Menu Chiudi

La “Barbie autistica”: ogni rappresentazione sbagliata è un altro giorno passato a dimostrare di esistere

di Marie Helene Benedetti*

«La cosiddetta “Barbie autistica” – scrive Marie Helene Benedetti – viene presentata come “un passo avanti verso l’inclusione”. Ed è proprio per questo che va guardata con attenzione chirurgica. Perché gli stereotipi più dannosi oggi non sono quelli violenti, ma quelli gentili. Perché ogni rappresentazione sbagliata non è neutra. È un altro giorno passato a dimostrare di esistere».

«Stereotipo [ste-re-ò-ti-po] modello ricorrente e convenzionale di comportamento, di discorso, di rappresentazione».
Non è rabbia preventiva. Non è rifiuto ideologico. È lucidità.
La cosiddetta Barbie autistica lanciata da Mattel viene presentata come «un passo avanti verso l’inclusione». Ed è proprio per questo che va guardata con attenzione chirurgica. Perché gli stereotipi più dannosi oggi non sono quelli violenti, ma quelli gentili.
Cuffie antirumore. Fidget spinner. Abiti comodi. Colori morbidi. Una Barbie carina, composta, presentabile. Questo è l’autismo che piace. Quello che non disturba. Quello che non mette in crisi nessuno. Ma l’autismo non è una checklist sensoriale. Non è «le danno fastidio i rumori». Non è un accessorio da aggiungere per sentirsi inclusivi. Ridurre l’autismo a questo significa stereotiparlo e non rappresentarlo.

La comunità autistica ha rifiutato il blu perché scelto da neurotipici e perché dipinge un solo tipo di autismo. Ha condannato il puzzle perché racconta un’idea tossica: un pezzo mancante, qualcosa da aggiustare, un errore da risolvere.
Non erano polemiche estetiche. Erano prese di posizione politiche e identitarie. Ma cambiare colore dal blu a un arcobaleno di colori che rappresentasse uno spettro, sostituire il puzzle con il simbolo dell’infinito che rappresentasse un’infinità di caratteristiche tutte diverse non basta, se il meccanismo resta lo stesso: un’autismo semplificato, addomesticato, reso compatibile con lo sguardo neurotipico.

Questa Barbie è bella, e questo è un problema, perché moltissime persone autistiche – soprattutto donne – non si sentono belle, né adeguate nel proprio corpo. Vivono disforia di genere, rifiuto dell’immagine, conflitto con il genere, con la femminilità, con l’estetica imposta.
Molte sono dark. Punk. Stravaganti. Fuori asse. Dove sono in questa rappresentazione? Non pervenute. Non perché non esistano. Ma perché non vendono.

Lo stereotipo fa una cosa precisa: decide chi è “abbastanza autistico” per essere creduto.
Produce:
° diagnosi negate
° donne invisibili
° adulti ignorati
° persone costrette a giustificarsi
° masking cronico
° stanchezza esistenziale.
Il messaggio implicito è devastante: se non sei così, allora non sei davvero autistica. Perchè è proprio questo che accade, anche con alcuni neuropsichiatri e psichiatri che non si sono specializzati a dovere in autismo, con maestri e professori, con psicologi mal formati e male informati, con pedagogisti, con psicomotricità, con logopedisti e con la società tutta.
Gli stereotipi uccidono lentamente, soprattutto chi già fatica a farsi riconoscere, a farsi accettare e a farsi rispettare con le proprie caratteristiche. Paradossalmente, chi ne subisce di più gli effetti sono proprio quegli autistici che con le dovute attenzioni potrebbero integrarsi meglio nella società, se gli si riconoscessero le dovute difficoltà concedendo loro le strategie necessarie alla loro inclusione.

Mattel dichiara di aver lavorato con un’associazione di persone autistiche, Autistic Self Advocacy Network. Ed è giusto dirlo. Ma va detto tutto. Perché:
° la comunità autistica non è monolitica
° una collaborazione non equivale a rappresentatività totale
° “fatta con” non significa “parla per tutte e tutti”.
Ed è sconvolgente che proprio Autistic Self Advocacy Network abbia dato un contributo a rafforzare questo ennesimo schiaffo alla categoria.
Il punto non è l’intenzione. Il punto è l’effetto. E l’effetto è che una specifica visione dell’autismo diventa lo standard pubblico. Tutto il resto resta fuori campo. Ancora una volta.
Le persone coinvolte non detengono il potere narrativo finale. Quel potere resta all’azienda, alle logiche di mercato, alla vendibilità.
La domanda vera non è «avete consultato persone autistiche?», la domanda vera è «quali persone autistiche avete scelto di ascoltare e quali avete deciso di non rappresentare perché scomode?».

E c’è anche un dolore più sottile, raramente nominato. Quello di vedersi promettere riconoscimento e ritrovarsi invece nuovamente esclusi e in balia di tutto ciò che ci ha sempre calpestati e reso la vita drammatica. Quello di dover spiegare, ancora, perché non si assomiglia al modello ufficiale. Quello di sentirsi dire: «Ma guarda, adesso ci sono anche le Barbie come te», sapendo che non è vero.
Non chiediamo bambole perfette. Chiediamo di non essere ridotti a concept rassicuranti. Perché ogni rappresentazione sbagliata non è neutra. È un altro giorno passato a dimostrare di esistere.

 

* Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo. Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

 

Ultimo aggiornamento il 16 Gennaio 2026 da Simona