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“Futuri accessibili”: come rendere il mondo più ospitale alla pluralità dei corpi e delle menti

di Filippo Visentin*

«Il libro di Ashley Shew “Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia” – scrive Filippo Visentin – è uno di quei testi in grado di spostare l’asse del dibattito su disabilità e tecnologia, partendo dall’assunto che progettare futuri accessibili significa cambiare il criterio di valutazione: non chiedersi cioè come rendere i corpi più conformi al mondo, ma come rendere il mondo più ospitale alla pluralità dei corpi e delle menti».

La copertina del libro “Futuri Accessibili” di Ashley Shew, pubblicato da Luiss University Press. La copertina ha un design a griglia, suddiviso in quadrati colorati, ognuno contenente un’illustrazione diversa relativa al tema della disabilità e della tecnologia.

Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia di Ashley Shew è un libro potente, scomodo, necessario, uno di quei testi in grado di spostare l’asse del dibattito su disabilità e tecnologia. L’Autrice – filosofa della tecnologia, amputata e persona neurodivergente – non scrive per rassicurare. Scrive per disorientare. E lo fa con una lucidità teorica e una forza narrativa che raramente si incontrano in uno stesso libro.
Pubblicato originariamente negli Stati Uniti con il titolo Against Technoableism. Rethinking Who Needs Improvement (letteralmente “Contro il tecnoabilismo. Ripensare chi ha bisogno di miglioramenti”) e ora tradotto in Italia da Luiss University Press, il volume sviluppa, indagandolo nelle sue molteplici forme, il concetto di tecnoabilismo.
L’edizione italiana è preceduta e arricchita da una bella prefazione di Fabrizio Acanfora, che offre al lettore strumenti interpretativi preziosi, chiarendo la genealogia teorica del termine, evidenziandone la portata politica e collocando il libro nel dialogo tra tradizione statunitense dei Disability Studies e modello sociale britannico. Una cornice critica che aiuta a comprendere perché la questione non sia “quale tecnologia funziona meglio”, bensì “chi decide cosa significa migliorare”.

Il bersaglio polemico, dunque, non è la tecnologia in quanto tale, ma la rappresentazione di essa. Shew non è anti-tecnologica. Al contrario: utilizza protesi, ausili, dispositivi. Ma rifiuta la narrazione salvifica secondo cui ogni corpo disabile dovrebbe essere un problema “da aggiustare” e ogni innovazione una promessa di redenzione. La sua tesi è radicale: il problema non è la disabilità, ma il mondo progettato senza le persone con disabilità.
Uno dei passaggi più efficaci del libro riguarda l’inaccessibilità quotidiana. L’episodio del parcheggio bloccato, che impedisce alla sua amica in carrozzina di uscire di casa, mostra con crudezza ciò che il modello medico tende a nascondere: non è il corpo a essere “difettoso”, ma l’infrastruttura sociale che fallisce.

Shew però va oltre. Il suo contributo specifico sta nel mettere a tema il modo in cui l’innovazione tecnologica rischia di riprodurre le stesse gerarchie che dichiara di voler superare. Gli esoscheletri celebrati dai media, le protesi “bioniche” raccontate come miracoli, i chip retinici, le narrazioni eroiche legate allo sport: tutto questo contribuisce a rafforzare un’idea di valore umano legata alla performance, alla produttività, alla capacità di aderire a uno standard corporeo normativo. In questo senso, Futuri accessibili dialoga anche con le analisi contemporanee sull’abilismo come sistema di valutazione dei corpi e delle menti in base a criteri di normalità, efficienza e desiderabilità. Il tecnoabilismo non ne è che una declinazione specifica: quella che affida alla tecnica il compito di selezionare chi merita di essere incluso e a quali condizioni.

Il libro alterna saggio e memoir con una scelta stilistica precisa. La narrazione personale non è mai esibizione emotiva né inspiration porn, ma dispositivo epistemologico: la vita vissuta diventa criterio di verità contro l’astrazione tecnocratica. Quando l’Autrice descrive il costo reale di una protesi, la fatica della manutenzione, la vulnerabilità nei percorsi sanitari, restituisce alla tecnologia la sua materialità concreta, sottraendola alla retorica dell’innovazione.
Particolarmente rilevante è anche il capitolo dedicato alla neurodivergenza, dove Shew intreccia riflessioni sull’autismo, sulla storia dell’eugenetica e sulle pratiche di intervento, mostrando come molte “soluzioni” siano in realtà strategie di normalizzazione.
Qui il richiamo alla giustizia della disabilità – intesa come alleanza (politica tra soggettività diverse – apre uno scenario più ampio: la disabilità non come deficit individuale, ma come categoria critica capace di interrogare l’intera organizzazione sociale. Il punto forse più forte del libro è l’idea che l’esistenza disabile sia espansiva. Non una condizione da correggere, ma una fonte di immaginazione politica e progettuale.
Progettare futuri accessibili significa allora cambiare il criterio di valutazione: non chiedersi come rendere i corpi più conformi al mondo, ma come rendere il mondo più ospitale alla pluralità dei corpi e delle menti.

In un contesto come quello “nostrano” in cui il dibattito su disabilità e tecnologia troppo spesso oscilla tra entusiasmo acritico e tecnofobia, Shew offre una terza via: un’etica della progettazione fondata sull’ascolto dei saperi disabili, sulla co-creazione, sulla responsabilità politica.

Ashley Shew, Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia, prefazione di Fabrizio Acanfora, Roma, Luiss University Press, 2026.

 

* Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

 

Ultimo aggiornamento il 5 Marzo 2026 da Simona