Intervista di Maurizio Cocchi a Giampiero Griffo*
«La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – dice Giampiero Griffo – riafferma un principio che per millenni è stato cancellato: l’applicazione dei diritti umani alle persone con disabilità. Prima di questo documento internazionale, ciò non era mai stato riconosciuto in un documento legale a livello internazionale». Ripercorriamo dunque un lungo percorso storico in questa intervista di Maurizio Cocchi a Griffo, per arrivare all’oggi, e parlare di leggi, associazioni, giovani, mass-media e molto altro ancora.

Siamo a vent’anni dall’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ma sembra che le cose non vadano ancora per il verso giusto. È necessario capire cosa freni questo processo: lo stigma che fin dall’antichità colpisce le persone con disabilità non solo resiste, ma sembra diffondersi e ramificarsi. Come spieghi questo fenomeno, Giampiero?
«Il tema centrale è la ricostruzione di un aspetto spesso trascurato nella pratica di trasformazione introdotta dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità. La Convenzione riafferma un principio che per millenni è stato cancellato: l’applicazione dei diritti umani alle persone con disabilità. Prima di questo documento internazionale, ciò non era mai stato riconosciuto in un documento legale a livello internazionale.
Se ripercorriamo la storia, partendo dai Greci e dai Romani, vediamo i trattamenti atroci cui siamo stati sottoposti. A Sparta i neonati con malformazioni venivano abbandonati sul Monte Taigeto perché non considerati potenziali soldati; lo stesso Aristotele condivideva l’idea che queste persone dovessero essere soppresse. A Roma, le Leggi delle Dodici Tavole imponevano che il bambino malformato fosse ucciso o gettato dalla Rupe Tarpea. Persino Seneca, filosofo della temperanza, sosteneva che i bambini “difettosi” dovessero essere eliminati. Fin dall’antichità, l’idea che la malformazione psicofisica non dovesse essere accettata era radicata nella società.
Dopo la caduta dell’Impero Romano, per tutto il Medioevo le persone con limitazioni funzionali potevano, nel migliore dei casi, vivere come mendicanti. Nonostante il Cattolicesimo abbia introdotto il concetto di “persona”, questo non includeva effettivamente le persone con disabilità, spesso viste come la conseguenza di una sorta di maledizione divina. Anche nel Buddhismo troviamo l’idea che una condizione come la poliomielite sia il frutto di colpe commesse in una vita precedente.
Con la Rivoluzione Industriale, quindi, le persone con disabilità avrebbero iniziato ad essere considerate prevalentemente come “improduttive” e già dopo la Guerra dei Trent’anni nel Seicento, erano comparse le prime forme di istituzionalizzazione per i reduci di guerra: l’Hôtel des Invalides in Francia è il capostipite di questi ospedali segreganti che oggi chiameremmo istituti.
Successivamente, questa pratica si è estesa alla salute mentale e alla disabilità intellettiva. Tra il Seicento e il Settecento, i centri caritativi religiosi assunsero caratteristiche “curative” e nello stesso tempo nacquero i manicomi. Tuttavia, quella “cura” significava separazione dalla società: vivere in un luogo chiuso perché la limitazione funzionale non era accettata e le persone rinchiuse erano appunto considerate non in grado di vivere in società».
Tra Ottocento e Novecento, poi, nascono le scienze mediche moderne e cosa accade?
«Accade che si iniziano a categorizzare le patologie e a definire la gravità dei livelli di limitazione. Dopo la prima guerra mondiale, con 8 milioni e mezzo di reduci feriti e mutilati, sia soldati che civili, si scelse di affrontare il problema basandosi esclusivamente sulle loro caratteristiche sanitarie. Si adottarono i princìpi di risarcimento elaborati in Germania alla fine dell’Ottocento per gli invalidi del lavoro e di guerra. Quando si sente dire che qualcuno è “invalido al 100%”, quella cifra non dice nulla sulla persona, ma solo sulla sua condizione patologica, producendo una lettura criminalizzante e negativa della persona stessa, creando un’immagine di totale incapacità.
La continuità nel tempo di questo stigma è diventato senso comune. La società accetta l’idea che chi si muove in sedia a rotelle, chi non vede e non sente, chi ha una disabilità intellettiva e relazionale sia una persona “malata” o “incapace”. Nel mio caso, quel “100%” dimentica che io sono laureato, che ho visitato 75 Paesi, che ho condotto una vita indipendente e che sono stato leader di movimenti internazionali. Pregiudizi simili sono radicati persino tra chi dovrebbe sostenere l’inclusione: studi recenti indicano infatti che circa il 70% degli aspiranti insegnanti di sostegno nutre pregiudizi verso gli alunni con disabilità.
Nel 2016, a Ginevra, la valutazione del primo decennio della Convenzione ONU ha evidenziato che l’ostacolo principale rimane il sistema di welfare basato sul modello medico/individuale. Lo stigma è stato introiettato dalle Istituzioni e dalle stesse famiglie, portando le persone con disabilità a credere di essere loro “sbagliate”, anziché capire che è la società che le discrimina e le esclude. La Convenzione ONU mette in crisi questo modello: la disabilità non è la mia limitazione funzionale psicofisica, ma l’incontro tra quella condizione e le barriere, gli ostacoli e le discriminazioni che mi “disabilitano”.
L’eredità culturale di questo stigma è l’abilismo, l’idea cioè che chi progetta un prodotto, un servizio o una città debba pensare solo a chi non ha limitazioni. È una visione contro natura, perché l’essere umano perfetto non esiste. Siamo tutti cittadini e cittadine con caratteristiche differenti. La sfida è far riconoscere la cittadinanza in uguaglianza di opportunità per tutti, tutelando i diritti umani. Per questo serve l’empowerment, cioè combattere l’impoverimento individuale e sociale a cui siamo stati sottoposti: le persone con disabilità devono essere i soggetti della propria emancipazione».

Questo ragionamento è molto solido per le disabilità fisiche e sensoriali, ma sembra più difficile da applicare alle disabilità intellettive e psichiche.
«Anche qui credo ci sia molto da discutere. Franco Basaglia diceva che “visto da vicino, nessuno è normale”. Ognuno di noi ha limiti: chi non è portato per la matematica, chi ha poca memoria, chi è goffo. Ogni essere umano ha un funzionamento diverso. La perfezione non esiste. Gli 8 miliardi di esseri umani che abitano il nostro pianeta sono tutti diversi e hanno in varie forme piccole e grandi limitazioni funzionali.
Per la disabilità intellettiva, la definizione migliore (accolta anche dall’AAIDD, la Società Americana di Disabilità Intellettiva e Relazionale) è proprio quella di “funzionamento differente”. Non manca qualcosa a queste persone: esse funzionano in modo diverso, con propri comportamenti, linguaggi e potenzialità. Se non vengono comprese e trattate sulla base del loro modo di funzionamento, di un’attività tecnica e umana capace di valorizzarle culturalmente e socialmente come cittadini, restano etichettate come “incapaci”.
Recentemente, un teologo cieco neozelandese ha sollevato un punto critico nella teologia cattolica: dove sono collocate le persone con disabilità? Spesso vengono viste in tre modi: come testimonianza della sofferenza di Cristo sulla croce (ma io non soffro per la poliomielite, sento invece una sfida ad essere incluso!), come soggetti di carità (tornando ad essere oggetti) o come persone prive di autodeterminazione. Finché vengono valutate come “mancanti di qualcosa”, si continuerà a investire poco su di loro, relegandole in istituti o in centri diurni a “fare la plastilina” per tutta la vita!
Anni fa, un’indagine della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità) nei centri diurni lombardi raccolse lo sfogo di una persona con disabilità intellettiva: “Che palle, mi fanno fare solo la plastilina!”. Questa è la mortificazione dei diritti umani che nasce dallo stigma e dalla mancata comprensione delle potenzialità delle persone. Paradossalmente, i dati Eurostat dicono che in Europa il numero di persone in istituto sta crescendo, nonostante la Convenzione ONU dica e chieda l’esatto opposto. Anche in Italia, nei Decreti Attuativi della Legge Delega 227/2021, la parola “deistituzionalizzazione” è stata bandita rispetto alle intenzioni originarie della legge stessa che la prevedeva».
Noi attivisti cerchiamo di adeguare la normativa alla Convenzione, sperando che questo porti un cambiamento culturale. Ma siamo indietro: i mass-media, infatti, non affrontano il problema adeguatamente. Fortunatamente ci sono giovani che attaccano l’abilismo. Secondo te, le Associazioni dovrebbero avere un ruolo più incisivo?
«Il salto culturale sancito dalla Convenzione ONU è enorme. Se prendiamo il Decreto Legislativo 62/2024, applicativo della citata Legge Delega 227/2021, vediamo che introduce la definizione di persone con disabilità della Convenzione, ma chi valuta ancora le persone? I medici legali dell’INPS. Finché l’accesso ai diritti e ai benefìci dipenderà dunque solo da una percentuale di invalidità, la nostra vita sarà decisa da un parametro esclusivamente sanitario.
L’articolo 26 della Convenzione (Abilitazione e riabilitazione), spesso non applicato in Italia, distingue la “salute” dalla riabilitazione e dall’”abilitazione”. La riabilitazione serve a recuperare funzioni perdute o limitate, ma l’abilitazione interviene sulle persone che hanno limitazioni funzionali per farle accedere a tutti i diritti: sociali, educativi, lavorativi, vita indipendente ecc. L’approccio abilista-riabilitativo ha spesso peggiorato le condizioni delle persone: nel mio caso, ad esempio, sono stato operato più volte per “mettermi in piedi”, ma dopo 15 anni di fatica con le stampelle ho rotto le spalle e sono tornato in carrozzina in condizioni peggiori di prima. Avrei potuto imparare a vivere bene in sedia a rotelle da subito, se il modello non fosse stato così ossessionato dalla “normalizzazione” medica e da standard di salute abilisti.

Dal canto loro, le Associazioni devono cambiare passo: non fermarsi alla logica del “dateci i soldi”, che scarica le responsabilità sociali della disabilità sulle famiglie, e impiegare maggiore impegno e capacità di sviluppare l’empowerment delle persone e di tutela dei diritti umani. In altre parole, devono formare le persone a considerarsi cittadini e cittadine titolari di diritti.
La Legge 227/2021 ha introdotto nei Comuni con più di 50 dipendenti la figura del responsabile dell’inclusione e dell’accessibilità, che dovrebbe pianificare il superamento delle barriere ambientali e favorire l’inclusione in tutti gli àmbiti di competenza comunale (accessibilità fisica e digitale, inclusione lavorativa, educativa e sociale, progettazione di servizi ed azioni positive ecc.). Eppure, molte Associazioni non ci stanno lavorando, pur avendo un nuovo potere di interlocuzione con i Comuni e restando concentrate solo su un aspetto della condizione di disabilità, ossia il tema della limitazione funzionale, dimenticando le barriere fisiche, sociali e culturali (mancanza di pari opportunità e discriminazioni).
I giovani hanno una consapevolezza maggiore e premono per progetti di vita indipendente, partecipati e personalizzati. È un concetto innovativo che però fatica a entrare nelle università e nei sistemi di welfare, ancora troppo rigidi e gestiti dagli operatori senza un confronto reale con le persone e con le famiglie. Se le persone non vengono formate, non avranno mai gli strumenti per confrontarsi alla pari con i tecnici. Così come questi ultimi dovrebbero essere formati sulla base della Convenzione ONU.
Infine, i mass-media restano influenzati dallo stigma e nonostante qualche buona prassi, il linguaggio e la percezione generale rimangono ancorati a una visione medico-individualistica che ci penalizza e continua a stigmatizzarci.
* Giampiero Griffo è attivista per i diritti umani, studioso dei diritti delle persone con disabilità, membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled People’s International) e del Consiglio dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità; Maurizio Cocchi è pedagogista, già presidente di Cooperativa Sociale, attivista per le persone con disabilità (info@mauriziococchi.net). Entrambi sono persone con disabilità motoria e firme della testata «Superando», sulla quale il presente testo è già stato pubblicato. Informare un’h lo riprende da quest’ultima, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
La versione video della presente intervista di Maurizio Cocchi a Giampiero Griffo è visibile in YouTube nel canale presente a questo link e direttamente a quest’altro link.
Ultimo aggiornamento il 24 Aprile 2026 da Simona