Menu Chiudi

DDL sui caregiver: ma quale “riconoscimento”? «È una schiavitù moderna legalizzata, mascherata da elemosina»

di Sara Bonanno*

Se proprio volessimo inquadrare il ruolo del caregiver familiare come attività lavorativa, sarebbe necessario farlo dentro un sistema di diritti, ma nel Disegno di Legge in tema di riconoscimento della figura del caregiver familiare presentato dalla ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, non prevede nulla di tutto ciò, osserva, amara, Sara Bonanno, caregiver di un uomo con disabilità con necessità di sostegni intensivi. Si tratta invece di «una schiavitù moderna legalizzata, mascherata da elemosina», incompatibile con diversi principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, aggiunge.

Atlante Farnese, scultura in marmo di autore sconosciuto, risalente al II secolo dopo Cristo, custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli (particolare).

Riconoscere un ruolo – anche volendo forzatamente definirlo “lavorativo”, impostazione che a molti piace, ma che nasce da una profonda confusione tra che cosa sia lavoro e che cosa sia caregiving familiare – significa una sola cosa: riconoscerlo dentro un sistema di diritti.

In assenza di diritti, non esiste lavoro, ma solo sfruttamento.

Il Disegno di Legge in questione non riconosce alcun lavoro [si riferisce al Disegno di Legge presentato alla Camera dei Deputati da Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità (quale prima firmataria), denominato “Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari”, Atto Camera: 2789, visibile a questo link, N.d.R.].

Prende in considerazione un solo elemento: una soglia di impegno assistenziale fissata da 91 ore settimanali in poi, alla quale viene collegata una elargizione di circa 3.000 euro annui.

Questa previsione viene raccontata come “riconoscimento”.

Non lo è.

Stabilire una soglia minima di 91 ore, senza alcun limite massimo, significa affermare – giuridicamente – che allo Stato non interessa se l’impegno assistenziale si estende:
– oltre le 91 ore,
– fino a 120, 150 ore settimanali,
– o diventa un’assistenza 24 ore su 24, per 365 giorni l’anno.

Una volta superata la soglia, tutto il resto è irrilevante.
Questo non è un orario di lavoro: è la legittimazione di una disponibilità totale e permanente.

Ed è proprio qui che cade la narrazione del “lavoro”.
Perché se fosse lavoro, dovrebbero esistere almeno:

  1. un limite massimo di orario;
  2. un diritto al riposo, che implica una sostituzione;
  3. una tutela per malattia, infortuni e invecchiamento.

Il Disegno di Legge non prevede nulla di tutto ciò.
Non perché “manca qualcosa”, ma perché non gli interessa.

Il caregiver è pensato come sempre disponibile, senza diritti, senza limiti, senza tutele.
Chiamare questo “riconoscimento” significa normalizzare una forma di asservimento personale.
Non è lavoro.
Non è nemmeno volontariato.
È una schiavitù moderna legalizzata, mascherata da elemosina.

Questo assetto è incompatibile con i principi fondamentali della Costituzione, in particolare:
art. 2 (Diritti inviolabili della persona),
art. 3 (Uguaglianza e rimozione degli ostacoli che limitano la libertà e la dignità),
art. 32 (Tutela della salute),
art. 36 (Giusta retribuzione e diritto al riposo).

Per queste ragioni, il Disegno di Legge non è semplicemente emendabile: è radicalmente sbagliato nella sua impostazione culturale, giuridica e sociale e va rigettato integralmente.

 

* Caregiver di Simone, un uomo con disabilità con necessità di sostegni intensivi.

 

Ultimo aggiornamento il 20 Febbraio 2026 da Simona