Lo scorso novembre l’Istat ha pubblicato i primi dati del 2025 della terza indagine sulla violenza contro le donne. Ne abbiamo esaminato i contenuti per vedere se e come il tema della disabilità fosse stato considerato. Purtroppo, pur notando un accenno di interesse da parte dell’Istat per la questione, constatiamo come le informazioni fornite non costituiscano una base adeguata a predisporre un piano di risposte calibrate sulle specifiche caratteristiche ed esigenze delle donne con disabilità. Riteniamo che tale modalità di raccolta dei dati sia fortemente discriminatoria e che la discriminazione scaturisca principalmente dal non aver superato il modello medico di disabilità.

Reso pubblico il 21 novembre scorso, il rapporto di ricerca dell’Istat denominato La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia contiene i primi risultati del 2025 dell’indagine sulla violenza contro le donne denominata “Sicurezza delle donne” (a questo link sono disponibili una sintesi dei principali risultati, il Testo integrale e nota metodologica, le Tavole e un’ulteriore Nota metodologica). Si tratta della terza indagine realizzata dall’Istat interamente ed esplicitamente dedicata alla violenza sulle donne: la prima è stata condotta nel 2006 (La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia – Anno 2006), la seconda nel 2014 (La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014). Considerando che esiste una consolidata letteratura riguardo al fatto che le donne con disabilità sono esposte alla violenza di genere più delle altre donne ed anche a forme peculiari di violenza legate alla disabilità[1], e ritenendo fondamentale poter disporre di dati disaggregati anche per la disabilità della vittima[2], abbiamo esaminato il testo del rapporto per verificare se e come il tema della disabilità fosse stato considerato.
Prima di procedere, riportiamo qualche dato di carattere generale. «In base alle stime preliminari desunte dalla rilevazione in corso, nel 2025 sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età). Il 18,8 ha subìto violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali; tra queste ultime, a subire stupri o tentati stupri sono il 5,7% delle donne», scrive l’Istat in un focus in cui riprende i dati dell’ultimo rapporto.
La disabilità nel testo del rapporto con i dati del 2025
All’interno del testo del rapporto i riferimenti in tema di disabilità sono principalmente sintetizzati in un paragrafo intitolato “Le donne con problemi di salute hanno subito più violenze”. Lo riportiamo integralmente: «Le donne che hanno dei problemi fisici (riferiscono di stare male o molto male, hanno limitazioni dell’autonomia personale o hanno malattie croniche) sono pari a 6milioni 500mila (il 32,5% delle donne di 16-70 anni). Il 36,1% dichiara di avere subito violenze fisiche o sessuali (circa 2milioni 350mila), con una percentuale più elevata rispetto al valore medio (31,9%).
La violenza fisica o sessuale è più frequente tra chi dichiara di sentirsi male o molto male (38,8%, 332.783), chi è affetto da malattie croniche (37,1%, 2.109.160) e chi ha limitazioni gravi (39,4%, 230.074). Considerando invece le violenze subite negli ultimi cinque anni, è minore la prevalenza delle donne che hanno problemi di salute e subiscono violenza (9,5%, 540.560 donne, rispetto all’11% del dato medio). Sono circa 60mila le vittime in cattiva salute, circa 39mila hanno limitazioni gravi e circa 479mila segnalano malattie croniche» (pagina 10).
Altri due riferimenti alla disabilità sono contenuti nella trattazione della violenza psicologica. Nel primo è specificato che essa «si verifica in percentuali maggiori per le donne tra i 35 e 54 anni (4,2% tra i 35-44 anni e 4,0% 45-54 anni), per le donne in cerca di occupazione (5,5%) e le casalinghe (4,3%), per le donne che non si considerano indipendenti dal punto di vista economico (4,6%), e per quelle che hanno problemi di salute (8,3%) o hanno malattie croniche o limitazioni nel condurre le attività quotidiane. Al contrario, la subiscono di meno le donne laureate» (pagina 12). Il secondo riferimento riguarda le disabilità acquisite in seguito alla violenza e si trova nel glossario, ed in specifico, appunto, nella definizione della “violenza psicologica”. Nella voce in questione, tra le altre cose, sono segnalati i diversi reati disciplinati dalla legislazione italiana che fanno riferimento a questa forma violenza, e tra questi è indicato anche «lo stato d’incapacità procurato mediante violenza» (pagina 15).
Segnaliamo, infine, che nella nota metodologica contenuta nel testo rapporto è specificato che «L’indagine per le donne italiane è stata condotta da marzo a luglio del 2025 tramite tecnica di rilevazione CATI (intervista telefonica con ausilio del computer) e ha riguardato circa 17.500 di donne dai 16 a 75 anni» (pagina 16). Abbiamo riportato questa informazione perché è plausibile ritenere che questa tecnica di rilevazione possa aver penalizzato la partecipazione all’indagine delle donne che hanno difficoltà ad usare il telefono (ad esempio: le donne sorde e le donne con afasia).
La disabilità nelle tavole con i dati del 2025
Alcune delle tavole pubblicate contengono dei dati sulle caratteristiche delle vittime. Possiamo notare che nella Tavola 3, nella Tavola 7 e nella Tavola 8 sono presenti tre indicatori relativi a variabili che l’Istat, nel testo del rapporto, ha trattato come afferenti alla medesima area semantica, includendo nel gruppo “donne con problemi di salute” soggetti con situazioni molto diverse. I tre indicatori sono quelli relativi alla “Salute autopercepita” (che comprende le seguenti opzioni di risposta: “Bene o molto bene”, “Né bene né male”, “Male o molto male”, “Rifiuta/non risponde”); alle “Malattie croniche o problemi di salute di lunga durata” (che comprende le seguenti opzioni di risposta: “Sì”, “No”, “Rifiuta/non risponde”); e alle “Limitazioni, che durano da almeno 6 mesi, nelle attività” (che comprende le seguenti opzioni di risposta: “Limitazioni gravi”, “Limitazioni non gravi”, “Nessuna limitazione”, “Rifiuta/non risponde”). Ciò mette in luce una certa difficoltà dell’Istituto Nazionale di Statistica ad emanciparsi dal cosiddetto modello medico di disabilità, sebbene questo sia stato ormai superato dall’inizio del nuovo millennio[3]. Infatti, se assumiamo che le donne con disabilità sono quelle che incontrano barriere che ne ostacolano la piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con le altre persone[4], possiamo ritenere che gli unici dati che in qualche modo cercano di individuare queste donne, sia pure facendo riferimento a un modello sorpassato[5], siano quelli relativi al terzo indicatore. Affermiamo ciò perché riteniamo che sarebbe arbitrario includere tra le donne con disabilità anche le donne che dichiarano di sentirsi “male o molto male”[6], o quelle con “malattie croniche o problemi di salute di lunga durata”[7]. Vediamo dunque i dati inerenti alle donne con “Limitazioni, che durano da almeno 6 mesi, nelle attività” contenuti nelle tavole in questione.
La Tavola 3 riporta i valori percentuali relativi alle donne italiane dai 16 ai 70 anni che hanno subito violenza fisica o sessuale da un partner attuale o ex, o da un non partner negli ultimi 5 anni. I dati sono quelli rilevati nell’anno 2025. Tra le donne con limitazioni gravi il 4,6% hanno subito violenza fisica o sessuale da un partner o un ex partner (mentre il 3,7% è la percentuale delle donne con limitazioni non gravi e il 3,9% quella delle donne senza nessuna limitazione). Entrando nel dettaglio, il 3,9% delle donne con limitazioni gravi ha subito violenza fisica o sessuale dal partner attuale (contro il 2,4% delle donne con limitazioni non gravi e l’1,4% delle donne senza limitazioni); il 3,4% delle donne con limitazioni gravi ha subito violenza fisica o sessuale da un ex partner (contro il 3,6% delle donne con limitazioni non gravi e il 4,7% delle donne senza limitazioni); il 3,8% delle donne con limitazioni gravi ha subito violenza fisica o sessuale da un non partner (contro il 7,1% delle donne con limitazioni non gravi e il 9,1% delle donne senza limitazioni). La Tabella scompone i dati anche per le singole tipologie di violenza considerate, ossia per la sola violenza fisica e la sola violenza sessuale (ma in questo spazio, per ragioni di sintesi, non entriamo in questo livello di dettaglio).
La Tavola 7 contiene una comparazione tra i valori percentuali delle donne dai 16 ai 70 anni che hanno subito violenza psicologica rilevati nel 2014 e quelli rilevati nel 2025. Nel 2014 le donne con limitazioni gravi che hanno dichiarato di aver subito violenza psicologica erano il 12,7% (contro il 9,7% delle donne con limitazioni non gravi e il 7,1% delle donne senza limitazioni), nel 2025 la percentuale è scesa al 7,5% (contro il 6,1% delle donne con limitazioni non gravi e il 3% delle donne senza limitazioni).
Infine la Tavola 8 contiene una comparazione tra i valori percentuali delle donne dai 16 ai 70 anni che hanno subito violenza economica da un partner attuale o da un ex partner rilevati nel 2014 e quelli rilevati nel 2025. Nel 2014 le donne con limitazioni gravi che hanno dichiarato di aver subito violenza economica dal partner attuale erano il 7,6% (contro il 4% delle donne con limitazioni non gravi e il 2% delle donne senza limitazioni), nel 2025 la percentuale è scesa al 6% (contro il 2,1% delle donne con limitazioni non gravi e lo 0,7% delle donne senza limitazioni). Nel 2014 le donne con limitazioni gravi che hanno dichiarato di aver subito violenza economica da un ex partner erano il 28,9% (contro il 14,4% delle donne con limitazioni non gravi e l’11,2% delle donne senza limitazioni), ed anche per questo tipo di violenza nel 2025, per le donne con limitazioni gravi, si regista un decremento dei valori, infatti la percentuale è scesa al 19,7% (contro il 15,8% delle donne con limitazioni non gravi e il 9,1% delle donne senza limitazioni).
Qualche considerazione conclusiva
Uno dei principali motivi per cui nel nostro Paese non riusciamo a descrivere in maniera puntuale il fenomeno della violenza nei confronti delle donne con disabilità è la mancanza di dati disaggregati per la disabilità della vittima. Deve essere bel chiaro che quest’ultima richiesta non è fine a sé stessa, ma è funzionale a predisporre un piano di risposte adeguato alle specifiche caratteristiche ed esigenze di queste donne. Un piano che, come per tutte le altre donne, riguardi la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime, la punizione dei colpevoli (e dunque l’accesso alla giustizia) e la definizione di politiche coordinate. Purtroppo, pur notando un accenno di interesse da parte dell’Istat per la questione, constatiamo come le informazioni fornite riguardo alle donne con disabilità non costituiscano una base adeguata a predisporre il menzionato piano di risposte. Riteniamo che tale modalità di raccolta dei dati sia fortemente discriminatoria perché oltre a non consentire di descrivere maniera puntuale il fenomeno della violenza nei confronti delle donne con disabilità, non è funzionale ad individuare le barriere che impediscono loro di accedere alle misure antiviolenza in condizione di uguaglianza con le altre donne, e che la discriminazione scaturisca principalmente dal non aver superato il modello medico di disabilità.
Simona Lancioni
Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa)
Nota: la formattazione nelle citazioni testuali differisce da quella originale.
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[1] A tal proposito segnaliamo che il Forum Europeo sulla Disabilità (EDF) ha evidenziato innumerevoli volte che le donne con disabilità sono «esposte in modo sproporzionato a violenza, discriminazione ed esclusione, hanno da due a cinque volte più probabilità di subire violenza rispetto alle donne senza disabilità e corrono rischi aggiuntivi di sterilizzazione forzata, istituzionalizzazione, isolamento sociale e ostacoli alla giustizia» (Violenza di genere, per il Forum Europeo sulla Disabilità nessuna donna o ragazza con disabilità deve essere lasciata indietro, «Informare un’h», 25 novembre 2025). I seguenti dati, contenuti nell’indagine Istat La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014, hanno confermato che anche in Italia le donne con disabilità sono esposte a tutte le forme di violenza di genere più delle altre donne: il 31,5% delle donne senza limitazioni ha subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, la percentuale sale al 36,6% per le donne con disabilità; il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio per le donne con disabilità (10%) rispetto a quelle senza limitazioni (4,7%); il 31,4% delle donne con gravi limitazioni ha subito violenza psicologica dal partner attuale, mentre per le altre donne la percentuale è del 25%; infine, anche rispetto allo stalking prima o dopo separazione si registra una sensibile differenza tra le donne che lo hanno subito: 21,6% per le donne con gravi limitazioni, e 14,3% per le donne senza limitazioni.
[2] Il GREVIO, l’organo indipendente preposto a monitorare l’attuazione della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica) nei Paesi che l’hanno ratificata (tra cui l’Italia, con la Legge 77/2013), nel Rapporto di valutazione di base sulla situazione italiana (pubblicato nel 2020) ha incoraggiato vivamente le nostre autorità, tra le altre cose, a sostenere la ricerca e aggiungere indicatori specifici nella raccolta dei dati relativi alla violenza contro le donne che si riferiscano a donne e ragazze che sono o potrebbero essere esposte alla discriminazione intersezionale (punto 27, se ne legga a questo link). Purtroppo l’ultimo Rapporto di valutazione del GREVIO sull’Italia (pubblicato il 2 dicembre 2025) è meno incisivo su questo specifico aspetto (se ne legga a questo link). Tuttavia, diversi Rapporti Ombra inviati al GREVIO dal Forum Italiano sulla Disabilità hanno rimarcato la fondamentale esigenza che vengano raccolti dati disaggregati per la disabilità della vittima (a questo link è disponibile una nota sul Rapporto Ombra del 2023, mentre a quest’altro link una nota su quello del 2024). Infine ricordiamo che, malauguratamente, la Legge 53/2022 (Disposizioni in materia statistica sulla violenza di genere) non prevede esplicitamente che i dati vengano disaggregati per la disabilità della vittima.
[3] Il superamento del cosiddetto “modello medico di disabilità” è stato sancito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità con la pubblicazione, nel 2001, della Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), ed ha assunto una veste giuridica qualche anno più tardi, nel 2006, con l’approvazione da parte delle Nazioni Unite della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratifica dall’Italia con la Legge 18/2009). Anche la riforma delineata dalla Legge Delega 227/2021 in materia di disabilità e il più impattante dei suoi decreti attuativi, il Decreto Legislativo 62/2024, sono stati elaborati nel rispetto dei princìpi contenuti nella citata Convenzione ONU.
[4] In recepimento della definizione di “persone con disabilità” contenuta nell’articolo 1 (Scopo), comma 2, della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
[5] Quando ci si occupa di disabilità l’accento non va posto sui problemi di salute o sui problemi fisici, ma sulle barriere alla partecipazione alla vita sociale incontrate dalle persone disabili e sui sostegni necessari a superarle.
[6] A titolo esemplificativo possiamo convenire che, dovendo rispondere ad una domanda sulla salute percepita, una persona che stia elaborando un lutto recente, o affrontando una separazione non consensuale o la perdita del lavoro possa tranquillamente dichiarare di sentirsi “Male o molto male”, ma inquadrare tale situazione nell’area della disabilità sarebbe improprio e fuorviante.
[7] Ci sono malattie croniche o problemi di salute di lunga durata che, se adeguatamente trattati (anche farmacologicamente), incidono in modo contenuto sulla qualità di vita delle persone che ne sono interessate, o comunque non in modo tale da interferire significativamente con la partecipazione alla vita nella società.
Vedi anche:
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.
Ultimo aggiornamento il 6 Gennaio 2026 da Simona