di Giovanna Piaia*
Prendendo le mosse dalle evidenze rilevate dall’indagine “ViVa – Analisi e Valutazione degli interventi di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne”, avviata nel 2017 e giunta alla seconda edizione (ancora in corso), Giovanna Piaia, componente dell’Associazione Femminile Maschile Plurale di Ravenna, propone un’ampia riflessione sull’attuale sistema antiviolenza, sulle aporie e le contraddizioni che il Progetto ViVa ha fatto emergere, sul complesso rapporto tra privato sociale e pubblico, e sulle domande – tante, fondamentali – che esso suscita, anche in relazione all’accoglienza delle donne esposte a discriminazioni multiple. «È tempo di fare analisi più coraggiose», osserva l’Autrice, auspicando (o invocando?) un confronto aperto tra tutti i soggetti coinvolti.

Il Progetto ViVa è l’esito di un’attività di ricerca-azione commissionata nel 2017 dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri (DPO) all’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR) in previsione della stesura del terzo Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2021-2023.
Il nuovo Piano Strategico Nazionale contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica 2025-2027 è stato approvato lo scorso settembre ed è in corso la seconda edizione del Progetto ViVa.
L’attuale ricerca persegue obiettivi di studio sui modelli di prevenzione, sulle pratiche e sulle politiche dei Piani nazionali.
Di particolare interesse è la mappatura degli strumenti regionali a sostegno della fuoriuscita dalla violenza, dei modelli di governance sui finanziamenti e sulla programmazione, tutti molto diversi da regione a regione.
La ricerca, unica nel suo genere, ci fornisce un quadro conoscitivo analitico quanti-qualitativo del sistema nazionale di supporto alle vittime e un’analisi del multiverso sistema antiviolenza inedita rispetto alle periodiche relazioni Istat o delle Reti dei Centri antiviolenza (CAV) nazionali.
Da questa indagine svolta da esperti di ricerca sociale del CNR, con visite studio e interviste in profondità alle operatrici dei CAV, è scaturita una analisi sulle evoluzioni dei CAV prima e dopo il riconoscimento del finanziamento pubblico dello Stato iniziato nel 2013, seguito poi da una mappatura nazionale, avvenuta nel 2014 con la prima intesa Stato Regioni.
Il 2013 sembra essere un passaggio saliente nella storia dei CAV.Negli ultimi 10 anni, sulla spinta degli obblighi derivanti dalla ratifica della Convenzione di Istanbul [Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, N.d.R.], avvenuta, appunto, nel 2013, cui hanno fatto seguito i Piani nazionali, è evidente il tentativo dell’amministrazione centrale di istituzionalizzare i CAV.
Attualmente, come risulta dall’ultima rilevazione Istat [si veda il rapporto di ricerca “Le case rifugio e le strutture residenziali non specializzate per le vittime di violenza – Anno 2023”, pubblicato il 14 aprile 2025, N.d.R.], le Case rifugio sono 464, il doppio rispetto alla prima rilevazione del 2017. Una percentuale ancora bassa se si considera lo 0,15 ogni 10 mila donne, con una varianza territoriale anche alta.
Sono quasi raddoppiate anche le donne accolte, che sono passate da 1800 a oltre 3000, così in proporzione anche i figli.
Oltre 60% sono donne straniere, non sempre residenti.
La media dei posti letto è di 7,2 per CAV.
165 Case rifugio su 464 hanno segnalato la difficoltà ad accogliere.
Il 97,6 % di esse riceve fondi pubblici: 4 Case rifugio su 5 sono gestite da un soggetto privato qualificato su delega del pubblico.
Di minor numero sono le Case rifugio gestite dal pubblico, per lo più concentrate nel Centro Italia.
Solo il 40% circa delle donne accolte raggiunge gli obiettivi del percorso concordato, l’11% abbandona il percorso e un altro 11% torna a vivere con l’autore della violenza.
Dal Report annuale con i dati relativi all’attività del 2024 pubblicato da D.i.Re. – Donne in Rete contro la violenza risulta che fanno parte della Rete 113 Centri antiviolenza, con 204 Sportelli e 60 Case rifugio (in calo rispetto 2023), mentre sono 947 le donne che non hanno trovato posto (673 nel 2023). La causa viene addotta ai finanziamenti instabili e alla scarsa copertura dei costi.
Abbiamo anche altri dati che ci interessano per riconoscere i limiti del sistema: 3 Centri antiviolenza su 4 svolge consulenza a donne immigrate non in regola; poco più del 50% offre reperibilità 24 h, requisito richiesto dal nuovo Accordo Stato Regioni del 2022, che prevede un vincolo di attuazione entro il 2025, ed è stato contestato dalle Reti dei CAV per l’insostenibilità economica, ma anche come principio che non favorisce responsabilità della rete territoriale più larga.
Solo in tempi recenti, e per la prima volta nel 2024, nel Report annuale di D.i.Re. compare un dato mai segnalato: solo 49 Centri su 113 hanno accolto donne con disabilità [su questi aspetti si segnala il seguente approfondimento: “Le donne con disabilità nel report coi dati del 2024 di D.i.Re. – Donne in Rete contro la violenza”, pubblicato il 29 luglio 2025, N.d.R.].
Dal già menzionato rapporto di ricerca dell’Istat denominato Le case rifugio e le strutture residenziali non specializzate per le vittime di violenza – Anno 2023, emerge un altro dato che ci interessa: l’84% delle Case rifugio adotta criteri di esclusione per donne con disabilità psichiatrica e/o dipendenze patologiche.
Non esistono (non sono di mia conoscenza) protocolli operativi di collaborazione fra Centri di Salute Mentale-Dipendenze Patologiche e CAV.
Tutto è lasciato alla complicata relazione fra Servizi sui casi specifici.
Un terzo delle strutture non accoglie vittime di tratta, senza fissa dimora o prostitute. Per quanto riguarda i figli e le figlie delle donne accolte, i criteri di esclusione possono variare in base all’età e al sesso.
Risulta evidente che ci sono criticità generali e specifiche che ricadono su tutte le donne più vulnerabili. Soggetti con un doppio/triplo carico di disagio, un disagio multiplo.
Come ben descritto al punto 7 del Manifesto femminista e transfemminista per un’alleanza contro la violenza patriarcale e ogni forma di oppressione [divulgato il 25 novembre 2025, N.d.R.] promosso da D.i.Re e sottoscritto da decine di Associazioni: «Le caratteristiche individuali e sociali – in un sistema che produce disuguaglianze – determinano diversi livelli di esposizione alla violenza e alla discriminazione, generando esperienze complesse e specifiche.»
I quesiti complessi che la ricerca ViVa indaga riguardano il sistema di accoglienza che resta a carico quasi esclusivamente del privato sociale.
Sono infatti le Associazioni femminili e femministe che, già negli anni ’70, hanno preso l’iniziativa di mostrare la violenza maschile sulle donne, di predisporre i primi Centri di accoglienza, di elaborare una metodologia femminista, di presidiare le politiche pubbliche per avere finanziamenti, di costruire una rete articolata di Servizi, di imporre la gestione di rete sui territori.
Sono state le esperienze di autocoscienza femminista, la gestione sociale dei Consultori a farci condividere conoscenze e vissuti e riconoscere la violenza nelle nostre vite.
Una presa in carico politica e concreta iniziata dal basso, mai rilevata per altri settori del Welfare.
Anche i Consultori sono nati come Servizi autogestiti, ma poi lo Stato ne ha assunto la gestione con la Legge 405/1975.
I CAV hanno mantenuto una gestione femminile/femminile-femminista.
A distanza di alcuni decenni è utile fare anche un’analisi del sistema che si è creato.
È ciò che fanno gli autori e le autrici della Ricerca ViVa, e noi dovremmo prenderla in considerazione.
Condenso in breve le questioni problematiche più evidenti:
- accessibilità in termini orari, giorni di apertura;
- la presa in carico delle persone esposte a discriminazioni multiple;
- l’eterogeneità delle pratiche;
- a livello di sistema di rete territoriale si riscontrano difetti sulle connessioni operative, sulla comunicazione fra i diversi punti della rete, sulla formazione intersettoriale ed il riconoscimento dell’autorevolezza dei CAV come soggetto del privato sociale.
Si pone dunque una domanda importante: come il processo di istituzionalizzazione dei Centri antiviolenza si concilia, conserva o rinnova la propria matrice originaria di essere nati dal movimento delle donne?
I CAV sono luoghi di donne, spazi politici o Servizi? Si dice nel Manifesto sopracitato che non sono Servizi, ma luoghi propulsori di cambiamento.
Dunque possiamo chiederci:
- la solidarietà fra donne, l’ascolto attivo, la reciprocità, tutto ciò che rappresenta una sorta di “politica sociale di genere” può reggere l’impatto di una risposta che non escluda nessuna donna?
- Quale sorta di alleanza stretta fra Servizi si deve realizzare per avere un orientamento sempre più professionale per la presa in carico di tante varie situazioni complesse, anche dal punto di vista psicologico, per forme di stress o traumi complessi?
- Su quale ibridazione dobbiamo ragionare: luoghi di donne, spazi politici pensati e organizzati come Servizi o Servizi veri e propri del sistema pubblico?
- Chi si prende la responsabilità di escludere donne esposte a discriminazioni multiple? Di chi è la responsabilità? Dei CAV che non ce la possono fare o del pubblico che delega in forma di convenzione la presa in carico di parzialità che escludono e discriminano?
Tutte queste domande scaturiscono da una lettura della ricerca ViVa e ancora resta aperto un interrogativo: quale altro rapporto possiamo ipotizzare fra Centri antiviolenza e sistema pubblico?
La violenza è l’unico settore dell’assistenza interamente delegato al privato sociale con lavoro volontario o in parte remunerato a basso costo contrattuale.
Siamo in una transizione ibrida? Ne abbiamo consapevolezza? Stiamo governando il processo?
In Italia l’intervento dello Stato è stato lento, sono state le Associazioni femministe e di donne che hanno sviluppato e gestito insieme agli Enti locali un sistema che da subito è apparso complesso.
I finanziamenti dello Stato hanno iniziato ad essere erogati da poco più 10 anni, mentre il primo Centro antiviolenza è nato, a Bologna, nel 1990.
Oggi la Commissione Parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere ha dichiarato che «i CAV sono lo snodo centrale della presa in carico nel sistema integrato territoriale».
Da laboratori politici che erano, oggi i Centri antiviolenza hanno operatrici di accoglienza esperte e competenti, sebbene ancora manchi la cornice di professionalizzazione sempre più richiesta dall’Accordo Stato-Regioni.
La metodologia che si potrebbe semplificare «centralità della presa di parola della donna» si differenzia da quella utilizzata dai Servizi: più standardizzata e verticale, con una gestione amministrativa dei bisogni.
Quello che la ricerca ViVa mette in luce è una versione nuova di risposta sociale alle donne. Una politica sociale di genere basata sulla co-costruzione del progetto di riscatto, sull’ascolto attivo e sul riconoscimento reciproco.
Luoghi di donne, con le donne, per la libertà delle donne.
Il tutto sembra molto ideologico, e potrebbe davvero esserlo se non si ravvedesse l’esigenza di diventare esperte nell’accogliere la particolarità di ogni vittima, la fase del processo in cui si trova, il livello di consapevolezza del problema.
Esperte nella capacità di esplorare i fattori di complessità aggiuntivi: essere straniera, senza famiglia e rete di sostegno, essere in situazione irregolare, non avere risorse economiche, avere una disabilità fisica o mentale, oppure delle dipendenze.
Quanti generi di complicazioni ha la violenza!
Segue un’altra domanda: come può un CAV avere tante competenze, avere operatrici con tante formazioni specifiche?
Si lavora in rete è la risposta.
Se la rete è il difetto sostanziale di tutte le politiche sociali, la soluzione appare debole.
Se i CAV sono un Servizio pubblico perché i finanziamenti hanno modalità non sistematiche, con erogazioni a più livelli che creano eterogeneità locali?
Il Progetto ViVa esplora, scava nelle aporie, nelle contraddizioni di un sistema antiviolenza troppo delegato alla forza e alle debolezze dei Centri antiviolenza.
È tempo di fare analisi più coraggiose, anche in area femminista, insieme ai CAV, protagonisti principali, e alle esperte di studi sociali, accogliendo e valorizzando anche le istanze di chi interpreta i bisogni di tutte le donne nelle varie dimensioni del disagio.
* Componente dell’Associazione Femminile Maschile Plurale di Ravenna
Vedi anche:
Sito del Progetto ViVa – Analisi e Valutazione degli interventi di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne.
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.
Ultimo aggiornamento il 7 Gennaio 2026 da Simona