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La “casa della violenza” e la normalizzazione della cultura istituzionalizzante

di Simona Lancioni*

C’è un’immagine – efficacissima e molto potente – che sintetizza in un unico simbolo gli elementi che connotano la struttura violenta e discriminatoria dell’istituzionalizzazione delle persone con disabilità. Si tratta della “casa della violenza” elaborata dall’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA). Il presente contributo, soffermandosi in particolare sulla normalizzazione della cultura istituzionalizzante, che l’Agenzia FRA pone tra le “fondamenta” della “casa” stessa, cercherà di mettere in luce come questa modalità normalizzante si riscontri tutt’oggi anche nelle narrazioni in tema di istituzionalizzazione proposte da una parte significativa dell’associazionismo delle persone con disabilità italiano.

Figura 1: la “casa della violenza”, con le basi, le cause e le manifestazioni della violenza nei confronti delle persone con disabilità che risiedono negli istituti (fonte: FRA “Luoghi di cura = Luoghi di sicurezza? Violenza contro le persone con disabilità negli istituti”, 2025, pagina 25, traduzione in lingua italiana prodotta dal Centro Informare un’h attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale).

C’è un’immagine – efficacissima e molto potente – che sintetizza in un unico simbolo gli elementi che connotano la struttura violenta e discriminatoria dell’istituzionalizzazione delle persone con disabilità. Si tratta della “casa della violenza[1] elaborata dall’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) e pubblicata nel rapporto di ricerca intitolato Luoghi di cura = Luoghi di sicurezza? Violenza contro le persone con disabilità negli istituti[2], diffuso il 27 novembre 2025.

In questo spazio proponiamo una descrizione dei contenuti della “casa della violenza”, soffermandoci in particolare sulla normalizzazione della cultura istituzionalizzante, che l’Agenzia FRA pone tra le “fondamenta” della “casa” stessa. Quindi, facendo riferimento ai numerosi contributi prodotti nell’àmbito del confronto pubblico scaturito da una campagna di sensibilizzazione sui temi dell’istituzionalizzazione/deistituzionalizzazione[3] – campagna lanciata, in Italia, dal Centro Informare un’h nel giugno 2025 e tuttora in corso –, proponiamo una riflessione in cui cercheremo di mettere in luce come la normalizzazione della cultura istituzionalizzante si riscontri tutt’oggi anche nelle narrazioni in tema di istituzionalizzazione proposte da una parte significativa dell’associazionismo delle persone con disabilità italiano. Ma prima di procedere in tal senso, riteniamo corretto dare qualche informazione minima sul rapporto di ricerca pubblicato dall’Agenzia FRA.

Note sul rapporto Luoghi di cura = Luoghi di sicurezza?

«Per l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, la deistituzionalizzazione rimane l’unica soluzione alle molteplici violazioni dei diritti fondamentali delle persone con disabilità che vivono in istituti»[4], afferma Sirpa Rautio, direttrice dell’Agenzia FRA, nella Prefazione del rapporto, constatando, con preoccupazione, come non solo il numero di persone con disabilità istituzionalizzate non stia diminuendo, ma anzi, su questo fronte, si registri addirittura una regressione. L’importante elaborato esamina la portata e la gravità della violenza e dell’abbandono subiti dalle persone con disabilità che vivono in istituti. Facendo proprio l’approccio basato sui diritti umani delineato dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, il rapporto evidenzia le carenze degli Stati membri dell’Unione Europea nella prevenzione della violenza e nella protezione delle persone più esposte al rischio di subirla. Le prove e le raccomandazioni contenute nello stesso si basano su un’analisi socio-giuridica che ha fatto riferimento ai dati raccolti attraverso le ricerche documentarie condotte nei 27 Stati membri dell’Unione Europea, in Albania, Macedonia del Nord e Serbia, nonché alle ricerche qualitative condotte in 10 Stati membri (Croazia, Germania, Irlanda, Italia, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia). Sulla base delle evidenze riscontrate, il rapporto chiede agli Stati una migliore protezione, una più forte prevenzione della violenza e una chiara responsabilità. Inoltre, attraverso esso, l’Agenzia FRA esorta l’Unione Europea e i suoi Stati membri ad adempiere ai loro obblighi in materia di uguaglianza e diritti fondamentali fornendo, a tal proposito, specifiche indicazioni operative. Nel complesso il rapporto documenta il «crescente divario tra retorica e realtà»[5] nell’applicazione dell’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione ONU.

La “casa della violenza”

La “casa della violenza” (Figura 1) è un’immagine che l’Agenzia FRA ha realizzato al fine di presentare in modo metaforico i risultati della ricerca effettuata. Le sue componenti sono:
le “fondamenta” della violenza (l’invisibilità del fenomeno, le norme sociali prevalenti e la normalizzazione delle forme istituzionali di assistenza);
le cause principali della violenza, i “pilastri” (la mancanza di risorse, la mancanza di consapevolezza dei propri diritti e l’inadeguatezza dei meccanismi di ricorso/risarcimento);
le manifestazioni della violenza (la parte superiore e il “tetto”), le sue forme sottili (negligenza, condizioni di povertà, restrizione della libertà, sovramedicazione, violenza economica, psicologica e verbale) e quelle esplicite (terapia elettroconvulsivante, uso arbitrario di restrizioni, sterilizzazione forzata, violenza fisica e sessuale).

La normalizzazione della cultura istituzionalizzante è posta tra le “fondamenta” della “casa della violenza” assieme alle norme e alle routine obsolete che lasciano poco spazio alla connessione sociale o ad approcci personalizzati all’assistenza, e all’invisibilità del fenomeno stesso della violenza. Le cause principali della violenza (i “pilastri”) sono invece la mancanza di risorse, la scarsa consapevolezza dei propri diritti da parte delle persone con disabilità e l’inadeguatezza dei meccanismi di ricorso/risarcimento. «La cultura istituzionale dell’assistenza (la base della casa) si fonda su norme e atteggiamenti sociali che emarginano le persone con disabilità considerandole diverse, anormali o inadatte. Si tratta di un approccio patriarcale, protezionista e saldamente radicato nel modello medico della disabilità. Le persone che vivono in istituti sono private dell’opportunità di sviluppare e sperimentare la propria identità al di là dell’“[essere] semplicemente associati alla [loro] disabilità”, secondo le parole di un intervistato con disabilità fisica in Italia. I/le partecipanti alla ricerca dell’Agenzia FRA hanno sottolineato che l’istituzionalizzazione può essere definita come una forma di violenza a causa delle restrizioni intrinseche e del notevole controllo esercitato sulla vita dei residenti»[6].

La normalizzazione della cultura istituzionalizzante in Italia

Dal nuovo rapporto dell’Istat sulle strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie[7], reso pubblico il 13 gennaio scorso, risulta che nel 2023 i presidi residenziali attivi sono aumentati del 4,4% rispetto all’anno precedente (sono 12.987, con un’offerta complessiva di circa 426mila posti letto, pari a 7,2 ogni 1.000 persone residenti), e che anche il numero delle persone istituzionalizzate è cresciuto del 6% rispetto al 2022. Esse sono 385.871, tre su quattro sono anziane, in gran parte ultraottantenni e donne. Dunque, anche in Italia i numeri dell’istituzionalizzazione risultano in crescita, sebbene questa pratica sia del tutto incompatibile con la Convenzione ONU (ratificata dal nostro Paese con la Legge 18/2009) e nonostante il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, già nel 2016, ci avesse raccomandato di farla cessare[8].

Se la lettura simultanea dei due testi – il rapporto dell’Agenzia FRA e il rapporto Istat – genera una dissonanza cognitiva, tale effetto risulta notevolmente amplificato dalla consapevolezza che una parte significativa dell’associazionismo delle persone con disabilità italiano continui a proporre narrazioni normalizzanti dell’istituzionalizzazione.

Si tratta di diverse Associazioni/Organizzazioni di persone con disabilità e delle loro famiglie che nei decenni passati, mosse dall’apprezzabile intento di sopperire alla mancanza di servizi pubblici di assistenza, hanno investito molto nella creazione di strutture residenziali e semiresidenziali. Questo di per sé non sarebbe un problema, nel senso che nulla vieterebbe a queste Associazioni/Organizzazioni di prendere atto dei cambiamenti culturali, empirici e giuridici in atto, e di modificare la propria attività in modo da armonizzarla con le tante indicazioni elaborate dal Comitato ONU su questa materia. Le Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza del 9 settembre 2022, ad  esempio, si distinguono per chiarezza ed esaustività. Ma loro non si mostrano per niente disposte a reimpostare la propria attività, ed invece di mettersi in discussione, preferiscono dubitare delle competenze e dell’autorevolezza del Comitato ONU (chi penserebbero di essere costoro per dire a chi si occupa di disabilità da una vita cosa dovrebbe fare?), nonché dell’applicabilità della stessa Convenzione ONU (che sarebbe stata pensata da e per persone con disabilità fisica e sensoriale, ma non da e per persone con disabilità plurime, intellettive e psicosociali). La qual cosa sta comportando che, per legittimare pubblicamente il proprio posizionamento in contrasto con l’attuale quadro normativo, propongano narrazioni che normalizzano questa modalità di erogazione dei servizi d’assistenza, senza tuttavia esplicitare il proprio conflitto di interessi a riguardo. A ciò si aggiunga che queste Associazioni hanno spesso molteplici collaborazioni o fanno parte di altre Organizzazioni di rappresentanza delle persone con disabilità, le quali, invece di sollecitare il rispetto della Convenzione ONU (come ci aspetteremmo da chi la Convenzione ONU la cita in continuazione), si sono disposte a preservare gli equilibri consolidati nel tempo. Per completare il quadro è necessario segnalare che sia le prime (che hanno un conflitto di interesse diretto riguardo all’istituzionalizzazione), sia le seconde (che hanno un conflitto di interesse indiretto) siedono spesso ai tavoli istituzionali nazionali e locali. Tutto questo è emerso molto chiaramente da diversi contributi elaborati da alcuni/e esponenti dell’associazionismo delle persone con disabilità nell’àmbito del confronto pubblico scaturito dalla campagna di sensibilizzazione sui temi dell’istituzionalizzazione/deistituzionalizzazione a cui abbiamo fatto riferimento nella parte introduttiva della presente riflessione.

Semplificando molto possiamo dire che la normalizzazione della cultura istituzionalizzante si concretizza in due tipi di narrazione. Quella più diffusa consiste nel sostenere pubblicamente che l’istituzionalizzazione sia legittima, rispettosa della dignità della persona e che, in situazioni di particolare complessità, sia inevitabile[9], sorvolando sul fatto che la Convenzione ONU vieta questa pratica[10] – cosa che priva quest’ultima di una base giuridica che la legittimi –, che in Italia c’è già chi, da almeno quindici anni, lavora con successo per il suo superamento (anche con persone con necessità di sostegno elevato, molto elevato e intensivo)[11], e che esistono Paesi che hanno già posto fine all’istituzionalizzazione[12]. L’altra narrazione normalizzante è ancora più spregiudicata e consiste nell’affermare pubblicamente che la Convenzione ONU prevederebbe che le persone con disabilità possano scegliere di vivere in strutture semiresidenziali o residenziali[13], sebbene non risulti che nella Convenzione ONU figuri alcuna disposizione del genere. È interessante notare anche che tutto ciò non impedisce a chi utilizza queste strategie comunicative di diramare, specie in concomitanza con alcune ricorrenze[14], accorati proclami contro ogni forma di violenza…

Ma, in specifico, di quali tipi di violenza stiamo parlando quando ci riferiamo all’istituzionalizzazione? La ricerca dell’Agenzia FRA è molto dettagliata nell’individuare le molteplici forme di violenza riscontrate all’interno delle strutture. In particolare i/le «partecipanti al lavoro sul campo hanno parlato delle violenze che hanno subito e/o assistito (o di cui hanno sentito parlare), quali violenze fisiche e sessuali, sovradosaggio di farmaci, trattamenti involontari (compresa la terapia elettroconvulsivante (ECT)), uso arbitrario di misure di contenzione, abusi verbali e psicologici, sfruttamento lavorativo o finanziario, negligenza (che si riflette anche in condizioni di vita precarie), violenza tra pari, restrizione della libertà, isolamento e abusi sistematici. I/le partecipanti hanno sottolineato che le persone con disabilità intellettive e psicosociali, i bambini e gli anziani sono più a rischio di diventare vittime di violenza»[15]. A questi tipi di violenza si deve sommare anche la sterilizzazione forzata che, sebbene sia vietata in molti Stati membri, non è riconosciuta in modo uniforme come una forma di violenza.

In un recente articolo, Samule Pigoni, segretario generale della Fondazione Time2 di Torino, una delle eccellenze italiane che lavora per il superamento dell’istituzionalizzazione, ha osservato come il rapporto dell’Agenzia FRA restituisca, per l’Italia, «un quadro severo: la violenza non riguarda solo gli abusi fisici, ma comprende contenzioni arbitrarie, sovramedicazione, casi di sterilizzazione forzata, isolamento e standardizzazione della vita quotidiana, forme che nascono dalla dipendenza totale dall’istituzione. A questo si aggiungono la mancanza di dati sistematici, monitoraggi formali e spesso preannunciati, meccanismi di reclamo poco credibili e vissuti come rischiosi, una formazione del personale insufficiente e criteri di accreditamento centrati più sulla conformità strutturale che sui diritti fondamentali»[16].

Come già argomentato, la normalizzazione della cultura istituzionalizzante è posta tra le “fondamenta” della “casa della violenza” e, come precisato dal Comitato ONU, l’istituzionalizzazione è essa stessa una «forma di violenza». Questo vuol dire che chi normalizza la cultura dell’istituzionalizzazione sta legittimando la violenza nei confronti delle persone con disabilità. Non solo, questo vuol dire anche che attraverso questa normalizzazione costoro stanno creando i presuppostistanno ponendo le “fondamenta” – che rendono possibili tutte le altre forme di violenza (da quelle più sottili a quelle più esplicite) che vengono praticate all’interno degli istituti. Che a fare questo siano soggetti che rivestono ruoli di rappresentanza delle persone con disabilità è sconcertante e sbalorditivo.

 

* Sociologa e responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa)

Nota: la formattazione delle citazioni testuali differisce da quella originale. Le traduzioni dalla lingua inglese all’italiano sono a cura del Centro Informare un’h.

 

Estremi del rapporto di ricerca

FRA – Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, Places of care = places of safety? Violence against persons with disabilities in institutions. Report, Vienna, Agenzia FRA, 27 novembre 2025, 114 pagine, formato PDF, in lingua inglese.

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[1] L’immagine è pubblicata, in lingua inglese, nel testo dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali denominato Places of care = places of safety? Violence against persons with disabilities in institutions. Report (Vienna, 27 novembre 2025), a pagina 25. Quella che riportiamo nella Figura 1 è la versione in lingua italiana elaborata dal Centro Informare un’h attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale.
[2] Il menzionato rapporto di ricerca dell’Agenzia FRA è disponibile, in lingua inglese, al seguente link, mentre la traduzione in lingua italiana, prodotta con un traduttore automatico, e dunque non verificata, è invece disponibile a quest’altro link.
[3] Si tratta della campagna di sensibilizzazione denominata “Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone” visibile, sul sito del Centro Informare un’h, a questo link. In calce al testo della stessa è disponibile un repertorio essenziale di risorse giuridiche e di altra natura in tema di Vita Indipendente e di deistituzionalizzazione, nonché l’elenco dei link a tutti i contributi prodotti nell’àmbito dell’ampio confronto pubblico scaturito dal lancio della menzionata campagna. La campagna è tutt’ora in corso, ad oggi sono stati raccolti un’ottantina di contributi.
[4] Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, opera citata, pagina 3.
[5] Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, opera citata, Prefazione di Sirpa Rautio, pagina 3.
[6] Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, opera citata, pagine 24-25.
[7] Istat, Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie – Al 1° gennaio 2024, rapporto pubblicato il 13 gennaio 2026.
[8] Comitato ONU per i Diritti delle Persone con Disabilità, Osservazioni Conclusive al primo rapporto dell’Italia, 31 agosto 2016, si vedano in particolare i punti 47 e 48.
[9] A titolo esemplificativo segnaliamo il seguente contributo: Simona Lancioni, La forza di scandalizzarci davanti all’istituzionalizzazione, «Informare un’h», 20 luglio 2025.
[10] L’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità recita infatti: «Gli Stati Parti alla presente Convenzione riconoscono il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone, e adottano misure efficaci ed adeguate al fine di facilitare il pieno godimento da parte delle persone con disabilità di tale diritto e la loro piena integrazione e partecipazione nella società, anche assicurando che:
(a) le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione;
(b) le persone con disabilità abbiano accesso ad una serie di servizi a domicilio o residenziali e ad altri servizi sociali di sostegno, compresa l’assistenza personale necessaria per consentire loro di vivere nella società e di inserirvisi e impedire che siano isolate o vittime di segregazione;
(c) i servizi e le strutture sociali destinate a tutta la popolazione siano messe a disposizione, su base di uguaglianza con gli altri, delle persone con disabilità e siano adattate ai loro bisogni» (grassetti nostri nella citazione).
[11] A titolo esemplificativo segnaliamo le seguenti pubblicazioni che danno conto di alcune sperimentazioni realizzate nel contesto italiano: Il soggiorno obbligato. La disabilità fra dispositivi di incapacitazione e strategie di emancipazione, a cura di Ciro Tarantino, Collana: Percorsi, Bologna, il Mulino, 2024 (il testo è liberamente fruibile a questo link); Natascia Curto e Cecilia Maria Marchisio, I diritti delle persone con disabilità. Percorsi di attuazione della Convenzione ONU. Nuova edizione, Collana Tascabili Faber / 329, Roma, Carocci editore, 2025.
[12] A titolo esemplificativo segnaliamo il seguente contributo: Peter Colin Hodgson, La Nuova Zelanda ha posto fine all’istituzionalizzazione delle persone con disabilità già nel 2006, «Informare un’h», 10 novembre 2025.
[13] A titolo esemplificativo segnaliamo il seguente contributo: Simona Lancioni, L’istituzionalizzazione e la “specialità della casa”, «Informare un’h», 27 luglio 2025.
[14] È molto frequente che lo facciano in occasione della Giornata internazionale della donna (che ricorre l’8 maggio) e, soprattutto, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (che ricorre il 25 novembre).
[15] Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, opera citata, pagina 27.
[16] Samuele Pigoni, Assistenza nei centri che diventano luoghi di violenze con i Garanti senza veri poteri ispettivi, «Informare un’h», 5 dicembre 2025.

 

Vedi anche:

Sito ufficiale dell’European Union Agency for Fundamental Rights.
Samuele Pigoni, Assistenza nei centri che diventano luoghi di violenze con i Garanti senza veri poteri ispettivi, «Informare un’h», 5 dicembre 2025.
Sezione del Centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.

 

Ultimo aggiornamento il 23 Gennaio 2026 da Simona