È appena stata pubblicata la riedizione aggiornata di “Anni senza vita al Cottolengo” (Mimesis Edizioni, 2026), un “libro-testimonianza” nel quale Roberto Tarditi e Piero Defilippi – entrambi con disabilità – raccontano la propria esperienza di istituzionalizzazione e il loro percorso di emancipazione da quella situazione segregante. Ben volentieri ospitiamo il testo della premessa elaborato dai curatori del nuovo volume: Ciro Tarantino e Samuele Pigoni, mentre come Centro Informar un’h ci limitiamo a segnalare i motivi che, a nostro giudizio, rendono questa riedizione necessaria.

«Ci dicevano che noi del Cottolengo dovevamo pregare per i peccati altrui. Noi eravamo “i privilegiati di Dio”, quelli che Lui più amava, eravamo così per sua volontà. Secondo loro, io sarei diventato spastico per riscattare i peccati del mondo con la mia sofferenza.
Da piccolo anch’io accettavo questa spiegazione, in un certo senso mi rassicurava, era una spiegazione comoda: tutto era al suo posto, non c’era spazio per interrogativi inquietanti. Da una parte “i derelitti” nascosti e protetti dal mondo che è “cattivo”, dall’altra “i normali” che dovevano sentirsi in colpa perché fortunati e dovevano di conseguenza aiutare quei “poverini”», scrive Roberto Tarditi (1945-2021), autore, assieme a Piero Defilippi (1957-2021), della riedizione aggiornata dell’opera Anni senza vita al Cottolengo (Mimesis Edizioni, 2026, pag. 96), un “libro-testimonianza” nel quale i due uomini, entrambi con disabilità, raccontano la propria esperienza di istituzionalizzazione presso la Piccola casa della Divina Provvidenza – Cottolengo di Torino. Anni bui, anni tanti – trentacinque per Tarditi, ventiquattro per Defilippi –, prima di riuscire insieme ad emanciparsi da quella condizione di segregazione forzata. «Oggi finalmente posso vivere il confronto tra una vita forse più facile perché già tutta programmata dagli altri e un’altra il cui protagonista sono io: un’esistenza molto più difficile, più faticosa, ma tanto più ricca e stimolante. Non è vero quel che volevano farmi credere: che “fuori” c’è tanta cattiveria, che sarei solo stato preso in giro, che non avrei retto il confronto con gli altri. Io ho incontrato in questa realtà tanta gente buona e disponibile e soprattutto posso oggi dire con orgoglio che la mia presenza, la mia lotta quotidiana per strapparmi un posto nella società, ha fatto cambiare la mentalità di tante persone», osserva, in proposito, Defilippi (pag. 31).
Rispetto alla prima edizione (pubblicata da Rosemberg & Sellier nel 2000), quest’ultima presenta diverse importanti novità, a partire dal fatto che è stata riconosciuta la responsabilità autoriale di Tarditi e Defilippi (nell’edizione del 2000 erano individuati, anche in quarta di copertina, solo per nome). Sono poi state incorporate nel testo numerose fotografie. Immagini che mostrano, immagini che interrogano. Mentre il compito di curare il nuovo volume è stato affidato a Ciro Tarantino, professore di Sociologia del Diritto presso l’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa dove insegna Sociologia della disabilità, e Samuele Pigoni, segretario generale della Fondazione Time2 di Torino. È a loro filma la prefazione (Una scelta di vita) che, per gentile concessione, e con riconoscenza, pubblichiamo di seguito.
Ma prima di cedere la parola a Tarantino e Pigoni, pensiamo possa essere utile segnalare i diversi motivi che, a nostro giudizio, rendono questa riedizione necessaria. In primo luogo è importante osservare che Tarditi e Defilippi sono riusciti a conquistare la loro libertà quasi mezzo secolo fa, dunque ben prima che, con la ratifica della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (avvenuta con la Legge 18/2009), l’Italia si impegnasse a garantire «che l’esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà» (articolo 14, primo comma, lettera b). A ciò si aggiunga che sebbene oggi – in epoca post-Convenzione – superare la logica istituzionalizzante sia, a maggior ragione, possibile, nel nostro Paese l’istituzionalizzazione risulta in crescita (si veda: Istat, Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie – Al 1° gennaio 2024, rapporto pubblicato il 13 gennaio 2026.), e non è stato ancora predisposto alcun Piano Nazionale di deistituzionalizzazione. Notiamo poi che nonostante la Riforma della disabilità (come disciplinata dalla Legge Delega 227/2021 e da uno dei suoi decreti attuativi, il Decreto Legislativo 62/2024) offra strumenti operativi concreti per superare l’approccio incapacitante, paternalistico, abilista e segregante che sta alla base dell’istituzionalizzazione, la transizione verso l’orizzonte dell’esigibilità dei diritti umani sta incontrando molte resistenze anche in una parte significativa dell’associazionismo delle persone con disabilità.
«[…] mi fa paura il pensiero che la logica dell’istituto sia sempre in agguato», scrive Tarditi nella parte conclusiva dell’opera (pag. 173). È una paura condivisibile, ma individuare e divulgare esperienze di deistituzionalizzazione riuscita è uno degli antidoti più potenti ed efficaci per contrastarla. Infatti risulta veramente molto difficoltoso continuare a sostenere che un dato processo non si può attivare se qualcuno, con molti meno mezzi e tutele giuridiche di quelle di cui disponiamo attualmente, è riuscito a farlo. Anche questo – soprattutto questo –, rende la riedizione di Anni senza vita al Cottolengo davvero necessaria. (Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h)
Una scelta di vita. Nota di edizione

Un registro della presenza
La prima edizione di questo libro è uscita oltre un quarto di secolo fa[1]. Le vicende che vi si narrano hanno inizio oltre ottanta anni fa. L’evento-cardine del racconto – l’uscita di Piero e Roberto dal Cottolengo – risale a poco meno di mezzo secolo fa.
Nondimeno, questo vecchio libro è nostro contemporaneo, se contemporaneo è ciò che “tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio”[2]. E il suo tempo è di certo ancora il nostro: quello del lento insediamento, a partire dal Secondo dopoguerra, di una nuova configurazione sociale della disabilità contrassegnata dalla faticosa transizione dal “diritto all’essere” al “diritto all’esserci”, dal diritto alla mera sopravvivenza per assistenza al diritto alla piena partecipazione alla vita sociale su base di uguaglianza con gli altri[3]. E anche il fascio di tenebra che questo libro scruta è sostanzialmente lo stesso nel quale siamo ancora immersi, quello che sempre ammanta i luoghi di relegazione della disabilità e della vecchiaia, luoghi oscuri, anche in senso letterale, in cui – come ricorda Piero – “alle otto si tiravano giù le tapparelle anche d’estate quando era ancora chiaro”[4]; per questo, nella sua nuova casa, non aveva voluto che si mettessero le tende alle finestre[5].
Eppure, quando all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, Piero e Roberto hanno trovato la loro via d’uscita dall’istituto, questa materia oscura sembrava ormai in via di progressiva disgregazione: l’Italia aveva da poco abolito le classi differenziali, aveva appena sancito – evento epocale – la fine dell’era manicomiale, di lì a poco avrebbe chiuso gli istituti per minori e, all’inizio del nuovo secolo, avrebbe destituito persino i lugubri ospedali psichiatrici giudiziari[6]. Pertanto, l’H-apartheid[7] – il regime segregazionista di separazione e discriminazione delle persone con disabilità –, da tempo vigente, sembrava ormai destinato a un’inesorabile dissoluzione. Inaspettatamente, però, questo vasto e generalizzato programma di deistituzionalizzazione non ha investito i cronicari per la disabilità e la vecchiaia, la cui cupezza ha così continuato a ingrossare il cuore di tenebra del nostro tempo[8].
Per questo, le storie di Piero e Roberto non sono storie di ieri, ma raccontano di un’epoca tuttora segnata dalla tensione fra disponibilismo e indisponibilismo, fra rivendicazione del diritto a disporre liberamente della propria vita e presunzione di poter decidere della vita degli altri, dei loro modi d’essere, del come vivere, finanche del dove e con chi[9].
La questione trascende la problematica della dislocazione sociale dell’anomalia in luoghi di soggiorno più o meno obbligato, che ne è un mero riflesso. In questione è il governo delle vite: i dispositivi di riduzione del vivente a nuda vita, le forme di vita che una società ritiene legittime, le forme di vita in comune che una società reputa praticabili.
Nella storia di Piero e Roberto è, allora, in gioco nientemeno che la vita. Non per nulla il loro racconto è imperniato su di una scelta di vita, quella di una vita autonoma, che è una scelta di vita per tre ordini di ragioni: a) per l’impatto che ha sul corso della vita, ossia per il potenziale di deviazione della traiettoria esistenziale; b) perché è la scelta di un approccio alla vita, la scelta di un’etica dell’esistenza; c) perché, infine, è una scelta per la vita, in opposizione ai dispositivi di mortificazione propri delle istituzioni totaloidi[10]. In sostanza, dopo anni di “notti e giorni senza vita”, di larvata clausura in un “recinto protetto”[11], Piero e Roberto scelgono di vivere, fra gli altri, come gli altri. Pertanto, la loro scelta di vita è correlativamente una scelta di presenza, di presenza a sé e agli altri se – secondo il magistero di Ernesto De Martino – presenza è capacità di contrastare la sensazione di “essere-agito-da”[12] e “partecipazione progettante alla società […]”[13].

Probabilmente, allora, la più compiuta sintesi del senso del libro la offre una storica tavola in cui Ugo Guarino raffigura come solo nell’uscita dalla gabbia si manifesti l’impronta e la presenza dell’umano[14]. Cosicché, se si volesse assegnare questo libro a un genere, bisognerebbe classificarlo come una sorta di “registro della presenza”, un repertorio di contabilità esistenziale; categoria che non figura nel canone letterario. D’altra parte, per il modo sistematico in cui condensa pressoché ogni aspetto dei processi sociali di disabilitazione, delle meccaniche totalizzanti delle istituzioni e delle risorse vitali comunque disponibili, lo si può anche assimilare a un trattato breve; enchiridio che, per la sua scrittura densa e piana a un tempo, esige di essere letto con estrema lentezza, passo dopo passo, perché non presenta ridondanze, ogni enunciato rimanda a un preciso dato esperienziale. Di certo, è invece difficilmente ascrivibile all’autobiografia convenzionale: gliene mancano le venature apologetiche, i segni destinali, l’inclinazione teleologica. È un libro, infatti, dove desideri, speranze ed entusiasmi si scontrano continuamente con delusioni, stanchezze, rimpianti, ansie, paure; con l’indecisione, il dubbio e l’incertezza; col caso e le sue alterne vicende, come quello che innesca complicità insperate con un prete, una suora, una cognata, dei volontari, un gruppo di lotta contro l’emarginazione, un’insegnante o dei compagni di classe, in un’inattesa porosità dell’istituzione. Forse, però, la definizione che meglio lo inquadra è quella, in uso nella metodologia della ricerca sociale, di “autoetnografia”, intesa come “narrazione di un fenomeno sociale fatta a partire da una narrazione di sé”[15]. Più in dettaglio, sulla base delle sue caratteristiche, lo si può designare come un’autoetnografia implicita, collaborativa, di stampo emancipatorio.
Se, poi, dal piano delle forme dell’espressione ci si sposta a quello delle forme dell’intenzione, il libro risulta animato da una precisa tensione testimoniale. Roberto stesso, in un articolo del 2004, lo definisce “libro-testimonianza”[16]. Ma il bisogno di condividere la propria esperienza si manifesta, in realtà, ben prima di incanalarsi in un’idea di libro. Piero e Roberto, infatti, iniziano a raccontare la loro storia poco dopo essere usciti dal Cottolengo, prima in un’intervista, poi in un articolo, che costituiscono la matrice del volume a venire. L’intervista appare sul numero del 27 giugno 1982 di Com-Nuovi Tempi. Settimanale di fede, politica, vita quotidiana[17], nell’ambito di un’inchiesta curata dalla redazione torinese sul ruolo, materiale e simbolico, della Piccola Casa della Divina Provvidenza nella riproduzione della concezione tradizionale della attività caritativa e sul suo mancato investimento dal fermento della contestazione ecclesiale. L’intervista viene integralmente ripresa l’anno successivo nel numero di settembre di Prospettive assistenziali[18]. Un nuovo lungo articolo compare, poi, nel numero di giugno 1987 sempre di Prospettive assistenziali[19]. Il libro, dunque, nato circa vent’anni dopo che Piero e Roberto hanno lasciato l’istituto, è stato incubato a lungo e, come i testi che lo hanno anticipato, prende forma con un duplice intento testimoniale[20]. Da un lato, vuole testimoniare il differenziale di presenza che circola fra le stanze di vita quotidiana dell’istituzione e quelle di una vita autonoma. Dall’altro, in un tempo in cui la vita indipendente non aveva ancora uno specifico apparato normativo a riconoscerla e tutelarla, vuole testimoniare che si può fare, che, con gli adeguati supporti e sostegni, ognuno può vivere in contesti privi di torsioni istituzionalizzanti. In fondo, è la stessa esigenza di testimonianza del possibile che, negli anni precedenti, aveva mosso il gesto di Franco Basaglia prima che la legge 13 maggio 1978, n. 180, mettesse fine all’internamento asilare. Come Basaglia afferma durante la conferenza di Rio de Janeiro del 28 giugno 1979, riferendosi al periodo ante legem: “la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto”[21]. E aggiunge una considerazione sul valore persistente della testimonianza: “Magari – dice – i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale”[22].
Ora, pochi anni dopo la pubblicazione del libro, il “sogno” di Piero e la “speranza”[23] di Roberto dell’apertura per tutti delle porte degli istituti si tramuta in diritto innervando la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità[24], in base alla quale gli Stati parte devono garantire che “l’esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà” (art. 14, comma 1, lettera b) e riconoscono “il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone […]” (art. 19), anche assicurando che “le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione” (art. 19, lettera a).
Eppure, anche ora che Piero e Roberto non ci sono più – Roberto è morto all’inizio del 2021, Piero pochi mesi dopo –, la loro testimonianza non ha esaurito il suo compito, sia perché permane un significativo divario fra stato del diritto e stato di fatto, sia perché il ritorno a quella che Roberto definisce la “logica dell’istituto”[25] è una tentazione pruriginosa e ricorrente.
Tra l’altro, questo doppio regime di conservazione sociale della soluzione asilare – come riserva di pensabilità recondita e di disponibilità di fatto – conferisce ad Anni senza vita al Cottolengo una natura duale: è il libro della scelta personale e dell’indecisione collettiva.
E proprio perché un rigurgito di pulsioni segregazioniste – come scrive Roberto – è “sempre in agguato”[26], anche quando saranno cessati gli ultimi rantoli dell’istituzione totale difficilmente si potrà assecondare l’aspirazione di questo libro a consegnarsi alla placida quiete dell’inattuale.
Eccolo, intanto, chiamato ancora una volta al banco dei testimoni.
Corpus fotografico
Questa edizione è interpolata da immagini fotografiche poste al termine di ogni capitolo, in modo che l’immaginario generato dalla cooperazione interpretativa del lettore possa avere un termine di confronto con immagini dal vero, a parziale compensazione della loro rarità nell’archivio audiovisivo della nostra cultura.
Tranne la prima – che ritrae Piero e Roberto nel corso di una manifestazione per il diritto alla vita indipendente tenutasi a Torino nel novembre 2017[27] –, le immagini riproducono un corpus fotografico che si compone di scatti realizzati da Michelangelo Durazzo (1935-1993) all’interno dell’istituzione Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo di Torino intorno al 1973. Le immagini sono tratte da fotografie monocromatiche stampate su spessa carta analogica in formato 20×30 cm. Le stampe, tutte inedite, sono di proprietà della Fondazione Time2 di Torino.
Criteri di edizione
In accordo con ULCES OdV – Unione per la lotta contro l’emarginazione sociale, titolare dei diritti, e con Emilia De Rienzo e Claudia De Figueiredo, che nella prima edizione figuravano quali autrici, il testo viene riedito a nome di Piero Defilippi e Roberto Tarditi con la collaborazione di Emilia De Rienzo e Claudia De Figueiredo. In prima edizione Piero e Roberto venivano individuati, anche in quarta di copertina, solo per nome. Nel tempo nuovo di questa edizione, e col rispetto che si deve al fondamentale ruolo svolto dalla penna sensibile di Emilia De Rienzo e Claudia De Figueiredo, si è optato perché la presa di parola di Piero e Roberto emergesse anche sotto il profilo del riconoscimento autoriale. La scelta è stata operata anche in ragione del fatto che lo stile narrativo del libro ricalca quello impiegato da Piero e Roberto nelle interviste e negli articoli che ne hanno costituito il primo nucleo. In questo modo, infine, il racconto in prima persona si trova allineato all’identità dei narratori.
Nel testo, la nominazione “Pierino” è stata sostituita con “Piero” in tutte le occorrenze, tranne che in due casi di eterodenominazione, in concordanza con l’uso che si rinviene negli articoli e nelle interviste in cui gli autori hanno ripercorso la loro esperienza. Il medesimo uso si rinviene negli articoli citati a firma di Emilia De Rienzo.
Nel rispetto del regime discorsivo dell’epoca in cui il testo si è originato, il lessico dell’handicap non è stato traslato in quello della disabilità.
Al testo sono stati apportati meri adattamenti redazionali, sono stati corretti alcuni refusi e in poche occasioni si è intervenuti sulla punteggiatura.
Per lo specifico valore documentario è stata conservata la Presentazione della prima edizione.
L’esergo è stato spostato dopo la Presentazione della prima edizione ed è stato rivisto filologicamente.
In un numero esiguo di casi sono state inserite note di curatela contrassegnate con la sigla [N.d.C.].
Crediti
Un particolare ringraziamento a ULCES OdV – Unione per la lotta contro l’emarginazione sociale, per aver condiviso e permesso il progetto di riedizione, e alla Fondazione Time2 per la gentile concessione delle immagini fotografiche di Michelangelo Durazzo.
Ciro Tarantino, Samuele Pigoni
Reali case de’ matti di Aversa – Torino, gennaio 2026.
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[1] Rosenberg & Sellier, Torino 2000.
[2] G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, nottetempo, Roma 2008, p. 13.
[3] Cfr. C. Tarantino, La legittima stranezza. Studio preliminare su disabilità e diritto all’esserci, in “Materiali per la storia della cultura giuridica”, n. 2, 2021, pp. 351-372.
[4] Infra, cap. 17, p. 139.
[5] Cfr. ibidem.
[6] Legge 4 agosto 1977, n. 517 (Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico); Legge 13 maggio 1978, n. 180 (Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori); Legge 28 marzo 2001, n. 149 (Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”, nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile); Decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211 (Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri), convertito con modificazioni dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9.
[7] Cfr. C. Tarantino, Il pensabile e l’inenunciabile. Note sull’H-apartheid, in E. Valtellina (a cura di), Sulla disabilitazione. Introduzione ai Disability Studies, UTET Università, Milano 2025, pp. 67-79.
[8] Cfr. G. Merlo, C. Tarantino (a cura di), La segregazione delle persone con disabilità. I manicomi nascosti in Italia, Maggioli, Santarcangelo di Romagna 2018; G. Merlo, C. Tarantino (a cura di), Economia politica della segregazione, numero monografico di “Minority Reports. Cultural Disability Studies”, n. 2, 2019; C. Tarantino (a cura di), Il soggiorno obbligato. La disabilità fra dispositivi di incapacitazione e strategie di emancipazione, Il Mulino, Bologna 2024.
[9] Cfr. C. Tarantino, C.M. Marchisio, Gli spiriti della legge. Sulle tensioni istituenti del decreto legislativo 62/2024 in tema di progetto personalizzato per le persone con disabilità. Uno studio di animismo giuridico, in “Sociologia del diritto”, n. 1, 2025, pp. 353-371.
[10] Sulla nozione, cfr. C. Tarantino, “Per ordine di giustizia”. Su alcuni casi di internamento di fatto, in “aut aut”, n. 398, pp. 166-177.
[11] Espressioni impiegate da Roberto, cfr. infra, cap. 8, p. 78.
[12] E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano 1996 (I ed. 1959), pp. 98-103, 181 (ed. a cura di M. Massenzio, F. Dei, Einaudi, Torino 2024).
[13] E. De Martino, Scritti filosofici, a cura di R. Pastina, Il Mulino, Bologna 2005, p. 94.
[14] U. Guarino, “La libertà è terapeutica” (1972), in Id., Zitti e buoni! Tecniche del controllo, presentazione di F. Ongaro Basaglia, Feltrinelli, Milano 1979, p. 144.
[15] L. Gariglio, Autoetnografia. Un metodo di ricerca fra scienze sociali, arte e letteratura, Carocci, Roma 2025, p. 23. Cfr., anche, Id., Autoetnografia, in M. Cardano, L. Gariglio, Metodi qualitativi. Pratiche di ricerca in presenza, a distanza e ibride, Carocci, Roma 2023, pp. 151-186.
[16] Cfr. R. Tarditi, Dal Cottolengo a casa mia, in “Prospettive assistenziali”, n. 145, 2004. L’intenzione testimoniale viene posta a fondamento del progetto di volume anche da E. De Rienzo nell’articolo Roberto e Piero: dall’assistenzialismo emarginante ai diritti civili, in “Prospettive assistenziali”, n. 136, 2001.
[17] Il Cottolengo, un pilastro della presenza cattolica a Torino, in “Com-Nuovi Tempi. Settimanale di fede, politica, vita quotidiana”, n. 23, 27 giugno 1982.
[18] L’intervista, senza titolo, è inserita in un articolo intitolato redazionalmente Il Cottolengo: un pilastro dell’emarginazione, in “Prospettive assistenziali, n. 63, 1983.
[19] Cfr. “Nuovi” istituti, vecchia emarginazione e gli stessi danni: la storia di Roberto e Piero per continuare a riflettere, in “Prospettive assistenziali”, n. 78, 1987. E. De Rienzo si riferisce già a questo articolo come testimonianza in Riflessioni sulla mostra “Compagni silenziosi” organizzata dal Cottolengo di Torino, in “Prospettive assistenziali”, n. 100, 1992.
[20] L’intento testimoniale si rinviene anche in scritti successivi al libro. Cfr., per esempio, R. Tarditi, Dal Cottolengo a casa mia, cit.; Id., Dall’esclusione al diritto alla vita indipendente: un percorso possibile, in “A”, n. 331, 2007/2008; Id., Essere umani? I miei anni senza vita al Cottolengo, in “Prospettive assistenziali”, n. 195, 2016.
[21] F. Basaglia, Conferenze brasiliane, a cura di F. Ongaro Basaglia, M.G. Giannichedda, Raffaello Cortina, Milano 2018, p. 138.
[22] Ibidem.
[23] Cfr., infra, cap. 22, pp. 172.
[24] Adottata, con Protocollo opzionale, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 61/106 del 13 dicembre 2006 (A/RES/61/106) ed entrata in vigore il 3 maggio 2008. Ratificata e resa esecutiva dall’Italia con legge 3 marzo 2009, n. 18.
[25] Infra, cap. 22, pp. 172-173.
[26] Ibidem.
[27] Cfr. il dossier “Liberi di fare”. Per il diritto all’assistenza personale per poter vivere una vita indipendente, in “Il Nostro Foglio”, n. 75, 2018, pp. 9-16.
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Estremi dell’opera
Piero Defilippi e Roberto Tarditi, Anni senza vita al Cottolengo. Il racconto e le proposte di due ex ricoverati, a cura di Ciro Tarantino e Samule Pigoni, Collana: Minority Reports, Sesto San Giovanni (MI), Mimesis Edizioni, 2026, 176 pagine, 18 euro.
Gli autori
Piero Defilippi (1957-2021) e Roberto Tarditi (1945-2021), dopo essere usciti dal Cottolengo, hanno fondato l’associazione Mai più istituti d’assistenza e hanno dedicato la loro vita nuova al movimento per i diritti delle persone disabili.
Sinossi
Piero, nato nel 1957, focomelico, con dei moncherini di braccia e gambe, è stato ricoverato per ventiquattro anni al Cottolengo di Torino; Roberto, nato nel 1945, con tetraparesi spastica, nello stesso istituto è stato ricoverato per trentacinque anni. In questo libro, Piero e Roberto raccontano i loro lunghi anni passati all’interno dell’istituto e la scelta di uscirne per vivere fra gli altri, come gli altri. Testimonianza esemplare sulla dignità sociale e la libertà personale, scritta quando il diritto a una vita autonoma non aveva ancora ricevuto un esplicito riconoscimento giuridico, questa storia non smette di interrogare la coscienza di una democrazia che conserva oscure sacche di relegazione della disabilità.
Ultimo aggiornamento il 7 Maggio 2026 da Simona