di Luisella Bosisio Fazzi*
Esaminando i dati riguardanti una recente indagine realizzata dall’Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, l’Italia fa un figurone, apparendo come un Paese “meraviglioso per le persone con disabilità”. La realtà, però, è ben altra, se è vero che quei dati favorevoli sulla discriminazione percepita nel nostro Paese si possono addirittura rovesciare, evidenziando proprio, al contrario, l’impellente necessità di rafforzare la cultura dei diritti delle persone con disabilità.

Com’è noto, l’Eurostat è l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, vale a dire una Direzione Generale della Commissione Europea che a fini statistici raccoglie ed elabora dati provenienti dagli Stati Membri dell’Unione, promuovendo il processo di armonizzazione della metodologia statistica tra gli Stati stessi.
Il 4 maggio scorso l’Eurostat ha pubblicato un articolo, presentando i risultati di un’indagine che ha esplorato la percezione della discriminazione tra le persone con disabilità. I risultati di tale indagine si riferiscono al 2024 e li sintetizziamo qui di seguito.
Nel 2024, dunque il 9,4% delle persone con disabilità nell’Unione Europea (con limitazione delle attività), di età pari o superiore ai 16 anni, si è sentito discriminato nei contatti con gli uffici amministrativi o i servizi pubblici, una percentuale più che doppia rispetto a quella registrata tra le persone senza disabilità (4,0%).
Nella ricerca di un alloggio, poi, l’8,2% delle persone con disabilità ha dichiarato di avere subìto discriminazioni, rispetto al 5,2% delle persone senza disabilità. Analogamente, negli spazi pubblici e negli istituti scolastici, un numero maggiore di persone con disabilità ha dichiarato di sentirsi discriminato rispetto alle persone senza disabilità: 5% contro 3% nei luoghi pubblici e 4,1% contro 2,3% negli istituti scolastici.
A livello generale, va detto che in tutti i Paesi dell’Unione la percentuale di persone con disabilità che si sono sentite discriminate negli uffici amministrativi e nei servizi pubblici è risultata superiore a quella delle persone senza disabilità. Le quote più elevate sono state registrate in Estonia (14,6%) e in Spagna (14,5%), seguiti da Belgio, Paesi Bassi e Svezia (rispettivamente 12,8%, 12,5% e 12,3%). Le quote più basse, invece, si sono registrate a Cipro e proprio in Italia (entrambe al 3,1%), oltreché in Croazia (4,3%) e in Ungheria (4,5%).
Poiché l’indagine non ha misurato la discriminazione “reale”, ma quella percepita dai rispondenti, le quote più basse registrate a Cipro e in Italia suggeriscono che in questi Paesi la percezione della discriminazione tra le persone con disabilità sia più contenuta, ma vediamo di seguito come interpretare meglio questi dati.
Nell’indagine dell’Eurostat, va detto subito, le domande proposte sono state del tipo “Negli ultimi 12 mesi ti sei sentita/o personalmente discriminata/o…?”. Specifici, inoltre, sono stati i contesti considerati, ossia gli uffici amministrativi e servizi pubblici, la ricerca di alloggio (ultimi 5 anni), gli spazi pubblici e le istituzioni educative. E ancora, come detto, nella definizione di disabilità è stata usata la formula “limitazione nelle attività abituali per almeno 6 mesi”, non quindi una diagnosi clinica. Tale scelta metodologica implica che non tutte le persone con disabilità vengano incluse e che non tutte le situazioni di discriminazione risultino rilevate.
Questi dati ci dicono dunque quante persone affermano di essersi sentite discriminate in questi contesti e non quanta discriminazione oggettiva esiste in uno specifico Paese. Secondo questa indagine, infatti, l’Italia risulterebbe uno dei Paesi “più virtuosi”, ma noi persone con disabilità e in generale il movimento della disabilità, sappiamo che nella realtà proprio così non è, se è vero che i Rapporti Alternativi ai vari Comitati ONU e altri Trattati Internazionali, redatti dagli specifici gruppi di lavoro e coordinati dal FID (Forum Italiano sulla Disabilità), descrivono una realtà fatta di frequenti discriminazioni e violazioni dei diritti umani nei confronti dei cittadini e delle cittadine con disabilità del nostro Paese.
Da questa indagine, quindi, l’Italia fa un figurone, apparendo come una realtà meravigliosa per le persone con disabilità… senza esserlo affatto. Ma entriamo ancor più nei dettagli.
Come detto, l’articolo di Eurostat ci racconta che l’Italia e Cipro hanno le quote più basse di persone con disabilità che nel 2024 hanno dichiarato di aver percepito una discriminazione negli uffici/servizi pubblici (3,1%). Questo, però, non significa affatto che in Italia la discriminazione sia bassa, che i servizi siano inclusivi e che le persone con disabilità siano rispettate. Significa solo che poche persone dichiarano di essersi sentite discriminate.
E qui entrano in gioco alcuni elementi che sarebbe assai utile approfondire, a partire dagli stessi limiti strutturali connessi al concetto di discriminazione auto-percepita. È del resto lo stesso Eurostat ad ammetterlo, nelle note metodologiche della propria indagine: la percezione soggettiva è influenzata da vari fattori, tra cui:
° La consapevolezza dei propri diritti: se non so che ho diritto all’accessibilità, alla comunicazione aumentativa, a un accomodamento ragionevole, posso vivere una violazione come “sfortuna”, come “normale”, “è così per tutti”, e non come discriminazione.
° Le aspettative interiorizzate: se mi aspetto di essere trattato/trattata male, o di non essere considerato/a, posso non nominare questo come “discriminazione”, ma come “la vita è dura”.
° Il contesto culturale e sociale: in contesti dove la discriminazione è normalizzata, la parola “discriminazione” viene usata poco, o solo per casi estremi (insulti, violenza esplicita), non per barriere strutturali, infantilizzazione o esclusione silenziosa.
° La paura di esporsi/la sfiducia nelle Istituzioni: se non credo che serva a qualcosa dirlo, o temo conseguenze, posso minimizzare o negare.
Quindi: un Paese può avere molta discriminazione reale e poca discriminazione percepita/dichiarata.
A questo punto, dunque, provo a formulare alcune ipotesi sul Paese Italia che conosco e sulla realtà che da anni esploro in àmbito di diritti delle donne con disabilità e delle persone con disabilità in generale.
Prima ipotesi: la normalizzazione delle barriere
Le barriere architettoniche, comunicative, organizzative sono così diffuse che diventano “lo sfondo”.
Se non entro mai in certi spazi, non arrivo nemmeno a vivere l’episodio discriminatorio in quel contesto specifico (es. uffici pubblici, università, certi servizi).
Seconda ipotesi: il ruolo della famiglia e la privatizzazione del problema
Molte persone con disabilità sono “mediate” dalla famiglia: è il familiare che va allo sportello, che parla con il medico, che compila i moduli. La persona con disabilità è meno esposta direttamente al contatto con l’Istituzione e quindi meno esposta a percepire e nominare la discriminazione in prima persona. Questo produce una sottorappresentazione dell’esperienza diretta.
Terza ipotesi: il linguaggio e la consapevolezza dei diritti
Il linguaggio dei diritti (discriminazione, accomodamento ragionevole, violenza istituzionale, violenza sessuale e domestica, salute riproduttiva, violazione della capacità legale…) è ancora poco diffuso.
Molte donne con disabilità, in particolare, non hanno strumenti per riconoscere come discriminazione:
° la negazione di una scelta sulla propria salute riproduttiva;
° la mancata informazione accessibile;
° la sostituzione sistematica del loro consenso con quello di familiari o operatori.
Quarta ipotesi: fiducia limitata nelle Istituzioni e nelle indagini
In un contesto di sfiducia, è frequente rispondere in modo “prudente”, non conflittuale. Oppure non si riconosce l’utilità di dichiarare discriminazione in un questionario statistico.
Quinta ipotesi: l’effetto “non è discriminazione, è burocrazia”
Molte esperienze di discriminazione vengono lette come “burocrazia che non funziona”, “mancanza di personale”, “tagli”, non come violazione di diritti legata alla disabilità.
Ma allora che cosa questa indagine non vede?
Se ci si limita alla condizione delle ragazze e delle donne con disabilità, essa:
° non entra nella violenza di genere, nella violenza domestica, nella violenza istituzionale;
° non guarda alla capacità legale, al consenso informato, alle decisioni sostitutive;
° non tocca direttamente i diritti sessuali e riproduttivi (sterilizzazioni forzate, aborto/contraccezione negati o imposti, maternità ostacolata);
° non intercetta la discriminazione intersezionale (essere donna, con disabilità, magari migrante, povera ecc.).
Quindi in base alle nostre esperienze di cittadini con disabilità questi dati sono parziali, potenzialmente fuorvianti, se letti senza contesto, ma anche utili da “rovesciare” criticamente, tramite un’interpretazione che parta dal vissuto delle persone con disabilità, inclusi i bambini/bambine, i giovani, le ragazze e le donne con disabilità, e che invece di respingere questi stessi dati, li usi per confutare questa narrazione autoassolutoria.
In concreto, pertanto, possiamo affermare che:
° Secondo l’Eurostat, l’Italia è tra i Paesi con meno discriminazione percepita dalle persone con disabilità negli uffici pubblici. Questo non significa affatto che la discriminazione non esista, significa che non viene riconosciuta, nominata, denunciata.
° Il dato basso sull’Italia è un indicatore di “sotto-riconoscimento” e “sotto-denuncia”, non di reale inclusione.
° Se le donne con disabilità non nominano come discriminazione la negazione del consenso, la sostituzione delle decisioni, la violenza sessuale e domestica, la sterilizzazione forzata, allora le statistiche ufficiali ci diranno che “va tutto bene”.
In conclusione, questi dati prodotti dall’Eurostat mostrano che in Italia solo una piccola quota di persone con disabilità dichiara di aver subito discriminazioni nei servizi pubblici. Questo, però, non indica un reale livello di inclusione, ma piuttosto un basso riconoscimento e una scarsa percezione della discriminazione.
In un contesto dove barriere, esclusione e sostituzione delle decisioni sono spesso normalizzate, molte violazioni non vengono percepite come tali. La mancanza di consapevolezza dei diritti, la mediazione familiare, la sfiducia nelle Istituzioni e l’assenza di strumenti accessibili per segnalare abusi contribuiscono a una forte situazione di sotto-denuncia. Per questo motivo, i dati sulla discriminazione percepita non possono essere letti come prova di un sistema inclusivo: al contrario, evidenziano la necessità di rafforzare la cultura dei diritti, soprattutto per le donne con disabilità, la cui esperienza di discriminazione e violenza rimane spesso invisibile nelle statistiche ufficiali.
In breve: se guardiamo solo ai dati di percezione, l’Italia sembra un Paese meraviglioso. Se però ascoltiamo le donne e gli uomini con disabilità, scopriamo tutta un’altra storia!
Un chiaro esempio, quindi, di Gaslighiting statistico, ossia di “statistiche ingannevoli”.
* Componente del Consiglio dell’EDF (European Disability Forum) e del FID (Forum Italiano sulla Disabilità). Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Vedi anche:
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.
Ultimo aggiornamento il 15 Maggio 2026 da Simona