di Simona Lancioni
Sono tante le reazioni, pubblicate in rete e sui social, alla vicenda accaduta in una scuola di Pinerolo, dove uno studente con disabilità è stato ustionato ad un braccio da un compagno, mentre alcuni altri compagni filmavano la scena. Questo scritto prende le mosse dalla riflessione proposta da Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania, sulla testata «Superando», ma allarga lo sguardo anche ad un altro tipo di violenza, l’istituzionalizzazione, che secondo l’autrice, Simona Lancioni, non riscuote adeguata attenzione.

Ho letto con grande interesse la riflessione di Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), dal titolo Quel ragazzo non ha bisogno di commozione, ma di qualcuno disposto a fermare quel braccio («Superando», 6 ottobre 2026). La riflessione in questione scaturisce dalla drammatica vicenda accaduta nell’Istituto Alberghiero Prever di Pinerolo (Torino), dove, stando a quanto riferiscono i media, uno studente con disabilità sarebbe stato ustionato ad un braccio da un compagno con il getto di una bomboletta spray infiammato (inizialmente si era parlato di un accendino), mentre alcuni altri compagni filmavano la scena[1]. Un aggiornamento informa che l’autore della violenza è stato espulso all’unanimità dal Consiglio d’istituto del Prever, si parla anche di «riorientamento, possibile collocazione in un altro istituto o ente di formazione professionale del territorio, effettuazione di lavori socialmente utili presso ente di volontariato», mentre gli studenti che hanno filmato sono stati sospesi per 14 giorni ed anche questi dovranno svolgere lavori socialmente utili[2].
Quello di Pezzurro è un testo ben articolato e documentato, pieno di citazioni, sotto diversi aspetti condivisibile senza esitazione – come non condividere, ad esempio, questo passaggio: «[…] la barbarie comincia sempre dai più fragili, ma non si ferma mai lì. Chi crede di essere al sicuro perché oggi non tocca a lui sta solo aspettando il suo turno»? –, mentre sotto altri aspetti suscita interrogativi. Provo dunque a soffermarmi su questi ultimi per vedere se riesco ad aggiungere qualche elemento al confronto.
Scrivo attingendo all’esperienza maturata nella mia attività di contrasto alla violenza di genere, anche nei confronti delle donne con disabilità[3].
L’attenzione di Pezzurro non è rivolta in specifico all’autore della violenza, perché «il cattivo c’è sempre stato, in ogni scuola e in ogni epoca. Una volta, però, trovava davanti a sé qualcuno che gli dicesse basta. Il pensiero è andato agli altri, a quelli che guardavano. Perché la barbarie, quando arriva, ha sempre bisogno di un pubblico». Non condivido che si usi l’etichetta “cattivo”, cattive (o buone) sono sempre le azioni o gli atteggiamenti, e sono queste e questi che vanno sanzionati o rinforzati. Non è una sottigliezza, perché il problema non sono le persone – che andrebbero riconosciute come tali anche quando sbagliano (non foss’altro perché tutti e tutte sbagliamo) –, ma la scelta di fare male e di procurare dolore a un’altra persona e, soprattutto, le convinzioni che hanno portato a questo esito.
Il fenomeno della violenza ha sicuramente una matrice culturale, nel caso specifico abilista, e fa molto bene Pezzurro ad insistere sull’intervento educativo. Scrive infatti che nella scuola servono coraggio e visione, «il coraggio di investire in un’educazione innovativa e, soprattutto, di insegnare ai ragazzi a pensare. Spirito critico, capacità di dubitare, di non farsi trascinare dal branco, di dire «no» quando tutti stanno guardando. Non esistono scorciatoie: l’inclusione nasce solo da lì». E l’educazione, giustamente, coinvolge anche le famiglie. Dunque, conseguentemente, nella conclusione Pezzurro richiama l’insegnamento del genitore. Scrive: «Il ragazzo di Pinerolo non ha bisogno della nostra commozione, ha bisogno che nelle aule dove tornerà ci sia qualcuno disposto a fermare quel braccio. Un compagno che si alzi, un professore che si accorga, un genitore che abbia insegnato al figlio che il coraggio non è fare il duro, è non voltarsi dall’altra parte. Cominciamo a costruire quelle aule, e quelle persone, prima che il silenzio diventi la lingua di tutti».
La riflessione è coerente, e tuttavia la mia impressione è che non tutti i tipi di violenza contro le persone con disabilità ricevano la stessa attenzione.
Faccio un esempio concreto così ci capiamo. Da oltre un anno, con il Centro Informare un’h, per cui lavoro, sono impegnata a promuovere lo stop all’istituzionalizzazione delle persone con disabilità[4]. L’istituzionalizzazione è una pratica vietata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità perché lesiva dei diritti umani[5]. A differenza della violenza di Pinerolo che, pur essendo gravissima, si connota come episodica o occasionale, l’istituzionalizzazione è una «pratica discriminatoria» e «una forma di violenza»[6] strutturale o sistemica. Vale a dire un tipo di violenza a cui le persone con disabilità vengono sottoposte in modo continuativo per anni, spesso per il resto della loro vita. Con tutto ciò che l’esposizione prolungata alla discriminazione e alla violenza comporta in termini di letalità. Tuttavia questo tipo di violenza suscita reazioni molto tiepide nella società in generale, ma anche in larga parte dell’associazionismo. Ci si mobilita e ci si indigna con sollecitudine quando i media pubblicano notizie di maltrattamenti o di violenze specifiche (fisiche, psicologiche, economiche, sessuali, ecc.) attuati nelle strutture, nelle scuole o in altri contesti. Ma la violenza strutturale continua rimanere fuori fuoco.
Attivarsi per fermare “il braccio dello studente” va benissimo. Tutte le forme di violenza vanno riconosciute, nominate e contrastate senza esitazione. Però la questione rimane: quando pensiamo di attivarci per fermare il “braccio” dell’istituzionalizzazione? Non è anche questo un «voltarsi dall’altra parte»?
Nota: il Centro Informare un’h rimane disponibile a ospitare eventuali repliche dei soggetti chiamati in causa nel testo.
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[1] Davide Petrizzelli, Vandalismo e bullismo a scuola a Pinerolo: ustionato un ragazzino disabile, poi scaricati gli estintori nei corridoi, «TorinoToday», 5 ottobre 2026
[2] Vincenzo Schirripa, Studente espulso per le ustioni al compagno disabile a Pinerolo, «newsistruzione.it», 13 ottobre 2026.
[3] Si veda la sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.
[4] Si veda la campagna di sensibilizzazione lanciata dal Centro Informare un’h il 20 giugno 2025, dal titolo: Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone.
[5] L’articolo 14 della Convenzione ONU (in tema di Libertà e sicurezza della persona) impegna gli Stati Parti a garantire «che l’esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà», mentre l’articolo 19 (in tema di Vita indipendente ed inclusione nella società) prescrive che i medesimi Stati Parte assicurino, tra le altre, che «le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione».
[6] La definisce così il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità al punto 6 delle Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza del 9 settembre 2022. Grassetto mio nella citazione.
Ultimo aggiornamento il 16 Ottobre 2026 da Simona