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Deistituzionalizzazione, diritti e linguaggio della cura: da Basaglia alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

di Maria Rosaria D’Oronzo*

«La deistituzionalizzazione, non è un processo clinico, ma una scelta politica sulla libertà e sull’eguaglianza», afferma la psicologa Maria Rosaria D’Oronzo proponendo una riflessione nella quale, pur senza sminuire il valore dell’opera di Franco Basaglia, mette in luce i limiti teorici e politici della stessa in riferimento al tema della deistituzionalizzazione. In particolare l’approccio basagliano si è rivelato «incapace di mettere pienamente in discussione il nesso tra sofferenza psichica e sospensione della cittadinanza», osserva D’Oronzo. Si tratta di un approccio ormai superato dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che invece nega che la sofferenza psichica possa essere utilizzata per «giustificare la segregazione, la sostituzione della volontà o la sospensione della cittadinanza». Ne emerge una tensione tra cura e cittadinanza che qui in Italia era già stata affrontata – con successo – dall’esperienza di Giorgio Antonucci molti anni prima che la Convenzione ONU venisse concepita.

“Fuori dalla paura c’è un sole bellissimo”, scritta su una facciata dell’ex manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma (foto tratta dal blog “Angoli fuori dal tempo”).

La deistituzionalizzazione è spesso raccontata come l’eredità diretta dell’opera di Franco Basaglia. Questa narrazione, tuttavia, rischia di oscurarne i limiti teorici e politici. Basaglia ha avuto il merito storico di smascherare il manicomio come istituzione totale, mostrando come esso non fosse un luogo di cura, ma un dispositivo di esclusione fondato sulla sospensione dei diritti e sull’annullamento della soggettività. Il manicomio non produceva salute: produceva la malattia che pretendeva di curare.

All’interno di questa critica si colloca il ruolo della comunità terapeutica, che Basaglia concepisce non come modello alternativo stabile, ma come spazio transitorio funzionale allo smantellamento dell’istituzione manicomiale. In L’istituzione negata Rapporto da un ospedale psichiatrico (Einaudi, 1970), la comunità terapeutica è utilizzata come dispositivo di rottura: un luogo in cui le gerarchie vengono messe in crisi, la parola restituita ai ricoverati e il funzionamento dell’istituzione temporaneamente sospeso. Non è un fine, ma un mezzo. Basaglia è consapevole che, se cristallizzata, anche la comunità terapeutica può trasformarsi in una nuova istituzione totale, riproducendo rapporti di dipendenza e controllo sotto forme più umane.
Tuttavia, questa consapevolezza non si traduce mai in un rifiuto radicale del linguaggio medico-psichiatrico che fonda l’istituzione stessa. Il manicomio viene negato come luogo, ma non come grammatica del sapere e del potere. La libertà resta pensata come esito di un processo terapeutico e non come diritto originario. In questo senso, la deistituzionalizzazione basagliana rimane un processo interno alla psichiatria, incapace di mettere pienamente in discussione il nesso tra sofferenza psichica e sospensione della cittadinanza.

Questo limite emerge con particolare chiarezza se si mette in rapporto il progetto basagliano con la deistituzionalizzazione affermata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. La Convenzione ONU non propone una riforma della psichiatria, né una sua umanizzazione. Sposta il problema su un piano radicalmente diverso: quello dei diritti umani. Non si chiede come curare meglio la sofferenza, ma nega che essa possa giustificare la segregazione, la sostituzione della volontà o la sospensione della cittadinanza. Vivere nella comunità non è un obiettivo terapeutico, ma un diritto originario.

In questo quadro, ogni forma istituzionale residenziale separata rappresenta un rischio intrinseco di violazione dei diritti. La Convenzione ONU non ammette spazi “di mezzo”, né stabili né transitori, perché nega il presupposto stesso che legittima una fase separata dalla vita sociale. Non esiste un “prima terapeutico” e un “dopo sociale”: la vita nella comunità ordinaria non è la conclusione di un percorso di normalizzazione, ma il punto di partenza. Qui non vi è contraddizione con Basaglia, ma uno scarto di paradigma: ciò che per Basaglia è una transizione necessaria, per la Convenzione ONU è una sospensione illegittima del diritto.
Alla luce di questo paradigma, l’idea secondo cui «le malattie mentali sono malattie come tutte le altre» appare profondamente problematica. Questa formula, lungi dal ridurre lo stigma, naturalizza una sofferenza che è invece prodotta e modulata da relazioni sociali, disuguaglianze e dispositivi di potere. I sistemi diagnostici, come il DSM [Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, N.d.R.], non si limitano a descrivere la sofferenza: la organizzano, la classificano e la rendono governabile. Finché il linguaggio medico resta il principio ordinatore dell’intervento, l’istituzione può sempre ripresentarsi sotto forme nuove e diffuse.

In Italia, questa tensione tra cura e cittadinanza è stata affrontata in modo radicale dall’esperienza di Giorgio Antonucci. Antonucci non si limita a spostare la cura fuori dall’istituzione, ma mette in questione la psichiatria stessa come sapere che autorizza il controllo. Le sue pratiche territoriali rifiutano il ricovero, la comunità terapeutica stabile e la diagnosi come fondamento dell’intervento, anticipando concretamente il paradigma della Convenzione ONU: il supporto non sostituisce la libertà, ma la presuppone [a tal proposito si veda anche il contributo di D’Oronzo intitolato “L’approccio no-psichiatrico e la deistituzionalizzazione di Giorgio Antonucci”, del 24 ottobre 2025, N.d.R.].
In questo senso, la fama di Basaglia come “liberatore dei folli” rischia di oscurare il punto più scomodo della sua eredità. La deistituzionalizzazione non può dirsi compiuta senza una de-medicalizzazione radicale del linguaggio e senza la messa in discussione del potere di nominare, classificare e governare la sofferenza. Basaglia apre la crisi dell’istituzione manicomiale; Antonucci ne radicalizza la critica smontando il dispositivo clinico; la Convenzione ONU traduce questa rottura in un obbligo giuridico. La deistituzionalizzazione, allora, non è un processo clinico, ma una scelta politica sulla libertà e sull’eguaglianza, che resta incompiuta finché la libertà continua a essere trattata come esito terapeutico e non come condizione giuridica incondizionata.

 

*  Psicologa, fondatrice e coordinatrice del Centro di Relazioni Umane di Bologna, nonché componente del Direttivo dell’Associazione Diritti alla Follia.

Nota: il Centro Informare un’h è impegnato nel rivendicare la promozione della deistituzionalizzazione e lo stop all’istituzionalizzazione. Temi su cui si è avviato un confronto pubblico. In calce alla pagina Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone (in aggiornamento) sono segnalati i contributi che di volta in volta si stanno susseguendo. 

 

Vedi anche:

Maria Rosaria D’Oronzo, L’approccio no-psichiatrico e la deistituzionalizzazione di Giorgio Antonucci, «Informare un’h», 24 ottobre 2025.

Se mi ascolti e mi credi, un docufilm del 2017 sulla vita di Giorgio Antonucci, del regista Alberto Cavallini (lunghezza: 57.03 minuti).

 

 

Ultimo aggiornamento il 16 Gennaio 2026 da Simona