di Maria Rosaria D’Oronzo*
Attingendo alla propria esperienza di collaborazione con lo psicoanalista Giorgio Antonucci presso il reparto “Autogestito” degli Istituti di Imola, la psicologa Maria Rosaria D’Oronzo si sofferma sul principio dell’autodeterminazione come fondamento della riforma della disabilità, e non come concessione, notando come esso sia stato tradito in un’eccezione contenuta nel Decreto Legislativo 62/2024. «È esattamente il tipo di riserva che, storicamente, ha aperto a internamenti e trasferimenti in RSA decisi da terzi, senza che la persona interessata avesse voce in capitolo», osserva. Tale disposizione – evidenzia, tra le altre cose, D’Oronzo – ha capovolto l’onere della prova: «non dovrebbe essere la persona a dimostrare di potercela fare fuori da un’istituzione, ma l’istituzione a dover dimostrare, con criteri stringenti, tempi definiti e controllo indipendente, che nessun sostegno domiciliare è davvero realizzabile».

Si chiamava “Autogestito”. Non un nome in codice, non un’etichetta burocratica: il reparto degli Istituti di Imola dove Giorgio Antonucci portò via dalla contenzione le persone che il resto del manicomio considerava casi disperati si chiamava letteralmente così – un reparto nato nel 1980 – perché lì la persona tornava a decidere di sé – quando dormire, con chi stare, come affrontare la propria sofferenza, quando e con chi uscire.
Oltre quarant’anni dopo, quello stesso principio – l’autodeterminazione come fondamento, non come concessione – è scritto nero su bianco nella riforma del 2024 [decreto legislativo 62/2024, N.d.R.]. E, nello stesso decreto, tradito da una clausola che lo rimette nelle mani di chi decide “in nome” della persona, non con lei.
È lo stesso principio che l’Associazione Diritti alla Follia ha scelto di rilanciare con Noi non ci abituiamo, la nuova campagna nata dall’ottavo congresso dell’Associazione a Collegno: contro la contenzione, i trattamenti imposti, un consenso informato spesso ridotto a formalità, una voce delle persone coinvolte sistematicamente svalutata.
C’è una norma recente che rende concreta questa denuncia. L’articolo 20 del decreto legislativo 62/2024, che attua la riforma della disabilità, promette la libertà di scegliere dove e con chi vivere – ma la subordina a una clausola: quel diritto vale «salvo il caso dell’impossibilità di assicurare l’intensità…o la qualità specialistica necessaria». È esattamente il tipo di riserva che, storicamente, ha aperto a internamenti e trasferimenti in RSA [residenze sanitarie assistite, N.d.R.] decisi da terzi, senza che la persona interessata avesse voce in capitolo – in contraddizione, tra l’altro, con lo stesso decreto, che all’articolo 18 vuole il Progetto di Vita costruito insieme alla persona, sui suoi desideri e le sue scelte, non attorno a ciò che il sistema riesce a offrirle.
Il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, che sorveglia l’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, è netto su questo punto: la mancanza di servizi nella comunità non può giustificare il mantenimento delle istituzioni o ritardarne il superamento, e anche le persone con bisogni di sostegno intensivo devono poter dirigere autonomamente il proprio sostegno. È l’opposto di quello che fa l’articolo 20, che lascia a un soggetto terzo il potere di dichiarare un’eccezione senza contraddittorio né limiti di tempo – spostando silenziosamente sulla persona un onere che la Convenzione pone invece, senza ambiguità, in capo allo Stato.
C’è una storia che rende tutto questo concreto più di ogni argomento giuridico: quella di Valerio. Non era nato con disabilità fisiche. Era stato accolto alla Lega del Filo d’Oro; non sappiamo cosa sia accaduto in quel periodo, né perché in un certo momento sia stato trasferito all’Osservanza di Imola (l’Ospedale psichiatrico) – ma quando vi arrivò era sordo e muto, e veniva legato al letto con la scusa di “proteggerlo”: si procurava ferite sbattendo la testa, nella disperazione di trovarsi rinchiuso. È lì che, a diciott’anni, fu notato da Antonucci, che lo trasferì proprio all’Autogestito Lolli. I primi tempi furono duri: non poteva restare solo un istante. Iniziò a familiarizzare con gli altri, a dormire tranquillo, a cullarsi con una nenia invece di colpirsi. Fu Antonucci stesso a richiedere per lui la pensione di invalidità, perché Valerio potesse disporre di una propria autonomia economica – nessuno, fino a quel momento, l’aveva mai richiesta. Anche alcune ricoverate se ne presero cura, portandolo in giardino, aiutando gli obiettori ad accudirlo la sera.
Valerio è ricordato nel libro di Antonucci Il pregiudizio psichiatrico come “l’ultimo degli slegati”: l’ultima persona ancora legata che Antonucci riuscì a liberare a Imola. La sua storia non prova che ogni “impossibilità” dichiarata oggi sia infondata – ma mostra con chiarezza che un’istituzionalizzazione presentata per anni come inevitabile può rivelarsi, in poche settimane, una scelta mai davvero messa alla prova. Se fosse stato valutato secondo i criteri di “appropriatezza” con cui oggi si giustificano tante proroghe dell’istituzionalizzazione, la sua cartella clinica raccontava solo aggressività da contenere. È bastato cambiare contesto – togliere la contenzione come premessa, non come traguardo – perché quell’impossibilità si rivelasse un limite dell’istituzione, non della persona.
Va detto con onestà: c’è un timore legittimo dietro clausole come quella dell’articolo 20 – che una libertà di scelta senza eccezioni si traduca in dimissioni senza risorse reali, con il peso della cura scaricato su famiglie e caregiver non retribuiti. Ma è un rischio a cui la stessa legge delega 227/2021 aveva già risposto, prevedendo – ai numeri 12 e 13 dei suoi criteri direttivi – modelli di assistenza personale autogestita e meccanismi per riconvertire le risorse oggi destinate agli istituti verso la domiciliaria. Il problema non è che manchi lo strumento: è che quella riconversione resta, nei fatti, lenta e in gran parte disattesa – ed è proprio questo scarto tra ciò che la legge promette e ciò che accade davvero il terreno su cui la nostra campagna continua a lottare.
Il pensiero di Antonucci offre un criterio semplice per misurare quello scarto: la sua critica non riguarda la cura in sé, ma chi decide – se sia la persona, informata e libera di scegliere, o un’autorità esterna che invoca una diagnosi o una “necessità specialistica” per farlo al posto suo. Applicato all’articolo 20, significa capovolgere l’onere della prova: non dovrebbe essere la persona a dimostrare di potercela fare fuori da un’istituzione, ma l’istituzione a dover dimostrare, con criteri stringenti, tempi definiti e controllo indipendente, che nessun sostegno domiciliare è davvero realizzabile. Significa trattare la fine della contenzione e dell’istituzionalizzazione come punto di partenza, non come traguardo da guadagnare. E significa restituire alla persona una voce reale – non solo consultiva – nel decidere quando un’“impossibilità” è vera e quando è solo la scelta più comoda di chi non ha ancora cercato abbastanza. È lo stesso principio che, oltre quarant’anni fa, dava il nome a un reparto: Autogestito.
Fonte utilizzata: www.giorgioantonucci.org
* Psicologa, fondatrice e coordinatrice del Centro di Relazioni Umane di Bologna, nonché componente del Direttivo dell’Associazione Diritti alla Follia. D’Oronzo fa parte della campagna di sensibilizzazione “Noi non ci abituiamo” dell’Associazione Diritti alla Follia ed ha lavorato con il medico e psicoanalista Giorgio Antonucci, condividendone per anni pratiche e battaglie. Il presente testo è già stato pubblicato sul sito del Centro di Relazioni Umane, e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Nota: il Centro Informare un’h è impegnato nel rivendicare la promozione della deistituzionalizzazione e lo stop all’istituzionalizzazione. Temi su cui si è avviato un confronto pubblico. In calce alla pagina Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone (in aggiornamento) sono segnalati i contributi che di volta in volta si stanno susseguendo.
Vedi anche:
Maria Rosaria D’Oronzo, Deistituzionalizzazione, diritti e linguaggio della cura: da Basaglia alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, «Informare un’h», 16 gennaio 2026.
Maria Rosaria D’Oronzo, L’approccio no-psichiatrico e la deistituzionalizzazione di Giorgio Antonucci, «Informare un’h», 24 ottobre 2025.
Se mi ascolti e mi credi, un docufilm del 2017 sulla vita di Giorgio Antonucci, del regista Alberto Cavallini (lunghezza: 57.03 minuti).
Ultimo aggiornamento il 29 Settembre 2026 da Simona