di Luca Grecchi*
«A proposito del rapporto tra filosofia e inclusione – scrive Luca Grecchi, autore del libro “Filosofia, inclusione, comunità” – intendendo l’inclusione come la partecipazione sociale, su base di uguaglianza, delle persone con disabilità, pur non essendo quasi mai state finora collegate le due tematiche negli studi finora effettuati, penso sia necessario rendere sinergici questi due argomenti, ritenendo utile allargare lo sguardo, sul piano insieme culturale e politico, in merito alle questioni inerenti alla disabilità».

Diverse persone mi hanno scritto dopo l’uscita del mio libro Filosofia, inclusione, comunità, mostrando interesse per il rapporto tra filosofia e inclusione (da intendere, quest’ultima, come la partecipazione sociale, su base di uguaglianza, delle persone con disabilità). In generale, sebbene le due tematiche non siano quasi mai state collegate negli studi finora effettuati, ho riscontrato, come del resto in tutte le recensioni dedicate al mio libro, un sostanziale accordo circa la necessità di rendere sinergici questi due argomenti. Tutti coloro infatti, compresi gli studenti e le studentesse in Università, con cui ho parlato di questo nesso, hanno concordato sull’utilità di allargare lo sguardo, sul piano insieme culturale e politico, in merito alle questioni inerenti alla disabilità.
Il tentativo è di fare uscire il dibattito relativo alla disabilità da quella tendenza, comprensibile nelle sue cause, ma spesso troppo autoreferenziale, che definisco “disabilismo”. Le persone con disabilità, anche intellettiva, sono infatti innanzitutto persone, esattamente come le altre: questo è il fondamento minimale che ogni discussione seria su tale tematica deve presupporre. Sono persone, certo, con specificità e bisogni particolari, di cui occorre avere cura, ma sempre a partire da questa premessa ugualitaria, senza la quale prendono invece forma, implicite o esplicite, tutte le discriminazioni. Già su tale base si può comprendere come la filosofia, che tende a porre l’essere umano come riferimento universale di senso e di valore della realtà, possa aiutare nel favorire il processo inclusivo.
Pur non essendoci una definizione univocamente accettata, la filosofia, sin da quando la parola ha iniziato ad essere utilizzata da Platone e Aristotele, si configura come un sapere che ha come contenuto la verità dell’intero, il quale si articola nelle parti, fra loro connesse, che lo compongono; come fine la buona vita degli esseri umani; come principale metodo di ricerca la dialettica, ovvero il dialogare sui problemi per trovare, e poi mettere in comune, le migliori soluzioni. Ma cosa c’entra tutto questo con l’inclusione? A mio avviso, molto.
In merito al contenuto, intanto, la filosofia insegna, come detto, a ragionare in termini di intero, non di parte. Ciò significa che se vogliamo comprendere, nella fattispecie, cosa è la disabilità, dobbiamo necessariamente riflettere sul fatto che è spesso la totalità sociale in cui siamo immersi, per come è strutturata, a “disabilitare”, ossia a far sì che le persone con deficit, fisici e/o psichici non siano messe nelle condizioni di potersi integrare svolgendo funzioni utili, realizzando le loro migliori potenzialità. Significa inoltre che, quando ci relazioniamo a una persona con disabilità, qualunque sia il nostro ruolo (docente, medico, assistente sociale ecc.), dobbiamo sempre tenere conto che il nostro sguardo è “di parte”, ma che possiamo fare il bene di questa persona solo se assumiamo un orizzonte “di intero”, ossia se la consideriamo nella sua totalità, ponendoci al servizio della sua autodeterminazione.
Il “Progetto di Vita”, previsto in Italia per le persone con disabilità sin dalla Legge 328/2000, ma tuttora assai manchevolmente attuato, dovrebbe andare proprio in questa direzione.
Per quanto poi riguarda il fine della filosofia, è più facile comprendere come la nostra disciplina possa agevolare l’inclusione, la quale risulta un bene per tutte le persone.
In cosa consiste il bene? Sono convinto che la migliore definizione sia quella greca classica, secondo la quale il bene consiste, per ogni ente, in “tutto ciò che consente la realizzazione della sua natura”. Noi, ad esempio, facciamo il bene del nostro cane se, conoscendone la natura, ovvero le sue caratteristiche essenziali, generali e particolari (generali di “cane” e particolari di “specifico cane”), lo aiutiamo a realizzarla. Per gli esseri umani, in maniera analoga, fare il bene consiste nel favorire la capacità di ogni persona di realizzarsi compiutamente, conoscendone dapprima l’essenza ed agendo poi in modo consequenziale, ossia avendo rispetto e cura del suo essere.
In questo senso, la filosofia rende chiaro, ad esempio, che l’inclusione – parola non bellissima –, ma più in generale il bene della persona con disabilità, non è compatibile con la sua istituzionalizzazione nei centri residenziali, in quanto quest’ultima non consente di autodeterminarsi in maniera libera.
E arriviamo, infine, al metodo maggiormente praticato dalla filosofia, ovvero quello dialettico.
Quando vi è un problema, soprattutto se rilevante per tutti – e la filosofia si occupa in genere di problemi universali, come l’inclusione, che riguardano appunto tutti gli esseri umani –, qualcuno cerca solitamente di formularlo, e di prospettare una soluzione valida. Quasi mai il tentativo iniziale ha successo. Le altre persone interessate, pertanto, intervengono proponendo o di riformulare il problema, o di modificare, in tutto o in parte, la soluzione. Si innesca così un processo dialettico in base a cui, mediante un continuo aggiustamento, si arriva alla fine, quando tutti (o quasi) sono d’accordo, a quella che dovrebbe essere la migliore elaborazione possibile del contenuto.
Ciò ha a che fare anche con la vita delle persone con disabilità? Senza dubbio. Pensiamo soltanto alla scuola, e a quanto sarebbe utile, ad esempio, se gli studenti, le famiglie, i docenti, gli specialisti, dialogassero costantemente al fine di supportare la giovane persona ad elaborare le proprie difficoltà, ricercando insieme i più opportuni interventi. Spesso, invece, assistiamo a contesti cerimoniali obbligatori di mera matrice burocratica, in cui i rappresentanti istituzionali ostentano per altro ciascuno il primato della propria funzione, senza una concreta cura del bene della persona.
È riflettendo su questi, e su molti altri temi, che la filosofia può apportare un notevole contributo all’inclusione, così come, del resto, l’inclusione può apportare un notevole contributo alla filosofia, condividendo il medesimo spirito comunitario.
* Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui si può leggere anche a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e costituisce l’estratto di un testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Il Centro Informare un’h lo riprende, a propria volta, da «Superando» per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 6 Marzo 2026 da Simona