di Federica Quercia
Una testimonianza in prima persona, una diagnosi tardiva di Disturbo dello Spettro Autistico, il masking, il lavoro e il vuoto che c’è dopo l’etichetta. Sono questi gli elementi del testo elaborato da Federica Quercia, che da un lato si connota come il racconto delle difficoltà sperimentate da chi convive con l’autismo «in una società costruita intorno a un’idea molto precisa di normalità», ma dall’altro si propone come una candidatura per un’attività lavorativa.

Avevo trentatré anni quando ho ricevuto una diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico. Per anni avevo cercato una spiegazione alle difficoltà che avevano accompagnato tutta la mia vita e, come molte persone che ricevono una diagnosi in età adulta, ero convinta che quel momento avrebbe rappresentato un nuovo inizio.
Pensavo che, finalmente, qualcuno mi avrebbe aiutata a comprendere il mio funzionamento, a distinguere ciò che dipendeva dall’autismo da ciò che apparteneva alla mia storia personale, a capire quali fossero i miei limiti, ma anche le mie possibilità.
Credevo che esistesse un percorso successivo alla diagnosi, un luogo in cui qualcuno si prendesse il tempo di osservare la persona nella sua complessità e non soltanto il nome riportato in una relazione clinica.
Invece ho scoperto che ottenere una diagnosi e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse.
Il giorno dopo la diagnosi, il vuoto
La sensazione che ho provato uscendo da quello studio è stata, allo stesso tempo, di sollievo e di smarrimento. Per la prima volta riuscivo a rileggere il mio passato con uno sguardo diverso, ma proprio mentre cercavo di capire come costruire il futuro mi sono resa conto che nessuno sembrava avere una risposta.
È come se il sistema sanitario fosse preparato a diagnosticare una persona, ma molto meno ad accompagnarla nel momento in cui quella diagnosi deve trasformarsi in una vita concreta. Nessuno ti spiega come orientarti nel mondo del lavoro, nessuno ti aiuta a capire quali contesti possano essere compatibili con il tuo funzionamento, nessuno si occupa di tradurre quella diagnosi in un progetto di autonomia.
Ti viene consegnata una spiegazione, ma non una direzione. Da quel momento ho iniziato a scrivere a centri specializzati, servizi pubblici, associazioni, professionisti. Ogni volta raccontavo la stessa storia, ogni volta cercavo di spiegare che il problema non era soltanto l’autismo, né soltanto la depressione, né soltanto il trauma, ma il modo in cui tutte queste condizioni si intrecciavano fino a rendere estremamente difficile la mia vita quotidiana.
L’autismo apparteneva a un ambulatorio, il trauma a un altro, la salute mentale a un altro ancora, il lavoro a qualcun altro. Io, invece, continuavo a essere una persona sola, che cercava disperatamente di capire come fosse possibile vivere quando nessuno sembrava interessato a comprendere il suo funzionamento nella sua interezza.
Perché quello di cui avevo bisogno non era un’altra etichetta diagnostica, ma qualcuno che mi aiutasse a capire quale posto potessi occupare in una società costruita intorno a un’idea molto precisa di normalità — una società nella quale il valore di una persona continua a essere misurato quasi esclusivamente attraverso la sua capacità di produrre, adattarsi, resistere, senza che ci si chieda quale prezzo stia pagando per riuscirci.
Il paradosso dell’autonomia economica
C’è un aspetto di cui si parla pochissimo e che riguarda migliaia di adulti con disabilità invisibili: il momento in cui, ricevuta una diagnosi, ci si rende conto che l’autonomia economica è spesso il primo ostacolo da superare.
Nel mio caso, non riuscire a lavorare significa anche non poter sostenere le spese di cui avrei bisogno per curarmi, per seguire una psicoterapia continuativa, per pagare valutazioni specialistiche o semplicemente per costruire un percorso di autonomia.
Eppure, quando provo ad accedere ad alcune misure di sostegno, mi scontro con un sistema che, in molti casi, continua a considerare il nucleo familiare nel suo insieme.
Se vivi ancora con un genitore che lavora, può accadere che il tuo bisogno economico venga valutato insieme al suo reddito. È una logica comprensibile da un punto di vista amministrativo, ma che, nella pratica, rischia di lasciare molti adulti in una posizione paradossale: abbastanza autonomi da non ricevere alcuni aiuti, ma non abbastanza autonomi da poter vivere davvero con le proprie risorse.
Ti ritrovi adulto sulla carta, ma dipendente nella vita quotidiana. Vorresti costruirti un’esistenza autonoma, contribuire alle tue spese, decidere come investire sulla tua salute, e invece continui a sentirti un peso per la tua famiglia — non perché manchi la volontà, ma perché il sistema sembra dare per scontato che la famiglia possa sostituirsi a ciò che dovrebbe garantire una rete di servizi.
Il paradosso delle categorie protette
Anche il mondo del lavoro presenta un paradosso che, da persona autistica, continuo a trovare difficile da comprendere. Le categorie protette nascono con l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, ma il diritto alla riservatezza fa sì che il datore di lavoro, nella maggior parte dei casi, non conosca la diagnosi né le difficoltà concrete della persona che assume.
Da un lato questa tutela è fondamentale, perché nessuno dovrebbe essere obbligato a rendere pubbliche informazioni così personali; dall’altro, però, mi chiedo come sia possibile costruire un’inclusione autentica se chi organizza il lavoro non sa di che cosa quella persona abbia realmente bisogno.
Il risultato è che la responsabilità ricade quasi interamente sul lavoratore. È lui a dover decidere se raccontare o meno la propria condizione, con il timore di essere giudicato, trattato diversamente o considerato meno competente. Se sceglie di non farlo, rischia di essere valutato come una persona svogliata, disinteressata o incapace. Se invece decide di parlarne, teme che quella stessa diagnosi finisca per definire ogni suo comportamento.
Mi sono chiesta molte volte come possa un datore di lavoro mettere davvero una persona nelle condizioni di lavorare bene se non conosce il suo funzionamento. E, allo stesso tempo, mi sono chiesta quanto sia giusto che sia sempre la persona con disabilità a dover scegliere tra la propria privacy e la possibilità di essere compresa.
Forse il problema non è la privacy in sé, che resta un diritto fondamentale. Il problema è che continuiamo a pensare all’inclusione come a un semplice inserimento lavorativo, mentre l’inclusione richiede anche strumenti, formazione e una cultura capace di riconoscere che due persone con la stessa qualifica possono avere bisogni molto diversi. Assumere una persona è solo l’inizio; creare le condizioni perché possa davvero lavorare è un’altra cosa.
Quando il lavoro lascia una cicatrice
Anch’io ho vissuto un’esperienza lavorativa che ha segnato profondamente il mio rapporto con il lavoro. Non intendo raccontarla per individuare un colpevole né per riaprire una vicenda ormai conclusa, ma perché da quel momento qualcosa nel mio modo di funzionare è cambiato. L’idea stessa di tornare a lavorare non genera soltanto paura o preoccupazione: genera una risposta di rifiuto che, ancora oggi, sto cercando di comprendere insieme ai professionisti che mi seguono.
Per questo ho iniziato a contattare centri di psicotraumatologia. Non sto cercando qualcuno che confermi la mia interpretazione dei fatti, ma una valutazione specialistica che mi aiuti a capire se quell’esperienza abbia avuto conseguenze clinicamente rilevanti sul mio funzionamento.
Ho provato a fare ciò che il sistema si aspettava da me. Ho studiato, mi sono laureata, mi sono iscritta alle categorie protette e ho cercato un lavoro, convinta che, una volta spiegate le mie difficoltà, sarebbe stato possibile costruire un percorso sostenibile.
Non è stato così. L’esperienza che ho vissuto non si è conclusa semplicemente con la perdita di un impiego: ha modificato profondamente il mio rapporto con il lavoro e con le persone.
Invece di sentirmi più capace di affrontare il mondo del lavoro, ne sono uscita ancora più fragile e con una paura che prima non avevo. Un inserimento lavorativo non riuscito non è sempre un episodio che si supera cambiando azienda; in alcune persone può lasciare conseguenze profonde sul modo di percepire il lavoro e le relazioni.
Quando l’inclusione diventa un altro compito da svolgere
A un certo punto, mentre ero già in una condizione di estrema fragilità, mi venne chiesto di spiegare il mio funzionamento neurodivergente alle persone con cui lavoravo.
Tra le possibilità che mi furono prospettate c’era quella di tenere personalmente una sorta di training rivolto ai colleghi. L’alternativa era preparare un documento, un vademecum che spiegasse come funzionavo, quali fossero le mie difficoltà e come rapportarsi con me, da condividere con gli altri e persino da affiggere in bacheca.
Ricordo soprattutto il paradosso di quella richiesta. Ero io la persona che stava chiedendo aiuto, ma avrei dovuto trovare le parole per spiegare a tutti perché avevo bisogno di quell’aiuto. Avrei dovuto trasformare una parte estremamente intima del mio funzionamento in materiale formativo. E avrei dovuto farlo proprio nel momento in cui avevo meno risorse per riuscirci.
Non credo che dietro una proposta del genere debba necessariamente esserci cattiva volontà. Ed è proprio questo, forse, il punto più interessante. Anche un tentativo pensato come inclusivo può diventare un ulteriore carico quando si chiede alla persona neurodivergente di assumersi la responsabilità di educare l’intero ambiente che dovrebbe accoglierla.
La situazione lavorativa, nel frattempo, diventò per me sempre più difficile da sostenere. Arrivai alla fase conclusiva della vicenda in una condizione di forte sofferenza, mentre incombevano scadenze e decisioni che percepivo come enormemente più grandi delle risorse che avevo in quel momento. Alla fine sottoscrissi un accordo di conciliazione che chiuse definitivamente il rapporto e le controversie ad esso collegate.
Non voglio utilizzare questo spazio per accusare pubblicamente un’azienda, né credo sia necessario farne il nome. Voglio raccontare che cosa può significare attraversare un processo del genere quando si è già arrivati al limite delle proprie capacità di adattamento.
Ancora oggi mi domando quanto fossi realmente nelle condizioni di affrontare con lucidità una decisione così importante. Ma soprattutto mi è rimasta una domanda più grande: quanto può essere considerato inclusivo un sistema nel quale è la persona in difficoltà a dover trovare, spiegare e spesso persino insegnare agli altri le modalità attraverso cui dovrebbe essere inclusa?
È anche per questo che oggi, quando dico che vorrei tornare a lavorare, non sto semplicemente cercando un’altra azienda. Sto cercando un modo diverso di lavorare.
Non chiedo che qualcuno elimini ogni difficoltà davanti a me. Chiedo di poter dire con chiarezza che cosa riesco a sostenere e che cosa no, senza che questa sincerità venga trasformata in una prova della mia inadeguatezza.
Il masking non è una scelta
Vorrei soffermarmi anche su una parola che, negli ultimi anni, è entrata sempre più spesso nel linguaggio comune: masking. Se ne parla molto, ma quasi sempre come se fosse una scelta consapevole, come se una persona autistica decidesse ogni mattina di indossare una maschera per sembrare neurotipica. Per chi riceve una diagnosi in età adulta, almeno per come l’ho vissuta io, non funziona così.
Quando cresci senza sapere di essere autistico, non impari semplicemente a nascondere alcune caratteristiche. Impari a osservare continuamente gli altri, a studiarli come se possedessero un linguaggio che tu non hai mai imparato spontaneamente. Osservi il modo in cui salutano, ridono, interrompono una conversazione, mantengono il contatto visivo, esprimono entusiasmo, mostrano affetto, si arrabbiano, scherzano. Poco alla volta costruisci un repertorio di comportamenti che non nascono da te, ma dall’idea di ciò che dovrebbe fare una persona “normale”. A forza di ripeterli, finisci persino per dimenticare che li hai imparati.
Il mostro nello specchio
Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un video di criptozoologia urbana che parlava dei cosiddetti Mimic, creature immaginarie capaci di imitare perfettamente l’aspetto e la voce degli esseri umani. Il video spiegava che ciò che inquieta non è il loro aspetto, ma il momento in cui ci si accorge che quell’imitazione non è perfetta e che qualcosa, improvvisamente, tradisce la loro vera natura.
Mi ha colpita profondamente perché, per la prima volta, non mi sono identificata nella persona che incontra il mostro. Mi sono identificata nel mostro.
Non perché io creda che le persone autistiche siano mostri — sarebbe un messaggio profondamente sbagliato, ed è l’opposto di ciò che vorrei dire. Mi sono riconosciuta in quella sensazione di passare una vita intera cercando di imitare un modo di stare al mondo che sembrava appartenere a tutti tranne che a me, con la paura costante che, prima o poi, qualcuno si accorgesse che stavo soltanto cercando di imparare una lingua che non avevo mai parlato naturalmente.
La diagnosi non mi ha fatto sentire diversa. Mi ha fatto capire perché avevo sempre avuto la sensazione di essere diversa. Mi ha costretta a chiedermi quante delle cose che consideravo parte della mia personalità fossero davvero mie e quante, invece, fossero strategie costruite negli anni per ridurre il rischio di essere esclusa, giudicata o considerata “strana”.
È una domanda dolorosa, perché quando il masking dura decenni smette di essere una maschera che puoi togliere davanti allo specchio. Diventa il modo in cui hai imparato a sopravvivere.
Ed è forse questo uno degli aspetti meno raccontati dell’autismo negli adulti. Non la fatica di fingere per qualche ora, ma la fatica di non sapere più dove finisca l’adattamento e dove cominci la propria identità.
Sentire troppo, non troppo poco
C’è un altro aspetto dell’autismo di cui si parla ancora troppo poco. Per molte persone lo spettro autistico viene raccontato soprattutto attraverso ciò che manca: le difficoltà sociali, la comunicazione, i comportamenti ripetitivi. Molto meno spesso ci si chiede che cosa significhi vivere in un cervello che, a volte, sembra incapace di filtrare il mondo.
Per alcune persone autistiche l’autismo non significa sentire meno. Significa, al contrario, sentire troppo. Significa vivere costantemente al limite della saturazione, come se ogni stimolo arrivasse con un’intensità maggiore del necessario e il cervello non riuscisse a stabilire quali informazioni siano importanti e quali possano essere lasciate sullo sfondo. Uno spazio affollato non contiene soltanto delle persone. Contiene decine di conversazioni che si sovrappongono, luci, rumori, odori, movimenti continui, colori, cartelli, musica di sottofondo, porte che si aprono, telefoni che squillano, sedie che vengono spostate. Tutto arriva contemporaneamente. Tutto reclama attenzione. E quando il cervello fatica a selezionare ciò che è rilevante, anche il gesto più semplice può trasformarsi in uno sforzo enorme.
Lo stesso vale per gli spazi vuoti. Non è soltanto il caos a poter diventare difficile da sostenere: a volte anche un luogo aperto, troppo esposto, privo di punti di riferimento, può generare un senso di vulnerabilità difficile da spiegare. Non esiste una regola uguale per tutti. Esiste un funzionamento diverso, che cambia da persona a persona.
Anche il tempo, per alcune persone autistiche, sembra seguire regole diverse. Un’ora può svanire senza accorgersene quando si è immersi in qualcosa che assorbe completamente l’attenzione, mentre pochi minuti trascorsi in un contesto saturo di stimoli possono sembrare interminabili. È difficile spiegare a chi non lo vive che il problema non è la mancanza di volontà, ma la quantità di informazioni che il cervello sta cercando di elaborare nello stesso momento.
Per questo trovarsi in mezzo agli altri può diventare estenuante. Non perché le persone autistiche siano necessariamente disinteressate agli altri o incapaci di provare emozioni, ma perché, per alcune di noi, stare in relazione significa ricevere contemporaneamente una quantità enorme di stimoli sensoriali, emotivi e cognitivi. C’è chi percepisce con grande intensità il tono della voce, l’espressione del viso, la tensione di una stanza, il disagio di una persona, e nello stesso momento cerca di controllare il proprio comportamento, di trovare le parole giuste, di capire quando intervenire e quando restare in silenzio.
Quando tutto questo si somma, non è difficile capire perché, a un certo punto, il cervello abbia semplicemente bisogno di fermarsi.
Vivere in un Paese di cui non si è mai completamente cittadini
Essere autistici può significare anche vivere in una condizione di estrema fragilità, non tanto perché si è fragili per natura, ma perché spesso manca ciò che protegge la maggior parte delle persone nei momenti difficili: una rete di relazioni solide. Molti adulti autistici arrivano alla diagnosi dopo una vita trascorsa ai margini, con poche amicizie profonde, relazioni interrotte, la sensazione costante di non appartenere davvero a nessun gruppo. E quando il lavoro viene meno, quando una relazione finisce o quando si attraversa un periodo di sofferenza, ci si accorge che intorno è rimasto pochissimo.
Per spiegare che cosa significhi vivere in questo modo, mi viene in mente l’esperienza di chi si trasferisce in un Paese straniero senza conoscere la lingua. All’inizio osserva gli altri, cerca di intuire il significato delle parole dai gesti, impara qualche espressione, commette errori, si sente continuamente fuori posto. Chi si trasferisce all’estero, però, sa che quella lingua, con il tempo, potrà impararla. Potrà diventare sempre più naturale, fino a sentirsi finalmente parte di quel luogo.
Per molte persone autistiche l’esperienza può assomigliare a questa, con una differenza fondamentale. La lingua delle relazioni sociali può essere studiata, osservata, imitata, persino parlata molto bene. Ma spesso continua a richiedere una traduzione continua, uno sforzo cosciente che gli altri non vedono. Non diventa mai completamente spontanea.
È come vivere in un Paese di cui, anche dopo molti anni, si comprende perfettamente la grammatica, ma in cui si continua ad avere un leggero accento che, prima o poi, rivela che non si è nati lì.
È proprio questo sforzo incessante, invisibile agli occhi degli altri, che rende così faticoso costruire relazioni, mantenerle e sentirsi davvero parte di una comunità.
Perché scrivo tutto questo: sto cercando lavoro
Scrivo anche perché oggi sono una persona disoccupata e non credo che il mio percorso possa trovare risposta attraverso i canali tradizionali di ricerca del lavoro. Ho bisogno prima di tutto di comprendere quale possa essere un contesto realmente compatibile con il mio funzionamento, e mi domando se il sistema attuale disponga davvero degli strumenti necessari per accompagnare persone nella mia situazione. Se riterrete che la mia esperienza possa essere utile per una riflessione o un confronto, sarò lieta di mettermi a disposizione.
Scrivo tutto questo anche per una ragione molto concreta. Sto cercando lavoro.
Può sembrare una conclusione banale dopo tante riflessioni sull’autismo, sull’inclusione e sulle difficoltà che ho incontrato, ma per me non lo è affatto. Dopo quello che è successo, tornare a cercare lavoro significa espormi nuovamente a un ambiente di cui ho imparato ad avere paura. Eppure non voglio che la mia esperienza precedente diventi la dimostrazione definitiva della mia incompatibilità con il mondo del lavoro.
Non sto cercando necessariamente una posizione costruita intorno alla mia laurea, né una carriera, una promozione o un ruolo prestigioso. Sto cercando qualcosa che possa realmente sostenere nel tempo. Un lavoro con richieste comprensibili, un ambiente sufficientemente prevedibile, persone disposte a comunicare in maniera chiara e, soprattutto, un contesto nel quale una difficoltà non venga automaticamente interpretata come mancanza di volontà, scarso interesse o inadeguatezza personale.
Per questo vorrei che questo articolo fosse anche una richiesta esplicita. Se a leggerlo sarà un’azienda, un’associazione, una cooperativa, un ente o semplicemente qualcuno che pensa di potermi offrire un’opportunità concreta, vorrei essere contattata. Sono disponibile a raccontare quello che so fare, quello che ho fatto in passato e anche, con altrettanta chiarezza, ciò che per me è difficile. Non voglio presentarmi fingendo di essere una lavoratrice diversa da quella che sono per riuscire a superare un colloquio e scoprire qualche mese dopo che quel posto è insostenibile. Vorrei provare il contrario: partire dalla realtà e capire se esiste un lavoro compatibile con essa.
Forse l’inclusione lavorativa dovrebbe cominciare proprio da qui: non dal tentativo di rendere invisibili le difficoltà di una persona affinché possa assomigliare il più possibile agli altri lavoratori, ma dalla possibilità di chiedersi seriamente in quali condizioni quella persona possa lavorare bene.
Io, oggi, quella possibilità la sto chiedendo.
E voglio essere molto esplicita: questo articolo è anche una candidatura. Se un’azienda, un’associazione, una cooperativa, un ente o una persona che sta leggendo pensa che possa esistere un posto nel quale le mie caratteristiche possano convivere con il lavoro, vorrei che mi contattasse.
Non voglio promettere di riuscire ad adattarmi a qualsiasi ambiente. È esattamente ciò che non voglio più fare. Vorrei invece incontrare qualcuno disposto a chiedersi, insieme a me, in quale ambiente potrei riuscire a lavorare bene.
Io sono disponibile a provarci.
Contatto: fedeoak@yahoo.it
Si ringrazia l’Associazione Neuropeculiar per la segnalazione.
Ultimo aggiornamento il 19 Agosto 2026 da Simona