresentazione della disabilità è fortemente criticata dalle stesse persone disabili.

Siamo fortemente contrarə e amareggiatə che la città abbia scelto di invitare Ruffini. E ciò avviene a meno di due settimane dal Disability Pride, svoltosi lo scorso 13 settembre ad Ancona, per la prima volta nelle Marche», prosegue la nota, nella quale si osserva come la narrazione proposta dall’attore sia «una narrazione all’insegna degli stereotipi».

 

«Ruffini è attore, conduttore e produttore. Negli ultimi anni ha legato in modo significativo la propria attività pubblica e teatrale al tema della disabilità, prima con Up&Down e poi con Din Don Down – Alla ricerca di (D)io. Quest’ultimo è organizzato con la Compagnia Mayor Von Frinzius, per la regia di Lamberto Giannini – è scritto ancora nella nota –. In entrambi gli spettacoli gli attori disabili, la cui bravura non è in discussione, sono usati come strumenti narrativi per la crescita personale dello spettatore. La drammaturgia ripropone stereotipi fondati sul paternalismo e sull’inspiration porn». Un’espressione, quest’ultima, coniata dall’attivista australiana Stella Young per indicare «l’uso delle persone disabili come oggetti che servono a far sentire bene le persone non disabili».

In questa narrazione, prosegue la nota, «le persone con disabilità intellettiva, e in particolare le persone con sindrome di Down, vengono spogliate della propria complessità. Bontà, purezza, autenticità e spontaneità sono tratti individuali, ma vengono presentati come caratteristiche intrinseche della disabilità. Alla disabilità finiscono così per essere attribuite specifiche qualità morali. Gli attori disabili diventano oggetti da consumare, sul piano emotivo ed educativo, per soddisfare i bisogni ispirazionali del pubblico non disabile, l’unico a cui gli spettacoli si rivolgono. La disabilità diventa l’espediente per costruire emozione, comicità, commozione, stupore e riflessione esistenziale: si ride, ci si commuove, si esce “migliori”. L’effetto è preciso: lo spettatore guarda la disabilità prima della persona. Gli attori emozionano non per merito della loro interpretazione, ma perché sono disabili».

Ad essere criticata è anche la scelta del format delle interviste, perché propone «una parola filtrata». Secondo il Disability Pride Marche, infatti, «la stessa gerarchia si ritrova nelle interviste, diffuse in brevi estratti sui social e in versione integrale su YouTube. Ruffini è il conduttore, il regista, colui che pone le domande. Le persone con disabilità rispondono alle domande che ha scelto lui. Il format è pensato come uno spazio di “spontaneità” e di “libertà di parola”. [Mentre] in realtà si rivela uno spazio filtrato e non alla pari: la voce delle persone disabili è inserita in una cornice dettata dalle scelte narrative di una persona non disabile. È Ruffini a selezionare ciò che il pubblico troverà interessante, commovente o divertente. Anche qui la presenza delle persone disabili serve a suscitare una reazione emotiva in chi guarda».

Il Disability Pride denuncia come in questi format ci sia una «mancanza di agency per le persone con disabilità, alle quali non viene data la possibilità di scegliere di cosa parlare e di avere un ruolo attivo nel modo in cui viene raccontata la propria storia».

Ruffini ha ribattuto a queste critiche argomentando che gli attori sono pagati, e che a loro è stata offerta un’opportunità di lavoro. Ma per il Disability Pride «dare lavoro non rende una narrazione corretta». Infatti «già lo scorso maggio la giornalista e attivista Valentina Tomirotti ha osservato che quegli spettacoli esercitano una “pressione emotiva verso le persone che non hanno una disabilità rafforzando gli stereotipi invece che scardinarli”. E ancora, con parole che condividiamo pienamente: “il lavoro, l’autonomia economica e le occasioni professionali sono fondamentali. Il punto però non è se le persone disabili lavorano. Il punto è come vengono raccontate e a beneficio di chi. Dare lavoro non rende automaticamente una narrazione corretta. Si può lavorare, divertirsi, essere contenti e allo stesso tempo essere inseriti in un immaginario paternalistico che riduce la complessità delle persone a buone, pure speciali”. Scegliere attori disabili non basta a rendere una narrazione emancipatoria, né a garantire una relazione davvero paritaria. Bisogna chiedersi chi detiene la narrazione e quale rappresentazione della disabilità viene consegnata al pubblico. Bisogna chiedersi anche quale funzione svolgono le persone disabili e, soprattutto, a chi serve quella rappresentazione».

C’è poi un’altra sfumatura che il Disability Pride Marche vuole fare emergere: «ridere con, non ridere di». «La disabilità non è uno spettacolo – scandiscono –. Lo è stata nei “freak show”, oggi riconosciuti come pratiche lesive della dignità umana. C’è differenza tra scherzare sulle persone disabili e scherzare con loro. Quest’ultima cosa può senz’altro accadere, ma all’interno di relazioni simmetriche, dove nessuna parte si trova in una posizione di superiorità sull’altra».

Ad un livello generale questa vicenda si pone come «una questione di potere, cultura e responsabilità – argomentano ancora gli/le attivistə –. Paolo Ruffini ha scelto di parlare con la presunzione di poterlo fare senza conoscere l’abilismo e senza aver messo in discussione il proprio sguardo e farsi accompagnare da chi ha decostruito il proprio. Per questo ci opponiamo alla scelta di affidare a lui un momento di riflessione sulla persona e sulla comunità. La sua attività è oggetto di critiche fondate da parte di persone disabili che studiano la rappresentazione della disabilità. È anche al centro di un dibattito pubblico sul paternalismo e sull’inspiration porn, a cui partecipano anche persone non disabili alleate. Enti e istituzioni hanno una forte responsabilità quando decidono chi invitare a parlare di un tema che richiede consapevolezza, come la disabilità. Infatti non scelgono semplicemente un ospite: contribuiscono a legittimare una determinata narrazione. La scelta del Comune di Ancona va nella direzione opposta a quella che abbiamo portato in piazza il 13 settembre». (S.L.)

 

Per approfondire: pagina Facebook del Disability Pride Marche.

Vedi anche:

Valentina Tomirotti, Ruffini, l’inclusione che fa sentire bene gli altri, sito di Valentina Tomirotti, 1° febbraio 2026.

 

Ultimo aggiornamento il 26 Settembre 2026 da Simona