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Gabriella e Fabio: quando la legge entra nelle vite delle persone e non le lascia più

di Carla Cannas*

L’Associazione Diritti alla Follia è impegnata da anni nel denunciare gli abusi commessi attraverso l’amministrazione di sostegno, dando voce alle vittime dirette e “collaterali”. Vittima diretta è stata sicuramente Marta Garofalo Spagnolo, istituzionalizzata per undici anni contro la propria volontà dalla sua amministratrice di sostegno, e deceduta il 3 novembre 2022 senza più conoscere la libertà. Vittime “collaterali” sono i suoi amici Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, entrambi in carcere per aver cercato di aiutarla. A loro è dedicato il pensiero di Carla Cannas, componente della Giunta di Diritti alla Follia.

Murale del movimento Acción Poética situato a Táchira (Stato del Venezuela). Su un muro bianco campeggia la scritta nera “Si no tardas mucho, te espero toda la vida” (in italiano: “Se non ci metti molto, ti aspetto tutta la vita”).

Due arresti, una stessa frattura.

La vicenda giudiziaria che ha coinvolto Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli nasce intorno alla storia di Marta Garofalo Spagnolo, una giovane donna inserita per anni in un percorso di amministrazione di sostegno, ricoveri psichiatrici e permanenza in strutture protette da cui tentò più volte di allontanarsi.
Secondo l’accusa, Gabriella e Fabio avrebbero approfittato della sua fragilità inducendola ad allontanarsi dal sistema di tutela predisposto per lei. Per questo sono stati condannati in via definitiva per sequestro di persona, circonvenzione di incapace, abbandono e sottrazione di incapace.
Secondo loro, invece, e secondo chi negli anni è rimasto loro vicino, avevano cercato di aiutare Marta a riconquistare libertà e autodeterminazione.
Nel 2022 Marta Garofalo Spagnolo è morta dopo avere assunto una massiccia dose di psicofarmaci all’interno della struttura in cui si trovava.

È dentro questa storia, dolorosa e complessa, che si colloca tutto ciò che oggi resta nelle vite di Gabriella, Fabio e di chi è rimasto accanto a loro.

Negli ultimi mesi ho potuto percepire da vicino il peso devastante che questa vicenda ha avuto sulle vite di Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, entrambi iscritti all’Associazione Diritti alla Follia come me.

Gabriella Cassano, avvocata, e Fabio Degli Angeli non sono soltanto nomi dentro un procedimento giudiziario. Sono persone. Persone con relazioni, famiglie, responsabilità, fragilità, paure. Persone che ho ascoltato crollare lentamente sotto il peso di qualcosa più grande di loro.

Ho ascoltato la disperazione attraversare un filo telefonico per mesi. L’ho sentita nelle pause improvvise, nelle parole trattenute, nei giorni e nelle notti che scorrevano nell’attesa di una notizia diversa, una possibilità, un segnale che lasciasse ancora spazio alla speranza, perché anche quando una condanna esiste, la speranza ostinatamente resiste.
Si continua a sperare che qualcosa cambi.
Che qualcuno si fermi davvero ad ascoltare.
Che una vita non venga travolta definitivamente.

E forse proprio perché ho vissuto sulla pelle di mia madre gli effetti della Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, conoscevo già quel senso di impotenza che nasce quando una persona entra dentro certi meccanismi istituzionali e non riesce più a uscirne davvero.
Per questo non riuscivo a guardare questa storia da lontano.
Non era una vicenda astratta.
Non era soltanto un fascicolo giudiziario.
Era qualcosa che conoscevo intimamente, perché certi passaggi li avevo già visti, respirati, sofferti.
Sapevo cosa significa cercare ascolto e trovare muri.
Sapevo cosa significa tentare di spiegare che dietro certe etichette esistono persone, volontà, dolore, vite intere.
E sapevo anche quanto, in certi percorsi, chi prova ad aiutare finisca a sua volta travolto.
Prima è arrivato l’arresto di Gabriella Cassano, il 18 ottobre 2025.
Poi, mesi dopo, anche quello di Fabio Degli Angeli, divenuto esecutivo il 6 maggio 2026.
Non sono stati due episodi separati.
Sono stati due colpi dentro la stessa ferita.
Lo stesso nodo si stringeva nel tempo, fino a diventare carcere.
E intorno a quel nodo si stringevano anche le vite rimaste fuori.

Perché quando una persona viene privata della libertà, non si ferma mai soltanto la sua vita.
Si incrinano anche le vite che le stanno accanto.
Le case cambiano silenzio.
Le famiglie restano sospese.
Chi resta fuori continua a vivere, ma con addosso un peso che non riesce più a togliersi.

«Cercavi giustizia ma trovasti la legge»cantava Francesco De Gregori.
Ed è difficile non sentire tutta la distanza che può esistere, a volte, tra ciò che è legale e ciò che viene percepito come giusto.
In un articolo pubblicato su Informare un’h, di cui consiglio la lettura, Simona Lancioni ha ripreso proprio questa citazione, dedicandola alla vicenda di Gabriella e Fabio.

Già nel comunicato diffuso da Diritti alla Follia nel marzo 2025 — “Giustizia tradita: lo Stato punisce chi difende la libertà e protegge un sistema criminale” — veniva denunciato il rischio che la tutela potesse trasformarsi in repressione e che l’aiuto verso una persona vulnerabile potesse diventare motivo di condanna.
Oggi, dopo l’arresto anche di Fabio, quelle parole sembrano avere assunto un peso ancora più concreto.

Ci sono momenti che non si dimenticano più.
Telefonate che restano dentro la memoria come fotografie.
Ricordo la voce di Fabio.
La sua preoccupazione costante per Gabriella, già in carcere.
In ogni telefonata tornava sempre lì: alla necessità di trovare ad ogni costo un modo per tirarla fuori il più velocemente possibile, prima che fosse troppo tardi.
C’era una corsa contro il tempo che sembrava consumargli il respiro.
Quasi il bisogno di riuscire a proteggerla almeno con la forza del pensiero, prima che arrivasse altro.
Eppure, anche nella disperazione, il loro pensiero continuava sempre a tornare a Marta Garofalo Spagnolo.
Mai un pentimento per averle dato ascolto.
Mai le parole di chi pensa di avere fatto del male.
Semmai il dolore profondo di chi continua a credere di non essere riuscito a salvarla.

Ed è forse questo uno degli aspetti più devastanti di tutta questa vicenda: vedere persone consumarsi dentro il peso di ciò che è accaduto, continuando però a portare dentro di sé soprattutto il dolore per Marta.

Poi è arrivata quell’ultima telefonata.
«Carla, stanno arrestando anche me in questo momento
Nelle tante telefonate, compresa l’ultima, quasi sempre nel sottofondo sentivo la voce della madre che lo chiamava. La mia sensazione era quella di una donna terrorizzata dall’idea di perderlo.
Non c’era soltanto paura.
C’era il caos emotivo di chi, fino a un attimo prima, stava ancora cercando una soluzione, una strada, qualcosa che potesse impedire che tutto precipitasse definitivamente.
Ma quell’“altro” è arrivato come una bomba.
Il carcere anche per Fabio.
E in quell’istante si è spezzato qualcosa che andava oltre la vicenda giudiziaria.
Perché da quel momento non c’era più soltanto il dolore per Gabriella detenuta, ma anche la consapevolezza che il vortice stava inghiottendo pure lui.

Sono momenti che restano addosso.
Perché in quell’istante capisci che la legge non sta più attraversando un fascicolo: sta entrando dentro le vite delle persone, dentro le case, dentro gli affetti, dentro la quotidianità.
E quando accade, lascia ferite che non finiscono con una sentenza.

Questa vicenda continua a porre una domanda che non si riesce a evitare: cosa accade quando ciò che è legale produce effetti che non riconosciamo più come giusti?

Non si tratta di teoria.
Si tratta di vite.
Di conseguenze che si stratificano nel tempo.
Di famiglie travolte.
Di persone che restano sole.
Di un sistema che, mentre applica la legge, continua a lasciare dietro di sé domande senza risposta.

Non possiamo inoltre ignorare la morte di Marta Garofalo Spagnolo, inserita dentro un sistema di protezione giuridica previsto dalla Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, che in alcuni casi può incidere profondamente sulla libertà personale di chi vi è sottoposto.

Per chi, come me, conosce da vicino le conseguenze dell’amministrazione di sostegno, tutto questo non è soltanto un dibattito giuridico o politico.  È qualcosa che entra nella carne delle persone.

Per questo conosco il senso di disperazione di chi prova a chiedere ascolto e si sente invisibile.
Conosco la sensazione di trovarsi davanti a meccanismi che sembrano più forti della volontà, e davanti a chi ostenta potere persino di fronte alla sofferenza e all’umanità delle persone coinvolte. Ed è anche per questo che la richiesta di grazia presentata in data 21 marzo 2025 da Gabriella e Fabio, e sostenuta da tante persone, rappresentava molto più di un semplice atto giuridico.
Rappresentava la speranza che qualcuno si fermasse finalmente a guardare queste vite nella loro interezza.
Ma il rigetto di quella richiesta ha lasciato un vuoto difficile da spiegare.

Per noi questa vicenda non riguarda soltanto arresti o condanne.
Riguarda Gabriella Cassano.
Fabio Degli Angeli.
Marta Garofalo Spagnolo.
Riguarda esistenze che si intrecciano. Famiglie che soffrono.
Relazioni travolte da conseguenze che continuano ad allargarsi nel tempo.

Come Associazione Diritti alla Follia continuiamo a esprimere la nostra vicinanza a Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, oggi detenuti presso la Casa Circondariale di Lecce.
Continuiamo a farlo attraverso la parola, la testimonianza e la memoria pubblica di ciò che accade.
Gridiamo ancora una volta la loro innocenza e rifiutiamo che questa vicenda venga ridotta a una narrazione semplificata o distante dalla realtà umana delle persone coinvolte.
Come ricordato nel menzionato comunicato dell’Associazione:
Gli alti valori – di cui si parla ogni giorno senza viverli mai – della fratellanza e dell’umana solidarietà hanno loro imposto di non restare indifferenti a tale richiesta di aiuto.

Ed è proprio in questi valori che continuiamo a riconoscere il senso delle loro azioni.
Oggi più che mai, la nostra presenza vuole essere questo: una forma concreta di vicinanza, che non cancella la sofferenza ma rifiuta l’indifferenza.
Perché nessuno dovrebbe sentirsi solo quando la libertà viene messa in discussione.
Resta ciò che nessun atto giudiziario riuscirà mai davvero a contenere.
Resta il prima e il dopo nelle vite delle persone.
Resta il telefono che non suona più.
Resta una casa che cambia silenzio.
Resta chi continua a fare i conti con l’assenza mentre il mondo fuori prosegue come se nulla fosse.

A chi decide, a chi osserva, alle istituzioni e alla politica, resta una responsabilità enorme: comprendere che dietro ogni decisione esistono conseguenze irreversibili per le persone coinvolte. E a chi guarda da fuori chiediamo una cosa semplice: non abituarsi.
Non abituarsi a queste storie.
Non abituarsi all’idea che le persone possano diventare rumore di fondo.
Non abituarsi alla distanza che a volte si crea tra la parola “giustizia” e il dolore reale delle vite attraversate dalla legge.
Perché il punto non è soltanto ciò che è stato deciso.
Il punto è ciò che resta.
E ciò che resta, troppo spesso, è tutto quello che non entra in una sentenza.

In fondo, dentro tutta questa vicenda, io continuo a coltivare una speranza semplice.
Che Gabriella e Fabio riescano a restare uniti anche attraversando tutto questo dolore.
Che riescano a non perdere quella parte umana che li ha portati, nel bene o nel male, a non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza di Marta.
Perché è così che li ho conosciuti: attraverso una storia difficile, arrivata nella mia vita mentre anch’io cercavo di sopravvivere al dolore legato alla vicenda di mia madre. Ed è forse anche per questo che questa vicenda non è mai riuscita a sembrarmi distante.

E poi c’è Marta.
Marta Garofalo Spagnolo.
Che al di là delle sentenze, delle interpretazioni e delle contrapposizioni, resta una giovane donna morta dentro un sistema che avrebbe dovuto proteggerla.
Mi auguro che il suo nome continui a essere ricordato.
Non come un caso.
Non come un fascicolo.
Ma come una vita che continua a interrogare le coscienze di tutti noi.

 

Per chi volesse comprendere davvero questa vicenda, andando oltre i nomi e i singoli episodi, esistono già materiali che ne ricostruiscono il percorso nel tempo, le posizioni e le diverse letture che si sono intrecciate lungo il cammino. Tra questi:
– Associazione Diritti alla Follia, Giustizia tradita: Lo Stato punisce chi difende la libertà e protegge un sistema criminale, 20 marzo 2025.
– Simona Lancioni, Cari Gabriella e Fabio, cercavate giustizia, ma avete trovato la legge, 8 maggio 2026.
– Gigi Monello, Quando l’idealismo porta dritto in galera, 29 ottobre 2025.

 

* Il presente testo è già stato pubblicato sul sito dell’Associazione Diritti alla Follia, e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

 

Per maggiori informazioni: dirittiallafollia@gmail.com

Ultimo aggiornamento il 14 Maggio 2026 da Simona