di Gianfranco Vitale*
«Si continua a non capire – scrive tra l’altro Gianfranco Vitale – che l’assenza di un lavoro, o la sua estrema precarietà, si traduce per le persone con disabilità in una condizione di grave esclusione sociale, dipendenza economica cronica e impoverimento personale. Ma il problema dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Italia non è solo culturale o morale: è anche, e soprattutto, strutturale».

Il problema dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Italia non è solo culturale o morale: è anche, e soprattutto, strutturale.
Ho già affrontato questo delicato capitolo in altri articoli e la testata «Superando» ne ha ampiamente trattato con competenza e autorevolezza — basti pensare, ad esempio, ai recenti contributi firmati da Luca Grecchi. Mi limiterò dunque a ricordare l’essenziale, in alcuni casi pescando nella mia sempre più labile memoria.
In Italia lavorano appena 3 persone con disabilità su 10. I dati del XXVI Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) ci dicono che nel 2023 risultava occupato il 33% delle persone con disabilità con gravi limitazioni e il 57% di quelle con disabilità non grave: percentuali comunque inferiori rispetto alla media nazionale. Anche quando lavorano, poi, le persone con disabilità possono andare più facilmente incontro a situazioni di disagio economico.
Secondo alcune rilevazioni riportate da Alley Oop–Il Sole 24 Ore, lo stipendio medio annuo di una persona con disabilità si attesterebbe intorno ai 18.000 euro, contro una retribuzione media annua nel settore privato pari a 38.565 euro nel 2023, secondo l’ISTAT. Inoltre, come stima l’OIL, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le persone con disabilità occupate percepiscono in media una retribuzione oraria inferiore del 12% rispetto agli altri lavoratori.
Sempre in Italia ci sono circa 145.000 posti di lavoro “obbligatori”, previsti dalla Legge 68/1999, che restano scoperti. Questi numeri non sono il frutto di una congiunzione astrale negativa. La verità è che, nella maggior parte dei casi, le aziende continuano a non assumere perché il sistema rende spesso più conveniente pagare una sanzione piuttosto che impiegare una persona con disabilità senza strumenti adeguati di supporto.
Ma quali strumenti mancano? Manca, innanzitutto, una vera rete di accompagnamento. E resta irrisolto il nodo della formazione continuativa, che per le aziende — ma aggiungo anche per la stessa persona con disabilità — è assolutamente prioritario.
Perché sorprendersi, allora, se proliferano assunzioni saltuarie anziché stabili, elemosine travestite da tirocini, stage e borse lavoro farlocche, spesso pagate con compensi irrisori, quando non inesistenti? Sempre più frequentemente si viene a contatto con queste realtà, il più delle volte sommerse, di cui nessuno parla o di cui, più comodamente, si preferisce non parlare.
A chi non è capitato di entrare in qualche bar, ristorante o — soprattutto in questo periodo — in qualche stabilimento balneare, imbattendosi in ragazzi o persone considerate superficialmente “strane”, che lavorano all’interno di questi cosiddetti “enti accoglienti”? Potrebbero essere persone autistiche, persone con sindrome di Down o con altre disabilità, impegnate nelle mansioni più disparate.
A me, di recente, è capitato di soffermarmi su un giovane che aveva tratti chiaramente autistici. Qualcuno — suppongo il titolare — mi ha detto che era lì grazie a una borsa lavoro, per «pulire dalle otto alle dieci del mattino i poggiavattelapesca (li chiamo così perché non saprei davvero come altro definirli), quelli attaccati ai pali degli ombrelloni». Avrei voluto chiedere: «Borsa lavoro erogata da chi? Comune? Servizi Sociali? Regione?». Erogata a chi? Con quali criteri? Con quale progetto educativo, formativo o professionale alle spalle?
Dovrebbero essere risposte dovute, perlomeno verso chi si fa un mazzo tanto per scrivere progetti, firmare accordi di rete, girare tra commercialisti e consulenti del lavoro, sperando di trovare per i propri figli o familiari una forma di impegno almeno dignitosa e coerente con la loro persona.
Posso immaginare la frustrazione di quelle famiglie e di quelle pochissime Associazioni che hanno provato davvero ad attivarsi in prima persona. Dopo tanto bussare, dopo mesi o anni fatti di niente, il Comune individua finalmente, insieme ad ASL e Servizi, un ente accogliente per attivare una borsa lavoro destinata a un giovane adulto autistico. Risultato? Tre mattine a settimana — inizialmente erano due (così mi ha detto il tipo tatuato, con cappellino griffato, che avevo di fronte) — quel giovane lavora per due ore, dalle 8 alle 10 del mattino, in uno stabilimento balneare. Retribuzione: zero euro. Viene coperta soltanto la quota INAIL, così tutti si parano il… «Non ci sono soldi». E bisogna pure essere grati per questa “opportunità”.
Eppure c’è ancora chi ha il coraggio di chiamare tutto questo “terapia occupazionale”, quando in realtà altro non è che una forma legalizzata di sfruttamento. Tocca ascoltare giustificazioni ipocrite da parte di istituzioni e servizi che — con la connivenza di enti accoglienti ed enti di formazione — continuano a trascinare questi ragazzi dentro sabbie mobili fatte di stage, tirocini e WEX (Work EXperience), perché chiamarli banalmente “periodi di prova” sarebbe troppo vicino alla verità. Nel frattempo non si restituisce mai loro dignità. Non si chiede quasi mai cosa vorrebbero fare da grandi. Alla faccia della “Persona al centro” sbandierata ai quattro venti dalla ministra per le Disabilità Locatelli. Alla faccia della Legge 328/2000, della riforma sul Progetto di Vita e del principio di autodeterminazione sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/2009.
Si continua a non capire che l’assenza di un lavoro — o la sua estrema precarietà — si traduce per le persone con disabilità in una condizione di grave esclusione sociale, dipendenza economica cronica e impoverimento personale.
Il lavoro non è soltanto reddito. È il principale canale di socializzazione, riconoscimento e realizzazione individuale. La mancanza di occupazione riduce drasticamente le reti relazionali, mina l’autostima e aumenta il rischio di depressione e isolamento. La precarietà rende inoltre quasi impossibile ogni percorso di emancipazione dal nucleo familiare. E quando i genitori vengono a mancare, l’assenza di un reddito proprio e stabile porta troppo spesso a istituzionalizzazioni coatte o a esistenze di estrema marginalità.
E allora, se una persona autistica — o qualunque altra persona con disabilità — dovesse manifestare comportamenti problematici all’interno di questi contesti “fuffa”, per l’amor di Dio non ci si nasconda dietro la sua condizione. Non si scarichino sulla disabilità e sulla persona stessa le responsabilità di un fallimento annunciato. Non si può sempre vincere facile. Ogni tanto, infatti, bisognerebbe avere il coraggio di cospargersi il capo di cenere e ammettere, con umiltà, le proprie responsabilità. E io, ai Servizi, alle ASL e ai Comuni lo dico chiaramente: in questi casi la colpa è tutta vostra!
* Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 29 Maggio 2026 da Simona