di Filippo Visentin*
Complimenti vivissimi a Filippo Visentin, prezioso collaboratore di Superando, che nei giorni scorsi ha discusso, presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università di Padova, la tesi sul tema “Disabilità e dignità umana. La sfida di Martha Nussbaum”, laureandosi in Scienze Filosofiche. Diamo spazio all’introduzione della sua interessante tesi, mettendone a disposizione il testo integrale per coloro che lo richiederanno alla Redazione di Superando (info@superando.it).

Che cosa rende una società giusta? Può dirsi coerente una teoria della giustizia che non includa, fin dal proprio impianto normativo, le persone con disabilità? La presente ricerca prende avvio da tali interrogativi e assume come ipotesi di fondo che la disabilità non costituisca una questione settoriale, ma un criterio decisivo per valutare la tenuta delle teorie contemporanee della giustizia.
La filosofia politico-giuridica moderna ha elaborato modelli sofisticati di giustificazione dei princìpi di equità e imparzialità, spesso attraverso la forma del contrattualismo. In queste costruzioni, il soggetto di riferimento è generalmente pensato come razionale, autonomo e capace di cooperazione reciproca. Tale paradigma ha offerto strumenti concettuali di grande rigore, ma ha anche presupposto condizioni di “normalità” funzionale che tendono a lasciare ai margini le situazioni di disabilità più significative. Ne deriva una tensione tra universalismo dichiarato e presupposti effettivi.
La teoria della giustizia come equità di John Rawls rappresenta, ad esempio, uno dei punti più alti e nobili di questa tradizione. Attraverso la posizione originaria e il velo d’ignoranza, Rawls intende garantire l’imparzialità dei principi che regolano la struttura di base della società. Tuttavia il riferimento a soggetti pienamente autonomi e stabilmente cooperativi solleva interrogativi circa l’inclusione, nel nucleo fondativo della teoria, delle condizioni di vulnerabilità più radicali.
È in questo spazio critico che si colloca il contributo di Martha Nussbaum. L’approccio delle capacità non si limita a integrare il paradigma contrattualista, ma ne rivede l’assunto antropologico. Una teoria della giustizia, per essere realmente pubblica e universalistica, deve assumere la vulnerabilità e la dipendenza come dimensioni costitutive dell’esperienza umana.
In tale prospettiva, la disabilità non è un’eccezione rispetto alla norma, ma una condizione che interroga direttamente il modo in cui definiamo dignità, uguaglianza e partecipazione.
La tesi sostenuta nel presente lavoro è che la disabilità rappresenti il luogo in cui si misura la coerenza normativa delle teorie della giustizia e che l’approccio delle capacità offra un quadro più adeguato per integrare dignità, pluralismo e inclusione all’interno di un’etica pubblica coerente. L’obiettivo è valutare in quale misura il modello nussbaumiano riesca a superare i limiti strutturali del contrattualismo e a fornire criteri capaci di orientare istituzioni e politiche in senso effettivamente inclusivo.
Il concetto di dignità occupa una posizione centrale nell’analisi. Se la giustizia concerne le condizioni che rendono possibile una vita degna, occorre chiarire in che senso tale dignità possa essere riconosciuta indipendentemente da parametri di efficienza, autonomia o produttività.
La disabilità rende evidente la fragilità di metriche fondate sulla sola capacità contributiva e impone di interrogarsi sui criteri attraverso cui una comunità politica decide chi conta. L’approccio delle capacità sposta l’attenzione dalle risorse astrattamente distribuite alle effettive opportunità di cui le persone dispongono. La giustizia non si esaurisce nell’uguaglianza formale, ma richiede che ciascuno sia posto nelle condizioni concrete di sviluppare un nucleo di capacità fondamentali. In questo quadro, l’inclusione implica trasformazioni istituzionali, accomodamenti ragionevoli e rimozione delle barriere – fisiche, sensoriali e culturali – che limitano l’esercizio delle libertà sostanziali.
La struttura di questo mio lavoro riflette tale impostazione. Il primo capitolo ricostruisce i fondamenti teorici dell’approccio delle capacità nel confronto con il paradigma dei beni primari.
Il secondo capitolo approfondisce il contributo specifico di Nussbaum, con particolare attenzione alla critica al contrattualismo, alla concezione della dignità e alla lista centrale delle capacità.
Il terzo capitolo sviluppa una riflessione sulle implicazioni per le politiche pubbliche e sui modelli di inclusione, mettendo in dialogo teoria normativa e dimensione istituzionale.
Ripensare la giustizia a partire dalla disabilità significa interrogare il fondamento stesso della convivenza politica. La qualità di un ordine sociale non può essere misurata esclusivamente in termini di efficienza o produttività, ma nella sua capacità di garantire a ciascuno le condizioni per una vita conforme alla dignità umana. È in questa prospettiva che la presente tesi intende collocare il proprio contributo.
L’interesse per questo tema nasce dall’esperienza personale di chi scrive. L’attenzione alla disabilità e alle questioni dell’inclusione e delle pari opportunità non è soltanto accademica, ma è radicata nella condizione di una persona con disabilità, da sempre coinvolta, anche sul piano culturale e civile, nella riflessione sulle forme di partecipazione e di riconoscimento. Questo dato non pretende di fondare argomentativamente le tesi sostenute, ma costituisce l’orizzonte esistenziale entro cui la ricerca prende forma e trova la propria motivazione.
* Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 28 Aprile 2026 da Simona