di Carla Cannas*
«Dietro i proclami sulla tutela dei “fragili”, storie di isolamento, abusi e dignità negata», scrive Carla Cannas, componente di Diritti alla Follia, un’Associazione molto impegnata nel denunciare gli abusi commessi nell’applicazione dell’amministrazione di sostegno, nonché promotrice di una proposta di riforma di questo istituto giuridico. Cannas è molto efficace nel mostrare la distanza tra le narrazioni pubbliche che continuano a presentare questo istituto giuridico come una conquista di civiltà, e la realtà vissuta da tanti, troppi, cittadini e cittadine, e lo fa a partire dalla sua esperienza: «Per noi figlie – io e mia sorella Serenella – l’amministrazione di sostegno applicata a nostra madre non è stata tutela, ma spoliazione: spoliazione di libertà, di dignità, di relazioni, del diritto di scegliere sulle cure e sulla propria vita quotidiana».

La legge dice che tutela.
La realtà è che spesso, spezza legami, isola, zittisce, svuota le persone della possibilità di decidere della propria vita.
Dietro molte amministrazioni di sostegno non ci sono solo atti burocratici: ci sono madri separate dai figli, anziani rinchiusi contro la loro volontà, persone private dei propri soldi, delle relazioni, perfino della voce.
Questo articolo racconta ciò che le istituzioni e una parte dell’informazione continuano a ignorare: la vita reale dei cosiddetti “fragili” e la loro dignità negata.
La Legge 6/2004, che ha introdotto l’amministrazione di sostegno, è stata presentata come uno strumento moderno e “mite”, pensato per aiutare senza sostituirsi, per accompagnare senza annullare.
Nel dibattito pubblico è stata spesso descritta come una conquista di civiltà. Anche il giurista Paolo Cendon, tra i promotori della norma, ne ha rappresentato a lungo il volto ideale. La sua recente scomparsa, ricordata dalla stampa, ha riportato l’attenzione sul senso originario della legge e sulle intenzioni che l’avevano ispirata.
Ma tra le intenzioni e ciò che accade nella vita concreta delle persone c’è una distanza che non può più essere ignorata.
Per noi figlie – io e mia sorella Serenella – l’amministrazione di sostegno applicata a nostra madre non è stata tutela, ma spoliazione: spoliazione di libertà, di dignità, di relazioni, del diritto di scegliere sulle cure e sulla propria vita quotidiana.
Il mito dell’amministratore che “dà voce ai fragili” si è infranto contro un muro di silenzi, decisioni calate dall’alto, porte chiuse.
Quando l’amministrazione di sostegno diventa potere senza ascolto, la persona non è più al centro: diventa oggetto di gestione.
Dopo la morte di nostra madre non ci siamo fermate.
Abbiamo scritto a istituzioni, parlamentari, giornali. Abbiamo chiesto ascolto, chiesto verità, chiesto che si guardasse in faccia ciò che accade davvero.
Quasi tutti hanno taciuto.
Fanno eccezione alcune giornaliste che hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che molti preferiscono non vedere.
Tra queste, Serenella Bettin, che il 19 giugno 2023 su «La Verità» ha denunciato abusi e distorsioni legate all’amministrazione di sostegno, portando all’attenzione pubblica anche il caso di nostra madre.
E soprattutto Stefania Delendati, storica direttrice di «Superando», che per anni ha dato spazio a storie di persone private della propria voce da decisioni prese “per il loro bene” [si veda: Stefania Delendati, “Amministrazione di sostegno: quando la dignità umana viene negata ai ‘fragili’”, del 7 aprile 2025, N.d.R.]. Con sensibilità rara e rigore civile, ha mostrato come strumenti nati per proteggere possano trasformarsi in dispositivi di controllo, isolamento e compressione dei diritti.
Il silenzio, però, resta la regola.
E il silenzio:
- permette che gli abusi si ripetano;
- impedisce un vero dibattito pubblico;
- blocca le riforme;
- lascia le famiglie sole e impotenti.
Criticare questa legge non significa negare che possa servire in alcuni casi.
Significa dire che così com’è applicata oggi può produrre danni gravissimi, con poteri enormi e controlli spesso deboli o inefficaci.
Le storie non sono eccezioni. Sono tante. Troppo simili tra loro.
Casi emblematici raccontati nel tempo anche da «Superando» e da familiari:
- Carlo Gilardi, 92 anni, rinchiuso in RSA [residenza sanitaria assistita, N.d.R.] contro la sua volontà per anni
- Marta Garofalo Spagnolo, giovane donna privata di autonomia
- C. e Barbara, separati e trasferiti in RSA senza rispetto della loro volontà
- Simone e Sara, ricovero forzato e ricatto affettivo
- Oriana, morta isolata dai familiari con decisioni sanitarie imposte
- Giovanna e la madre, separate da amministratori che limitano autonomia e affetti
- Un giovane uomo fiorentino, a cui la madre-amministratrice impedisce contatti con familiari e compagna
- Maria Antonietta, vittima di ripetuti abusi economici da parte della propria amministratrice
- Gigi Monello, professore assolto dopo anni di processo, separato ingiustamente dalla madre
Temi ricorrenti: isolamento affettivo, gestione arbitraria dei poteri, abusi economici, negazione dei diritti fondamentali.
La fragilità non dovrebbe mai diventare il varco attraverso cui si entra nella vita delle persone per decidere al posto loro tutto, anche contro la loro volontà.
Il giornalismo vero non tace davanti al dolore.
Non si limita ai casi eclatanti, non raccoglie testimonianze per poi sparire.
Scegliere cosa raccontare – e cosa no – modella la realtà pubblica.
Raccontare queste storie è scomodo, complesso, spesso impopolare.
Ma è lì che il giornalismo smette di essere vetrina e torna a essere servizio pubblico.
Finché le testimonianze resteranno ai margini, il problema non sarà solo una legge da riformare: sarà anche un’informazione che ha scelto di non vedere.
Scrivo perché mia madre non può più parlare.
Scrivo perché altre madri, padri, figli non facciano la stessa fine nel silenzio.
Scrivo perché il vero scandalo non è criticare una legge, ma fingere di non vedere le vittime.
L’amministrazione di sostegno può essere uno strumento importante solo se profondamente ripensato, con:
- uso limitato ai casi di reale necessità
- controlli effettivi e trasparenza
- rispetto della volontà e delle relazioni affettive della persona
Finché questo non accade, continueremo a raccontare.
E lo faccio anche nel nome di Stefania Delendati, che ha dato voce ai “fragili” quando il silenzio era la regola.
Ci ha lasciati, ma la sua luce resta: in chi continua a parlare per chi non può più farlo, trasformando il dolore in impegno e la memoria in coraggio.
Diritti alla Follia, l’Associazione di cui faccio parte, fa informazione e divulgazione attraverso i propri canali: blog, canali video e incontri pubblici.
L’obiettivo è anche quello di elaborare un Dossier di casi documentati da portare all’attenzione di organismi nazionali e internazionali per la tutela dei diritti umani. Chi desidera raccontare la propria esperienza con l’amministrazione di sostegno può scrivere a: dirittiallafollia@gmail.com. È garantito il massimo rispetto della volontà delle persone e l’anonimato.
* Componente della Giunta dell’Associazione Diritti alla Follia. La proposta di riforma della Legge 6/2004, in tema di amministrazione di sostegno, elaborata dall’Associazione Diritti alla Follia è disponibile a questo link. Il presente testo è già stato pubblicato sul sito della menzionata Associazione, e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 6 Febbraio 2026 da Simona