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Denuncio un sistema assistenziale che, invece di abbattere le barriere, le istituzionalizza

di Matteo Menozzi

Torniamo a dare spazio alla testimonianza di Matteo Menozzi, un trentottenne con una disabilità visiva della provincia di Parma, che documenta come il sistema dei servizi, invece di supportarlo nel proprio percorso di autodeterminazione, continui a proporgli risposte segreganti, sia in àmbito lavorativo che in quello abitativo.

L’immagine mostra la parte inferiore del corpo di un uomo che utilizza il bastone bianco mentre cammina su un marciapiede dotato di pavimentazione tattile per persone con disabilità visive. (credits: Eren li / Pexels).

Sono Matteo Menozzi, una persona con disabilità visiva, ed ho avuto modo di raccontare la mia esperienza in altre occasioni: nel testo Vita indipendente e “balle dipendenti” (del 5 novembre 2025), e nel testo Vorrebbe vivere in modo indipendente ma i servizi spingono per l’istituzionalizzazione (del 20 maggio 2026).

Torno a scrivere perché nello spazio di appena quattro giorni, tra il 19 e il 23 giugno 2026, si è consumato l’ennesimo cortocircuito burocratico e umano ai danni di un cittadino con disabilità. In questo lasso di tempo si sono tenuti due incontri con i servizi sociali che non hanno cercato l’inclusione, ma hanno formalizzato un tentativo di istituzionalizzazione forzata e privazione delle libertà fondamentali, in aperta violazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

Nel secondo incontro, quello del 23 giugno, la strategia degli “esperti” è emersa in tutta la sua gravità. Mi è stata prospettata come “un’opportunità” persa l’inserimento presso la struttura Il Portico: un luogo caratterizzato da pochissimi margini di libertà. Una vera e propria operazione di tokenizzazione [pratica che consiste nel dare l’impressione di essere inclusivi nei confronti dei/delle componenti di gruppi marginalizzati ponendo in essere iniziative superficiali o simboliche, che non incidono sulle dinamiche discriminatorie, N.d.R.], volta a incasellarmi nella categoria di “disabile intellettivo relazionale” per essere collocato insieme a chi, secondo valutazioni calate dall’alto, viene ritenuto “affine”. [Una misura che accorda] Zero spazio alla libertà di scelta.

Lo stesso approccio coercitivo è stato applicato al tema del lavoro. Attivare il servizio di ricerca di un impiego, secondo il loro progetto, avrebbe significato subire un’ulteriore tokenizzazione: un percorso blindato, senza alcuna possibilità di modifica o recesso, articolato in:

  • Tirocinio di inserimento finalizzato a un eventuale tempo indeterminato;
  • Terapia occupazionale.

Tutte misure finanziate tramite il Fondo Regionale Disabili (FRD). Questo meccanismo mi costringerebbe a rinunciare alla Garanzia Occupabilità Lavoro (GOL), una misura che sento più inclusiva, a causa della mutua esclusività dei due fondi. Si preferisce la via della segregazione mirata a quella dell’inserimento nel mercato del lavoro ordinario.

È opportuno ribadire un dato di fatto: le dimissioni dal mio precedente impiego non sono nate da una mancanza di rispetto verso i colleghi, ma dall’insostenibilità di un ambiente segregante e tossico, esasperato dallo stress di visite semestrali, avvertite come un controllo poliziesco più che come un supporto. Un posto di lavoro sano non si misura solo dalla gentilezza dei colleghi, ma dall’assenza di dinamiche tossiche, pur in contesti competitivi. Pretendere un ambiente lavorativo dignitoso non è un capriccio, è un diritto.

Il quadro si complica drammaticamente se si analizza il ruolo dei miei genitori in questa vicenda, in particolare quello di mia madre, la cui presenza agli incontri ha amplificato la violenza istituzionale. Sono stato descritto [da mia madre] come “oppositivo” e gravato da una diagnosi che lei ritiene errata. Ma la verità scientifica e umana è un’altra: è l’ambiente circostante, altamente segregante e disabilitante, a generare il malessere, non una patologia intrinseca.

La violenza verbale ha toccato il culmine il 23 giugno, quando mia madre ha affermato che sarei «una persona con disabilità solo quando mi conviene». Respingo con forza questa narrazione mistificatoria. Sono una persona con disabilità 365 giorni all’anno, e vivo ogni giorno per rivendicare i miei diritti. Sono un cittadino onesto, che paga le tasse, rispetta le leggi e pretende lo stesso rispetto dallo Stato e dai genitori.

Questa non è una richiesta di assistenza o un modo di suscitare pietismo. È la denuncia formale di un sistema assistenziale che, invece di abbattere le barriere, le istituzionalizza, privando l’individuo del potere di autodeterminazione.

 

Vedi anche:

Matteo Menozzi, Vita indipendente e “balle dipendenti”, 5 novembre 2025.

Matteo Menozzi, Vorrebbe vivere in modo indipendente ma i servizi spingono per l’istituzionalizzazione, 20 maggio 2026.

 

Ultimo aggiornamento il 29 Giugno 2026 da Simona