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Tra esistenza e resistenza: insistere sui diritti

dell’Associazione Attiva-Mente*

Capita non di rado che, quando si apre una discussione in ambito politico sull’attuazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, il centro del discorso non siano i diritti dei destinatari a cui si rivolge la Convenzione ONU, ma la tutela dell’apparato pubblico così come oggi è organizzato e configurato, osservano dall’Associazione sammarinese Attiva-Mente. Eppure la Convenzione ONU non nasce per regolare l’organizzazione dei servizi, nasce invece per affermare la pienezza dei diritti delle persone con disabilità. È esattamente questo il cambio di paradigma sul quale è necessario ancora lavorare e insistere, concludono.

L’illustrazione mostra una gru posta davanti al Palazzo pubblico della Repubblica di San Marino. La gru solleva in alto un blocco di lettere che formano la parola “para”, mentre a terra un altro blocco di lettere compone la parola “digma”.

Capita non di rado che, quando si apre una discussione in ambito politico sull’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, il confronto si fermi su un pensiero implicito: che ne sarà del sistema attuale, delle sue prassi e del suo assetto organizzativo, e di chi vi lavora.

Sembra una posizione equilibrata, un richiamo alla prudenza, alla gradualità e alla responsabilità; in realtà rivela spesso una silenziosa premessa: il centro del discorso non sono i diritti dei destinatari a cui si rivolge la Convenzione ONU, ma la tutela dell’apparato pubblico così come oggi è organizzato e configurato, purché non si metta in discussione l’impianto consolidato dei servizi.

Eppure la Convenzione ONU non nasce per regolare l’organizzazione dei servizi. Nasce per affermare diritti.
Questa distinzione è decisiva.

Molti dei modelli attualmente operativi sono stati progettati dentro una logica assistenziale: proteggere, custodire, gestire. La prospettiva dei diritti richiede altro: partecipazione, autodeterminazione, presenza nella comunità. Non si tratta di un aggiornamento tecnico o di un semplice miglioramento gestionale. Si tratta di uno spostamento di sguardo.

Quando la prima preoccupazione diventa preservare il sistema vigente, il cambiamento non viene valutato in base alla sua capacità di migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità, affermando pienamente i loro diritti di cittadinanza, ma in base alla sua compatibilità con l’architettura organizzativa corrente. È qui che le priorità si invertono.

La retorica della difesa dell’“esistente”, espressione spesso utilizzata come parola-argine, finisce per attribuire valore normativo a ciò che è semplicemente il risultato di scelte storiche, culturali e politiche. Ciò che è stato costruito in un determinato periodo viene quasi assunto come parametro da non superare.

Eppure “esistono” anche altro e altri: esistono persone, esistono diritti riconosciuti, esistono vite concrete che chiedono di essere pienamente considerate. Se vogliamo parlare seriamente di ciò che davvero “esiste”, non possiamo limitare lo sguardo alle strutture e ai servizi così come oggi sono organizzati.

Nessun articolo della Convenzione ONU prescrive la chiusura di strutture o l’abolizione di modelli organizzativi. Ma nessun articolo ne impone nemmeno la conservazione dello status quo. Ciò che viene affermato con chiarezza è altro: le persone con disabilità sono titolari di diritti, e tali diritti devono essere garantiti in modo pieno ed effettivo.

Se assumiamo questo criterio, allora l’ordine del ragionamento cambia.

Non si parte più dal tentativo di salvaguardare il sistema per verificare se i diritti possano adattarvisi. Si parte dai diritti e si osserva se l’organizzazione attuale li rende effettivi o li limita. Non si tratta, in definitiva, di demolire ciò che è stato costruito, ma di smettere di considerarlo sottratto a ogni possibile revisione.

C’è poi un elemento che merita attenzione. Quando si invoca la protezione dell’assetto consolidato, si tende a identificare come realtà da preservare le strutture formali: centri, comunità, laboratori, percorsi standardizzati. Più raramente si riconosce con la stessa forza il valore delle istanze che emergono dalle persone e dalle famiglie, o delle pratiche innovative che nascono ai margini del sistema.

Se l’obiettivo prioritario resta la conservazione, il cambiamento si riduce inevitabilmente, nella migliore delle ipotesi, a un adattamento parziale e l’esclusione finisce per riprodursi.

La Convenzione ONU non chiede di accompagnare le persone a imparare le regole del gioco così come sono. Chiede di interrogare quelle regole. Chiede di modificare i contesti. In questa prospettiva, l’inclusione non è l’ingresso degli esclusi in un sistema immutato, ma la trasformazione di quel sistema.

La questione è tanto semplice quanto profonda: stiamo parlando di obiettivi differenti. Da una parte c’è l’intento di preservare l’assetto attuale di un sistema di servizi, talvolta accompagnato da forme di resistenza al cambiamento, dall’altra la necessità di garantire pienamente i diritti delle persone. Sono piani che non coincidono automaticamente, e riconoscerlo era il minimo che ci saremmo aspettati anche dall’esame odierno delle nostre Istanze d’Arengo, a prescindere dall’esito del voto. Sarebbe stato un primo passo per affrontare la discussione con serietà e chiarezza.

Non occorre attendersi risultati straordinari per comprendere la portata della questione. I ritardi accumulati sull’inclusione lavorativa, sulla tutela effettiva contro le discriminazioni, sull’attuazione concreta del Progetto individualizzato di Vita e della stessa Vita Indipendente sono sotto gli occhi di tutti. Non sono dettagli tecnici né differenze di sensibilità politica: sono scarti reali tra diritti riconosciuti e diritti praticati. E forse basterebbe questo, da solo, per interrogare la coscienza di chi è chiamato a legiferare.

Parlare di diritti significa introdurre un criterio di valutazione che non si limita a descrivere ciò che c’è, ma ne misura la coerenza con principi di giustizia. Senza questa prospettiva, finiamo per considerare la situazione attuale come qualcosa di immutabile. Assumerla, invece, significa riconoscere che può essere ripensata.

Il percorso è ancora impegnativo.

Nessuno nega il valore di ciò che è stato costruito, né ignora l’impegno e la professionalità di chi, dentro quei servizi, lavora ogni giorno con dedizione e competenza. Il valore dei percorsi compiuti non è in discussione; è il contesto entro cui oggi quei percorsi devono essere valutati che è cambiato.

Quando cambia il paradigma dei diritti, è naturale che anche le strutture e le modalità organizzative siano chiamate a interrogarsi, per essere ripensate alla luce di un criterio diverso.

Il riferimento non può essere soltanto la stabilità dell’apparato.
Il criterio deve restare la pienezza dei diritti.

Questo è il cambio di paradigma sul quale è necessario ancora lavorare e insistere.

 

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com). 

 

Ultimo aggiornamento il 20 Febbraio 2026 da Simona