Ormai l’8 Marzo, data in cui viene celebrata la Giornata Internazionale della Donna è diventato sempre più simile al 25 Novembre, data in cui ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le Donne, nel senso che non è più possibile parlare di parità di genere senza menzionare e interrogarsi sulla violenza contro le donne (con e senza disabilità). E tuttavia, in entrambe le ricorrenze, manca una condanna esplicita dell’istituzionalizzazione quale pratica discriminatoria e forma di violenza basata sulla disabilità. In Italia ci sono quasi 400mila persone disabili e anziane private della propria libertà personale senza aver commesso alcun reato. Possiamo ignorarle? Non è violenza questa?

Ormai l’8 Marzo, data in cui viene celebrata la Giornata Internazionale della Donna, è diventato sempre più simile al 25 Novembre, data in cui ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le Donne, nel senso che non è più possibile parlare di parità di genere senza menzionare e interrogarsi sulla ferita esistenziale, prima ancora che fisica e psicologica, rappresentata dalla violenza contro le donne. Ed è importante, fondamentale, che nel coro di voci di donne che prendono parola su questo tema, si oda forte e limpida anche la voce delle donne con disabilità, che alla violenza sono esposte più delle altre donne. Per questo abbiamo ospitato con piacere le riflessioni che Rosalba Taddeini, psicologa e responsabile dell’Osservatorio sulla violenza contro le donne con disabilità dell’Associazione Differenza Donna di Roma, ha esposto pubblicamente in occasione della Manifestazione contro il cosiddetto “Disegno di Legge Buongiorno” – il Disegno di Legge n. 1715 (Modifica dell’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso) –, che interviene sul concetto di consenso nei reati di violenza sessuale. Manifestazione tenutasi a Roma, lo scorso 28 febbraio (se ne legga a questo link). Per la stessa ragione abbiamo ospitato il comunicato attraverso il quale il Gruppo Donne FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) ha espresso preoccupazione e contrarietà per l’impatto che il menzionato “Disegno di Legge Buongiorno” avrebbe sulla vita delle donne, e delle donne con disabilità in particolare, qualora fosse approvato nell’attuale versione. Per lo stesso motivo pubblichiamo in calce a questa nota il testo scritto da Silvia Cutrera, coordinatrice del Gruppo Donne FISH, per esprimere, in previsione del prossimo 8 marzo, la voce delle donne con disabilità e la loro legittima richiesta di rispetto per i propri diritti e la propria dignità. Un testo che, come accennato, non può non toccare le molteplici forme di violenza a cui le donne con disabilità sono esposte. Le donne con disabilità «subiscono discriminazioni ed esclusioni e sono più esposte a violenza e ad ulteriori e specifiche modalità di abuso – scrive infatti, correttamente, Cutrera –. Tra queste rientrano l’abuso farmacologico, la negazione di cure e ausili indispensabili per l’autonomia, nonché lo sfruttamento economico. In molti casi, poi, la violenza si consuma all’interno delle relazioni di prossimità: familiari, partner, assistenti o operatori sanitari». «Pratiche quali la sterilizzazione forzata, l’aborto forzato o la gestione coatta della contraccezione costituiscono violazioni inaccettabili dell’autodeterminazione. Le donne con disabilità intellettiva o psicosociale, quelle con elevati bisogni di sostegno o che vivono in contesti istituzionalizzati risultano particolarmente esposte a tali abusi», aggiunge, in un altro passaggio, la coordinatrice del Gruppo Donne FISH.
Tutte cose condivisibili, eppure ci sembra che manchi qualcosa. Manca una condanna esplicita dell’istituzionalizzazione quale pratica discriminatoria e forma di violenza basata sulla disabilità. Anche privare le persone con disabilità del diritto di «scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere» e obbligarle «a vivere in una particolare sistemazione» costituisce una inaccettabile violazione del diritto all’autodeterminazione enunciato dall’articolo 19, in tema di Vita indipendente ed inclusione nella società, della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Ma questa violazione non rileva come tale e, purtroppo, una parte significativa dell’associazionismo delle persone con disabilità ha normalizzato questa forma di violenza esplicitamente vietata dalla Convenzione ONU. Una condanna esplicita dell’istituzionalizzazione manca sia nelle celebrazioni per l’8 Marzo e che in quelle per il 25 Novembre, suggerendo che, su questo specifico tema, detto associazionismo sia più incline a farsi carico degli interessi di chi gestisce strutture, che ad esigere il riconoscimento e la tutela dei diritti umani delle persone con disabilità. Ecco, tutto questo, oltre che inaccettabile, ci sembra anche sconvolgente.
Riconosciamo l’onestà intellettuale che ispira l’attivismo del Gruppo Donne FISH e di Differenza Donna nel contrasto alla violenza contro le donne con disabilità e, proprio per tale ragione, come pochi giorni fa, torniamo ad invitare il Gruppo Donne FISH ad unirsi al Centro Informare un’h nel chiedere lo stop all’istituzionalizzazione, e, naturalmente, estendiamo l’invito anche a Differenza Donna (si veda la campagna di sensibilizzazione lanciata dal Centro Informare un’h lo scorso giugno, essa fruibile dal seguente link). Ciò al fine di rendere inequivocabile che non esistono forme di violenza legittimate, ed è fondamentale sottolinearlo in particolare con forme di violenza largamente normalizzate – come, appunto, l’istituzionalizzazione – perché la comunità impari a riconoscerle come tali ed a contrastarle con lo stesso impegno utilizzato nel contrasto alle altre forme di violenza. Gli ultimi dati Istat (relativi all’anno 2023) certificano una crescita del numero delle strutture e delle persone istituzionalizzate (si veda il rapporto Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie – Al 1° gennaio 2024, reso pubblico il 13 gennaio 2026). L’Istat ci dice che in Italia ci sono 385.871 persone disabili e anziane private della propria libertà personale senza aver commesso alcun reato. Possiamo ignorarle? Non è violenza questa? (Simona Lancioni, responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli)
8 Marzo: oltre ai fiori anche il rispetto dei diritti, per le donne con e senza disabilità
di Silvia Cutrera*
«In vista dell’imminente 8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna 2026 – scrive Silvia Cutrera, coordinatrice del Gruppo Donne FISH – è necessario ricordare che la vera uguaglianza si realizza solo quando ogni donna, comprese le donne con disabilità, vede pienamente riconosciuti, rispettati e tutelati i propri diritti, la propria dignità e la propria voce».
In vista dell’imminente 8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna 2026 (International Women’s Day), per il quale le Nazioni Unite hanno scelto il tema ufficiale Diritti. Giustizia. Azione. Per tutte le donne e le ragazze, ricordiamo che la vera uguaglianza si realizza solo quando ogni donna, comprese le donne con disabilità, vede pienamente riconosciuti, rispettati e tutelati i propri diritti, la propria dignità e la propria voce.
Le donne con disabilità incontrano ancora barriere nell’occupazione, nella leadership, nell’accesso alla giustizia. Subiscono discriminazioni ed esclusioni e sono più esposte a violenza e ad ulteriori e specifiche modalità di abuso. Tra queste rientrano l’abuso farmacologico, la negazione di cure e ausili indispensabili per l’autonomia, nonché lo sfruttamento economico. In molti casi, poi, la violenza si consuma all’interno delle relazioni di prossimità: familiari, partner, assistenti o operatori sanitari.
La condizione di dipendenza legata al bisogno di supporto può trasformarsi in uno strumento di controllo, generando paura e silenzio. Il timore di perdere l’assistenza necessaria alla vita quotidiana rappresenta infatti un potente deterrente alla denuncia. Inoltre spesso le parole delle donne con disabilità non vengono considerate credibili, con il conseguente aggravarsi della condizione di vulnerabilità.
E ancora, vi sono gravi discriminazioni in àmbiti particolarmente delicati, come quello della salute, dei diritti sessuali e riproduttivi. Pratiche quali la sterilizzazione forzata, l’aborto forzato o la gestione coatta della contraccezione costituiscono violazioni inaccettabili dell’autodeterminazione. Le donne con disabilità intellettiva o psicosociale, quelle con elevati bisogni di sostegno o che vivono in contesti istituzionalizzati risultano particolarmente esposte a tali abusi.
Nel nostro Paese permangono criticità anche sul piano giuridico, con istituti come l’interdizione e l’amministrazione di sostegno che continuano ad essere applicati secondo una logica di “miglior interesse”, spesso definita da terzi, senza un effettivo ascolto della volontà e delle preferenze della persona interessata mentre il consenso è il presupposto fondamentale di ogni relazione affettiva, sanitaria e sociale che deve essere libero, informato, consapevole e sempre revocabile. Per le donne con disabilità tuttavia questo diritto viene ancora troppo spesso messo in discussione, limitato o addirittura negato.
Tale approccio si pone in palese contrasto con l’articolo 12 (Uguale riconoscimento dinanzi alla legge) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, il quale riconosce la piena capacità giuridica delle persone con disabilità e promuove modelli di supporto alle decisioni fondati sul rispetto della loro autodeterminazione.
È quindi necessario garantire e rafforzare l’accesso alla giustizia per tutte le donne e le ragazze con disabilità, intervenire in modo concreto sui sistemi giuridici, sulle prassi istituzionali e sulle barriere strutturali che ancora oggi ne limitano l’effettiva partecipazione e tutela. Difendere i loro diritti significa costruire una società davvero equa, rispettosa della dignità di tutte le persone.
*Coordinatrice del Gruppo Donne FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie). Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 5 Marzo 2026 da Simona