di Cristina Paderi*
«La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità tutela la possibilità di scegliere dove vivere e con chi vivere, oltre all’accesso a servizi alternativi alla residenzialità. Tuttavia, quando tali alternative mancano, il consenso al ricovero diventa un assenso necessario: non una decisione, ma l’assenza di condizioni per decidere», lo scrive Cristina Paderi, componente dell’Associazione Diritti alla Follia, in questa recensione del saggio «“Per ordine di giustizia”. Su alcuni casi di internamento di fatto» scritto, nel 2023, da Ciro Tarantino, docente di Sociologia del diritto presso il Dipartimento di Scienze formative, psicologiche e della comunicazione dell’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa. L’opera mette in luce come la pratica dell’internamento, lungi dall’essere scomparsa, si sia piuttosto trasformata.

L’articolo di Ciro Tarantino, “Per ordine di giustizia”. Su alcuni casi di internamento di fatto (ospitato nella rivista «Aut Aut», numero 398/2023, dedicata al tema La psichiatria e il futuro della salute mentale), si inserisce nel dibattito sul destino della psichiatria dopo la fine del manicomio e propone una tesi tanto semplice quanto inquietante: l’internamento non è scomparso, si è trasformato. Non si presenta più nella forma dichiarata del ricovero coatto, ma sopravvive come pratica diffusa, amministrativa e quotidiana, nascosta dentro il sistema socio-assistenziale contemporaneo.
Tarantino parte da un dato apparentemente neutro: centinaia di migliaia di persone vivono stabilmente in strutture residenziali non familiari, soprattutto anziani e disabili. Numeri inferiori ad altri paesi europei ma, se letti nella storia italiana della deistituzionalizzazione, rivelatori di qualcosa di diverso: non il ritorno del manicomio, bensì la persistenza di una zona di segregazione. L’autore introduce perciò il concetto di “istituzioni totaloidi”, luoghi semichiusi che non sono formalmente totali ma condividono con le istituzioni totali una limitazione sostanziale della libertà. Non si entra con un ordine pubblico spettacolare, non si varca una soglia simbolica: si scivola dentro una normalità amministrativa, dove la libertà resta formale mentre la vita quotidiana diventa regolata da altri.
Il punto decisivo dell’analisi è che l’istituzionalizzazione non coincide con la perdita della libertà personale ma con la perdita della libertà di scelta. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità tutela la possibilità di scegliere dove vivere e con chi vivere, oltre all’accesso a servizi alternativi alla residenzialità. Tuttavia, quando tali alternative mancano, il consenso al ricovero diventa un assenso necessario: non una decisione, ma l’assenza di condizioni per decidere. In questo passaggio concettuale l’autore sposta l’attenzione dalla coercizione fisica alla coercizione decisionale, mostrando come l’internamento contemporaneo operi prima sul piano della volontà che su quello del corpo.
È qui che entra in scena il dispositivo psichiatrico-giudiziario e, al suo centro, la figura dell’amministratore di sostegno. Nato per sostenere la persona ‘fragile’ senza sostituirla, lo strumento viene spesso impiegato in senso opposto: quando l’interessato rifiuta il ricovero, il rifiuto viene interpretato come sintomo, la capacità decisionale viene ritenuta compromessa e il giudice attribuisce all’amministratore il potere di prestare il consenso al posto suo. Il ricovero appare allora volontario nella forma ma obbligatorio nella sostanza. Senza dichiarare un trattamento sanitario obbligatorio si ottiene lo stesso effetto, cioè una restrizione della libertà priva di base legale esplicita.
Tarantino mostra con chiarezza che qui non si produce una violazione aperta del diritto, bensì una sua torsione: l’amministratore di sostegno diventa il punto di articolazione tra tutela e coercizione. Lo strumento giuridico pensato per valorizzare l’autodeterminazione si trasforma in un meccanismo di sostituzione decisionale. Il passaggio non avviene contro la legge, ma attraverso di essa, grazie alla collaborazione di servizi sociali, psichiatria e giudice tutelare. La sequenza è sempre simile: segnalazione del rischio, patologizzazione del dissenso, ampliamento dei poteri dell’amministratore di sostegno, consenso sostitutivo. Il risultato è quello che l’autore definisce internamento di fatto: non si forza la persona a entrare, si rende irrilevante il suo rifiuto.
Il contrasto con l’ordinamento è esplicito. Dalla legge 180/1978 in poi il sistema italiano fonda i trattamenti sanitari sulla volontarietà e limita drasticamente quelli obbligatori. Alcuni provvedimenti giudiziari citati nell’articolo ribadiscono infatti che né il giudice né l’amministratore possono superare il dissenso a un ricovero prolungato, se non violando i principi costituzionali. Tuttavia la prassi continua, sostenuta da fattori strutturali: mancanza di servizi territoriali, gestione del rischio sociale, inerzia burocratica e soprattutto una lunga abitudine storica alla segregazione dei soggetti considerati problematici.
Il valore dell’articolo sta proprio nel mostrare che la storia della psichiatria non procede per rotture nette. La chiusura dei manicomi non elimina la funzione sociale dell’internamento: la redistribuisce. Il potere non scompare ma cambia tecnologia. Se prima era l’ordine di ricovero, oggi è il consenso sostitutivo; se prima si controllava lo spazio, ora si controlla la decisione. L’amministratore di sostegno diventa così l’equivalente funzionale del vecchio potere manicomiale: non un agente di repressione intenzionale, ma l’ingranaggio che rende possibile una pratica collettiva di normalizzazione.
La conclusione di Tarantino è volutamente ambivalente. Da un lato il sistema appare fragile, perché basta un rifiuto professionale o un’interpretazione rigorosa della legge per interromperlo; dall’altro la sua forza deriva dall’abitudine sociale, dalla tendenza a considerare naturale la collocazione istituzionale dei soggetti ‘fragili’. L’internamento contemporaneo vive quindi in una zona intermedia: non è più legittimo, ma è ancora possibile.
Ne emerge una recensione implicitamente critica del presente della salute mentale. L’articolo non denuncia abusi individuali ma una forma ordinaria di governo delle vulnerabilità, in cui cura e controllo coincidono. Il contributo più originale consiste nell’aver spostato la questione dalla psichiatria alla struttura delle decisioni: la vera posta in gioco non è dove vivono le persone, ma chi decide dove vivono. In questo senso il testo offre una lettura convincente e disturbante della post-deistituzionalizzazione italiana: la libertà conquistata con la fine del manicomio resta incompiuta finché la scelta può essere sostituita.
* Il presente testo è già stato pubblicato sul sito dell’Associazione Diritti alla Follia, di cui l’Autrice è componente, e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Nota: il Centro Informare un’h è impegnato nel rivendicare la promozione della deistituzionalizzazione e lo stop all’istituzionalizzazione. Temi su cui si è avviato un confronto pubblico. In calce alla pagina Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone (in aggiornamento) sono segnalati i contributi che di volta in volta si stanno susseguendo.
Ultimo aggiornamento il 22 Febbraio 2026 da Simona