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Tanti dati sulle donne con disabilità nel nuovo rapporto Istat in tema di violenza contro le donne

«Aumenta nel tempo il numero di donne con disabilità che si rivolgono ai Centri antiviolenza. Erano circa 1.150 nel 2020 e arrivano a più di 2.800 nel 2024, con un incremento del 145%. Il 5,3% ha una difficoltà di tipo sensoriale, il 13% una difficoltà motoria, il 14,7% una difficoltà intellettiva e il 73,6% ha un’altra tipologia di difficoltà»: sono questi alcuni dei dati contenuti nell’ultimo rapporto Istat che riguarda i servizi e le caratteristiche organizzative dei Centri antiviolenza e analizza i dati relativi alle donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza tramite i Centri. Pur rilevando alcune criticità, riteniamo certamente apprezzabile il maggiore dettaglio e la maggiore attenzione riguardo alla situazione delle donne con disabilità vittime di violenza riscontrata nel rapporto in esame rispetto ai rapporti precedenti in tema di violenza di genere.

Opera pittorica dell’artista britannico James Needham.

Il 10 marzo 2026 l’Istat ha pubblicato il rapporto di ricerca intitolato I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza – Anno 2024 (il testo integrale dello stesso, le tavole e i relativi indici sono fruibili al seguente link). Come la denominazione lascia intuire, il rapporto riguarda i servizi e le caratteristiche organizzative dei Centri antiviolenza (CAV) e analizza i dati relativi alle donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza tramite i Centri. I dati si riferiscono all’anno 2024. Come di consueto abbiamo verificato se e come il tema della disabilità fosse stato trattato nel rapporto, ma, preliminarmente, diamo qualche notizia di carattere generale.

Qualche dato di carattere generale

L’Istat ci dice che il numero dei Centri antiviolenza è rimasto sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Sono 409 i CAV attivi nel 2024, +1,2% rispetto al 2023 e +45,6% rispetto al 2017 (anno della prima Indagine), quando erano 281.

Si sono rivolte ai CAV 61.370 donne, in media 169 donne per CAV, con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est (238) e più bassi nel Sud (72).

Sono poco più di 36.400 le donne che hanno affrontato nel 2024 il loro percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri antiviolenza.

L’analisi mostra che i Centri antiviolenza operano prevalentemente su aree di competenza comunale o intercomunale (45,3%), mentre un ulteriore 33,8% estende la propria azione a livello provinciale o interprovinciale.

I CAV non operano solo presso le loro sedi centrali ma ampliano la loro copertura territoriale attraverso una rete di sportelli antiviolenza dislocati sul territorio. In totale, gli sportelli operativi rilevati sul territorio nazionale sono 702, con in media quasi quattro sportelli per i 193 CAV rispondenti che ha dichiarato di avere sportelli territoriali.

Riferimenti alle donne con disabilità

I primi riferimenti alle donne con disabilità si trovano nella parte del rapporto che riassume i principali risultati dell’Indagine: «Aumenta nel tempo il numero di donne con disabilità che si rivolgono ai CAV. Erano circa 1.150 nel 2020 e arrivano a più di 2.800 nel 2024, con un incremento del 145%. Il 5,3% ha una difficoltà di tipo sensoriale, il 13% una difficoltà motoria, il 14,7% una difficoltà intellettiva e il 73,6% ha un’altra tipologia di difficoltà. Rispetto al totale delle donne, per quelle con disabilità si osserva una percentuale maggiore di violenze perpetrate da un altro familiare o parente (16,7% contro il 10,7% del totale delle donne) e di quelle subite fuori dall’ambito familiare e di coppia (14,5% contro il 9,7%)» (pagina 2, grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni). È certamente un gran risultato che un numero crescente di donne con disabilità si rivolga ai Centri antiviolenza, tuttavia suscita qualche interrogativo che nella distribuzione relativa al tipo di disabilità delle vittime di violenza, un’ampia maggioranza del campione rientri in una tipologia di disabilità non specificamente definita.

Un riferimento indiretto alla disabilità si trova nella descrizione delle caratteristiche dei locali che ospitano i Centri antiviolenza: «I locali dei CAV sono in gran parte (79,9%) dotati di misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche, con il valore più elevato registrato nelle Isole (90,3%) e il minimo nel Nord-est (66,1%). Tutti i Centri dispongono di spazi idonei a garantire le diverse attività nel rispetto della privacy delle utenti» (pagina 4). Il testo non riferisce quali siano le misure di abbattimento delle barriere poste in essere, né se dopo gli interventi i locali siano pienamente accessibili o se presentino ulteriori barriere.

Rispetto ai contenuti della formazione del personale, il tema dell’accoglienza delle donne con disabilità è quello meno trattato: «L’84,6% dei CAV ha organizzato corsi di formazione/aggiornamento specifici per il personale: il 96,1% dei CAV ha assicurato la formazione sull’approccio di genere e sulla metodologia dell’accoglienza, il 93,2% su come approcciare le vittime di particolari forme di violenza, come ad esempio le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e i matrimoni precoci, il 79,9% sulla valutazione del rischio, il 77,9% sulla Convenzione di Istanbul e il 70,1% sui diritti umani delle donne, ad esempio sulla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW, Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women). Sono oggetto di formazione specifica meno di frequente l’accoglienza delle donne migranti (che ha interessato poco più della metà delle iniziative dei CAV, 53,9%) e l’accoglienza delle donne con disabilità, tema affrontato in meno di un terzo (30,2%) dei CAV» (pagina 5). Questo è probabilmente uno degli aspetti sui quali è necessario intervenire con maggiore urgenza, perché senza un’adeguata formazione sull’accoglienza delle donne con disabilità è abbastanza improbabile che i Centri antiviolenza riescano ad offrire servizi adeguati alle specifiche esigenze di questo gruppo di donne.

Riguardo alla valutazione del rischio, che in genere è effettuata da operatrici specificamente formate per capire se la violenza possa ripetersi e diventare più aggressiva e pericolosa, fino anche all’omicidio, è scritto quanto segue: «A livello nazionale il 94,8% dei CAV applicano strumenti e metodologie per la valutazione del rischio, con valori più bassi in Campania e Sicilia (otto CAV su 10). La metodologia di valutazione del rischio più diffusa è SARA [acronimo di: Spousal Assault Risk Assessment, in italiano: Valutazione del rischio di aggressione coniugale, N.d.R.]/ SARA PLUS/ SARA SURPLUS (82,9% dei Centri), ma vengono utilizzate anche altre metodologie come, ad esempio, ISA [acronimo di: Increasing Self Awareness, in italiano: Aumentare la consapevolezza di sé, N.d.R.] (3,5%) e DASH [acronimo di Domestic Abuse, Stalking and Honour-based violence, in italiano: Abuso domestico, stalking e violenza basata sull’onore, N.d.R.] (2,3%)» (pagina 7). E tuttavia non è chiaro se, laddove si usano gli strumenti SARA e ISA, le versioni utilizzate siano quelle rimodulate in prospettiva intersezionale nell’àmbito del progetto FuTuRE – Fostering Tools of Resiliance and Emersion of GBV with intersectional perspective (ovvero Futuro – Rimodulare gli strumenti di resilienza e di emersione della violenza di genere in una prospettiva intersezionale), di cui si può leggere al seguente link, oppure le versioni precedenti.

Riguardo alle tipologie di violenza subite dalle donne che sono indicate come minoritarie, in quanto subite dall’1,5% delle donne, figurano le seguenti forme di violenza: «matrimonio forzato o precoce, mutilazioni genitali femminili, aborto forzato, sterilizzazione forzata» (pagina 9). Dalla letteratura sul tema emerge con chiarezza come le donne con disabilità siano particolarmente esposte ad aborti e sterilizzazioni forzati, tuttavia nel rapporto in esame non sono specificate le caratteristiche delle donne che hanno subito queste forme di violenza.

Una sottosezione del rapporto è dedicata alle “Situazioni di maggiore fragilità”: «Le donne con disabilità e le straniere che si rivolgono ai CAV sono spesso più fragili, hanno bisogni più specifici che necessitano di competenze e servizi altrettanto specifici da parte del Centro e dei servizi territoriali che le accompagnano in questo percorso» (pagina 13). Seguono due focus sulla disabilità e sulle donne straniere. In questo spazio riportiamo integralmente il primo focus.

«Disabilità

L’Indagine sui Centri antiviolenza evidenzia come sia ancora molto bassa la quota di CAV che ha operatrici formate per accogliere donne con disabilità (quattro su 10). La percentuale diminuisce ancora di più, attestandosi a due CAV su 10, laddove nel Centro non siano state accolte donne con disabilità. Molto bassa risulta anche l’organizzazione di iniziative e la predisposizione di materiali accessibili a tutte le donne con problemi sensoriali o intellettivi (il 26,1% dei CAV che hanno accolto donne con disabilità e il 16,4% di quelli che non hanno avuto richieste di aiuto da donne con disabilità).

Nonostante questa mancanza di formazione specifica, dall’Indagine sull’utenza dei Centri antiviolenza emerge un aumento nel tempo della capacità dei CAV di intercettare le donne con disabilità. Infatti, le donne con disabilità che hanno iniziato e stanno facendo un percorso di uscita dalla violenza aumentano di anno in anno. Sono circa 1.150 nel 2020, circa 1.500 nel 2021, poco più di 2.000 nel 2022, circa 2.500 nel 2023 e più di 2.800 nel 2024. Un incremento tra il 2020 e il 2024 del 145%, arrivando a rappresentare nel 2024 il 7,8% del totale delle donne che stanno affrontando il percorso di uscita dalla violenza. Di queste, il 5,3% ha una difficoltà di tipo sensoriale, il 13,0% una difficoltà motoria, il 14,7% una difficoltà intellettiva e il 73,6% ha un’altra tipologia di difficoltà.

Le donne con disabilità hanno età mediamente superiori a quelle del complesso delle donne che si rivolgono ai CAV: il 25,6% ha tra i 40 e 49 anni, il 22,8% tra i 50 e 59 anni, un ulteriore 20,1% è rappresentato dalle giovani con meno di 29 anni, il 18,5 da quelle nella fascia 30-39, il 13,0% dalle ultrasessantenni (9,9% 60-69 anni e 4,1% 70 e più). Minore la quota di donne straniere tra le donne con disabilità (20,6% contro il 27,0% del totale delle donne).

Non emergono, invece, sostanziali differenze per quanto riguarda il titolo di studio, ma le donne disabili che stanno affrontando un percorso di uscita dalla violenza risultano meno spesso occupate: il 35,1% ha un’occupazione stabile o precaria (rispettivamente 23,7% e 11,4% delle donne con disabilità), il 34,4% è in cerca di un’occupazione, il 7,8% ha una inabilità al lavoro a causa dei problemi di salute, il 6,5% è studentessa.

Tra le donne con disabilità che stanno affrontando il percorso di uscita dalla violenza, il 66,2% ha subìto una violenza fisica, il 56,8% una minaccia, il 17,7% ha subìto uno stupro o tentato stupro, il 17,2% ha subìto altre tipologie di violenze sessuali. Il 21,4% è stata vittima di stalking (incluso cyberstalking). Elevata, anche in questo caso, la prevalenza della violenza psicologica che viene subìta dall’85,3% delle donne oggetto di analisi. Sono, invece, il 43,4% le donne con disabilità che stanno affrontando una violenza di tipo economico.

Non emergono sostanziali differenze in termini di durata della storia di abusi tra le donne con disabilità e il totale delle donne che stanno facendo un percorso di uscita dalla violenza; mentre, per questo target è più elevata la percentuale di ricorso al pronto soccorso (31% contro il 22,2% del totale delle donne) e quella delle ricoverate in ospedale a causa delle violenze subite (7,3% contro il 4,2% del totale delle donne).

Al 31 dicembre del 2024, il 41,9% delle donne con disabilità non ha concluso il percorso di uscita dalla violenza, l’11,4% ha raggiunto gli obiettivi del percorso, il 27,7% lo ha abbandonato; il 3,1% si trova a fine anno in una situazione non specificata. Rispetto al totale delle donne si osserva una quota maggiore di inviate ad altri servizi territoriali per concludere il percorso di uscita dalla violenza (15,5% contro il 7,7% del totale delle donne).

Per quasi tutte le donne (93,2%) le violenze sono riferibili a un solo autore e nel 5,6% dei casi a due. Per quanto riguarda la relazione con l’autore nel 47,6% dei casi è il partner della donna a perpetrare le violenze, nel 21,6% si tratta di un ex partner. Rispetto al totale delle donne si osserva una percentuale maggiore di violenze perpetrate da un altro familiare o parente (16,7% contro il 10,7% del totale delle donne) e di quelle subite fuori dall’ambito familiare e di coppia (14,5% contro il 9,7%). Il 45,7% degli autori delle violenze è stato denunciato almeno una volta (tra questi il 12,7% più di una volta) e il 6,5% è stato segnalato informalmente» (pagine 13-14).

In merito alle caratteristiche associate al raggiungimento degli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza è emerso che: «La presenza di una disabilità rende più difficoltoso, per la donna, il percorso di uscita dalla violenza. Infatti, chi non ha una difficoltà sensoriale, motoria, intellettiva ha una probabilità maggiore (+47%) di raggiungere gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza» (pagina 15).

Per quel che riguarda le informazioni di interesse contenute nelle tavole, in merito al file sui Centri antiviolenza (in formato Excel) segnaliamo la Tavola 12 (Centri antiviolenza per presenza di misure di abbattimento delle barriere architettoniche e regione. Anno 2024. Valori percentuali) e la Tavola 31 (Centri antiviolenza per regione e tematiche affrontate durante la formazione del personale. Anno 2024. Valori percentuali). Non risultano invece tavole con dati inerenti alle donne con disabilità nel file sull’utenza dei Centri antiviolenza (anch’esso in formato Excel).

Considerazioni conclusive

Come accennato, suscita perplessità che nella distribuzione relativa al tipo di disabilità delle vittime di violenza, un’ampia maggioranza del campione (il 73,6%) rientri in una tipologia di disabilità non specificamente definita. Risultano lacunose anche le informazioni sulla reale accessibilità dei Centri antiviolenza. Preoccupa parecchio che meno di un terzo del personale dei CAV riceva una formazione specifica sull’accoglienza delle donne con disabilità. Sarebbe stato utile che nel file sull’utenza dei Centri antiviolenza fossero state incluse anche le tavole relative ai dati esposti con modalità discorsiva nel focus dedicato alla disabilità. Infine non condividiamo l’interpretazione proposta dall’Istat secondo cui «La presenza di una disabilità rende più difficoltoso, per la donna, il percorso di uscita dalla violenza», riteniamo infatti che le difficoltà incontrate da queste donne non siano imputabili alla presenza della disabilità, ma al fatto che il mondo circostante e la stessa rete antiviolenza nel suo complesso (non solo i Centri antiviolenza), non sono ideati e organizzati tenendo in considerazione le caratteristiche e le specifiche esigenze delle donne con disabilità. Posto ciò, è certamente apprezzabile il maggiore dettaglio e la maggiore attenzione riguardo alla situazione delle donne con disabilità vittime di violenza riscontrata nel rapporto in esame rispetto ai rapporti precedenti in tema di violenza di genere. Ci auguriamo che l’Istat prosegua in questo percorso virtuoso. (Simona Lancioni)

 

Vedi anche:

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Ultimo aggiornamento il 12 Marzo 2026 da Simona