di Salvatore Nocera*
Prende le mosse dalle dichiarazioni espresse nei giorni scorsi da Emanuel Cosmin Stoica, riguardo all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità («Sono disabile e dico sì alle classi separate»), la presente riflessione di Salvatore Nocera, uno dei maggiori esperti italiani su questa materia. «Penso che, se si pervenisse ad un referendum sull’abrogazione della normativa inclusiva, pur in presenza di voti favorevoli all’abrogazione, la maggioranza sarebbe per la conferma della normativa inclusiva, con la richiesta che le norme che siamo riusciti ad ottenere vengano effettivamente applicate e non disattese per mancanza di fondi sufficienti e di decreti applicativi», scrive, tra le altre cose, Nocera.

Gentile Signor Emanuel Cosmin Stoica,
ho letto il Suo intervento di critica all’inclusione degli alunni con particolari disabilità[1]. Sono anch’io una persona con disabilità visiva che ha svolto la sua formazione scolastica ed universitaria tra la seconda metà degli Anni ’40 del secolo scorso e l’inizio degli Anni ’60 (può quindi immaginare quante decine di anni ho sul groppone), nel profondo Sud, laureandomi con lode in Giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma.
Quindi non mi sono avvalso di insegnanti di sostegno, né di assistenti per l’autonomia e la comunicazione, di cui non erano stati inventati neppure i nomi. Non conoscevo il Braille, ma “me la sono cavata bene” grazie alla presenza di docenti professionalmente preparati e di compagni collaborativi. Ho fatto amicizia coi miei compagni che venivano a casa a leggere e fare i compiti con me. L’amicizia instaurata con alcuni di loro dura ancora oggi.
Condivido la Sua critica riguardo ai casi di alunni con disabilità complesse che rimangono isolati all’interno della classe o, peggio, che vengono portati fuori dall’aula. Tuttavia, poiché ho visto nascere l’integrazione scolastica e l’ho seguita sino ad oggi come inclusione programmata e personalizzata, non posso condividere la soluzione da Lei proposta di fronte a questo problema.
Fortunatamente non tutti i casi di alunni con disabilità complesse fanno la fine da Lei giustamente stigmatizzata. In molti altri casi, docenti seriamente impegnati e preparati sanno come adattare i programmi e le indicazioni nazionali alle “effettive capacità” di questi alunni, come è espressamente previsto dall’articolo 16 comma 2 della Legge 104/1992. Molti di questi ragazzi non riescono a prendere il diploma finale, poiché il valore legale dei titoli di studio richiede il raggiungimento di certi obiettivi culturali superiori alle effettive capacità di questi giovani. Essi però, dove i docenti ed i compagni hanno saputo instaurare un buon rapporto relazionale, nelle classi comuni riescono a instaurare rapporti di conoscenza e di amicizia molto diversi da quelli che possono instaurarsi nelle classi “speciali”. Ciò perché in queste si trovano solo alunni con disabilità e quindi si moltiplicano gli stereotipi comunicativi posseduti da ciascuno.
Se nelle classi comuni essi vengono isolati o addirittura espulsi, questo avviene per incapacità professionale dei docenti, scarsamente preparati al compito dell’inclusione ed alla loro incapacità di coinvolgere i compagni in rapporti di accoglienza. Dove invece la preparazione e la disponibilità dei docenti trascina i compagni, educandoli all’accoglienza tra pari, ci sono stati episodi di piena solidarietà tra di loro, come nel caso in cui l’intera classe ha rifiutato di partecipare ad una gita scolastica che aveva escluso il compagno con disabilità[2].
Sino al ’68 anche in Italia gli alunni con qualunque forma di disabilità intellettiva o fisica, indifferentemente, venivano per legge obbligatoriamente mandati in classi separate. Ma a partire da tale data c’è stato un movimento di rifiuto di questa separazione e, dopo un breve periodo di disorientamento della scuola pubblica, si è avviato un percorso di studio e sperimentazione pedagogica e didattica che è pervenuto alla possibilità di accoglienza utile per gli alunni con e senza disabilità, costituito dalla flessibilità e forte personalizzazione degli studi nell’àmbito di “uno sfondo comune di partecipazione al compito educativo”, come scrisse Mario Tortello, bravissimo giornalista, purtroppo prematuramente scomparso, che aveva pienamente capito la lezione pedagogica avviata in Italia dal professor Andrea Canevaro, e da altri docenti universitari, che hanno grandemente contribuito a rendere l’inclusione scolastica un modo di crescita umana e culturale per alunni con e senza disabilità.
Certo, se Lei ritiene che non abbia senso che gli alunni con disabilità imparino in modo elementare ciò che i compagni senza disabilità imparano in modo pieno, continuerà, insieme col professor Ernesto Galli della Loggia[3] e col generale Roberto Vannacci[4], a chiedere la riapertura delle scuole speciali. Penso però che, se si pervenisse ad un referendum sull’abrogazione della normativa inclusiva, pur in presenza di voti favorevoli all’abrogazione, la maggioranza sarebbe per la conferma della normativa inclusiva, con la richiesta che le norme che siamo riusciti ad ottenere vengano effettivamente applicate e non disattese per mancanza di fondi sufficienti e di decreti applicativi, com’è avvenuto, dal 2017, per tutte le disposizioni del Decreto Legislativo 66/2017 concernenti la maggiore specializzazione degli attuali docenti di sostegno e degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione, la continuità didattica, l’istruzione domiciliare ed il funzionamento dell’Osservatorio permanente per l’inclusione scolastica, rimasto inattivo per parecchi anni, mentre si accumulavano le richieste di maggiore impegno della classe politica.
Sono certo che le attuali carenze normative possano essere sanate se vi sarà una classe politica capace di ascoltare le richieste delle associazioni e delle scuole dove la sperimentazione dell’inclusione è una realtà. Io, di fronte alle difficoltà, ho sempre sperato che venissero superate. Lo faccio ancora una volta di fronte a queste. Propongo dunque di risentirci fra qualche anno per verificare come le cose si saranno orientate.
Grazie per avermi offerto l’occasione di discutere di questi argomenti che sono stati oggetto di riflessione ed azione per tutta la mia vita.
* Avvocato, nonché uno dei maggiori esperti italiani in materia di inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità. Le note al presente testo sono un intervento della Redazione.
Nota: si ringrazia Andrea Pancaldi per la collaborazione.
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[1] Emanuel Cosmin Stoica è intervenuto sul tema dell’inclusione scolastica con due post pubblicati sulla propria pagina Facebook. Entrambi i post hanno anche delle immagini che schematizzano la parte testuale. In questa nota riportiamo solo la parte testuale.
Il primo post, del 24 giugno 2026, reca il seguente testo: «SONO DISABILE E DICO SÌ ALLE CLASSI SEPARATE. Ho frequentato le scuole insieme ai miei compagni normodotati. Mi sono laureato in Giurisprudenza con 107 su 110 e nessuno mi ha regalato nulla. Non ho ricevuto voti di favore e so bene quanto sia importante che una persona con disabilità abbia l’opportunità di crescere, studiare e confrontarsi con tutti gli altri. Detto questo, credo che il dibattito sulle disabilità a scuola venga spesso affrontato in modo ideologico. Non tutte le disabilità sono uguali. Io ho una disabilità motoria e ho potuto seguire un percorso scolastico ordinario. Esistono però ragazzi e ragazze con disabilità gravissime, cognitive o plurime, che spesso nella scuola inclusiva esistono solo sulla carta. Nella realtà passano molte ore esclusivamente con l’insegnante di sostegno, che spesso non è presente per l’intero orario scolastico e che, per mancanza di risorse, fatica a garantire tutta l’assistenza necessaria. In molti casi questi studenti vengono già portati fuori dall’aula per svolgere attività separate. Fingere che ciò non accada significa ignorare la realtà. Per questo ritengo che si debba avere il coraggio di discutere senza slogan. Per alcune disabilità gravissime potrebbe essere opportuno prevedere percorsi educativi altamente specializzati, con personale qualificato, spazi adeguati e programmi costruiti sulle reali esigenze della persona. La vera discriminazione non è valutare soluzioni diverse caso per caso. La vera discriminazione è lasciare migliaia di studenti in una situazione in cui non partecipano realmente né alla vita della classe né a un percorso educativo realmente adatto alle loro necessità. L’obiettivo deve essere uno solo: garantire ad ogni persona con disabilità il miglior percorso possibile, non difendere modelli ideologici che troppo spesso non coincidono con la realtà quotidiana delle famiglie e degli studenti».
Nel secondo post, del 25 giugno 2026, è scritto: «Non tutte le disabilità sono uguali. Ieri ho parlato di classi separate e, come previsto, è arrivata l’accusa di sempre: “vuoi dividere i bambini”. No. Voglio solo guardare la realtà, invece di difendere un principio sulla carta. Io ho una disabilità motoria e ho fatto un percorso scolastico ordinario. Mi sono laureato in Giurisprudenza e nessuno mi ha regalato nulla. Proprio per questo so che l’inclusione vera è una cosa seria, non uno slogan da manifesto. Parlo però di situazioni concrete, di casi più gravi: ragazzi “presenti” in aula ma che di fatto seguono un programma parallelo, soli con il sostegno, in una scuola che li include solo sulla carta. Per loro, l’aula ordinaria, così com’è oggi, con queste risorse, è davvero il posto migliore? O stiamo difendendo un modello mentre quel ragazzo resta solo?»
[2] Si veda, ad esempio: Studente disabile non ha possibilità di andare in gita, la classe rinuncia per protesta, «La tecnica della scuola», 25 marzo 2023.
[3] Si riferisce ad alcune dichiarazioni espresse, nel 2024, da Galli della Loggia. Se ne legga, ad esempio, al seguente testo: Alex Corlazzoli, Da Galli della Loggia solo banalità: l’inclusione a scuola va trattata nella sua complessità, «il Fatto Quotidiano».
[4] Si riferisce ad alcune dichiarazioni espresse dal generale Vannacci nei giorni scorsi. Se ne legga in questo lancio di agenzia: Vannacci, sì a scuola con classi distinte per merito, è inclusiva, «ANSA», 22 giugno 2026.
Ultimo aggiornamento il 26 Giugno 2026 da Simona