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Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà

Com’è nata la violenza istituzionale, e che ruolo ha avuto nella fondazione delle stesse istituzioni e nel plasmare le forme di potere? È possibile abolire le istituzioni? Sono questioni impegnative ma anche stimolanti quelle che Valeria Verdolini, docente di Diritto e mutamento sociale e Inequalities and social mobility all’Università̀ di Milano, indaga nel volume “Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” (add editore, 2025).

La copertina del libro “Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” di Valeria Verdolini (foto di copertina di Valerio Bispuri).

Com’è nata la violenza istituzionale, e che ruolo ha avuto nella fondazione delle stesse istituzioni e nel plasmare le forme di potere? È possibile abolire le istituzioni? «[…] l’uguaglianza è mai esistita? Questa domanda attraversa le epoche: ogni promessa di uguaglianza ha generato, insieme, un nuovo regime di esclusione. E se non esiste, possiamo davvero illuderci di non essere tutti, indistintamente, nei guai?»[1] E ancora: «se l’uguaglianza non è mai esistita come promessa mantenuta, possiamo ancora fingere di non essere tutti, prima o poi, candidati o candidabili a diventare scarti?»[2]

Sono questioni impegnative ma anche stimolanti quelle che Valeria Verdolini, docente di Diritto e mutamento sociale e Inequalities and social mobility all’Università̀ di Milano, indaga nel volume Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (add editore, 2025). Scopro dell’esistenza dell’opera proprio mentre sono impegnata a promuovere una campagna per chiedere lo stop all’istituzionalizzazione delle persone con disabilità[3]. Ne leggo la presentazione e rimango folgorata.

Il testo affronta con taglio storico, sociologico, analitico e critico il tratto violento e discriminatorio che caratterizza le istituzioni sin dalla loro costituzione. L’Autrice si sofferma in particolare sulle diverse forme che questa violenza può assumere e sui processi di normalizzazione della stessa: non è un caso se in alcune delle domande che ho riportato nell’incipit figurano verbi quali “illuderci” e “fingere”. Spesso il mondo è diverso da quello che appare, diverso da come lo dipinge chi detiene il potere, diverso da quello che noi per primi/e ci raccontiamo per rendercelo “digeribile”.

Verdolini evidenzia il ruolo dello schiavismo nella nascita del capitalismo, del colonialismo nella costruzione dei confini e della cittadinanza nel legittimare alcuni meccanismi di emarginazione. Le prigioni, i confini, ma anche le polizie di cui gli Stati si dotano per garantire ordine e sicurezza, in realtà si configurano come istituzioni funzionali a preservare i privilegi di alcuni gruppi a discapito di altri e, in definitiva, a stabilire chi è pienamente titolare di diritti e chi no. Per tale ragione, secondo l’Autrice, si tratta di istituzioni che andrebbero abolite. Un pensiero che potrebbe sembrare impossibile, se la Storia non documentasse l’esistenza di abolizionismi che si sono già concretizzati: quello della schiavitù negli Stati Uniti d’America e quello dei manicomi realizzato proprio qui in Italia, su impulso dello psichiatra Franco Basaglia.

Il testo non tratta in modo specifico dell’istituzionalizzazione a cui ancora oggi sono esposte le persone con disabilità, soprattutto quelle con disabilità con necessità di sostegno elevato, molto elevato e intensivo –, si sofferma, come accennato, sulla chiusura dei manicomi, ed accenna al superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) –, ma è innegabile che alcune categorie critiche utilizzate per sostenere la necessità di abolire le prigioni, i confini e le polizie, possano agevolmente essere adattate anche all’abolizione degli attuali istituti residenziali e semiresidenziali per persone disabili e anziane. Un esempio relativo al contesto italiano è utile a sviluppare questo concetto. Sia il superamento del sistema delle classi differenziali[4], sia l’abolizione dei manicomi[5], sia il più recente superamento degli OPG[6] sono tutti scaturiti dalla maturazione di una consapevolezza largamente condivisa che separare le persone con disabilità dalle altre fosse una pratica disumanizzante, discriminatoria e violenta. Anche gli attuali istituti si reggono esattamente sulle stesse logiche di separazione, ed hanno esattamente gli stessi effetti. Dunque, sebbene questi ultimi al momento non sembrano suscitare una sufficiente indignazione collettiva, le precedenti abolizioni delle classi differenziali, dei manicomi e degli OPG, collocano anche l’abolizione degli attuali istituti nel novero delle abolizioni possibili. Ciò anche in considerazione del fatto che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità[7] impegna gli Stati parti ad assicurare, tra le alte cose, che le persone con disabilità – tutte! – «non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione»[8], e che anche la Legge di Riforma della disabilità[9] è orientata a prevenire l’istituzionalizzazione ed a favorire la deistituzionalizzazione[10].

Nel volume l’Autrice distingue tra abolizioni possibili e impossibili, collocando nel primo gruppo quelle che possono essere attuate per via legislativa, e nel secondo quelle che riguardano «strutture simboliche, come il patriarcato, il razzismo o l’ordine proprietario, perché abitano le pratiche sociali, i linguaggi, gli immaginari»[11]. Eppure neanche le menzionate strutture simboliche, che di fatto concretizzano violenze sistemiche e meccanismi oppressivi pervasivi, risultano inscalfibili. Infatti, la circostanza che tali strutture non possano essere abolite solo attraverso processi legislativi, non impedisce di studiare ed elaborare altre strategie volte a contrastare l’ingiustizia. È la stessa Verdolini, nella parte conclusiva del volume, ad avanzare una piccola proposta politica per abolire l’impossibile.

In conclusione riprendo una delle domande iniziali: «se l’uguaglianza non è mai esistita come promessa mantenuta, possiamo ancora fingere di non essere tutti, prima o poi, candidati o candidabili a diventare scarti?» Credo sia nostro interesse occuparcene prima di rientrare nei criteri di esclusione. Pensate che voler realizzare l’uguaglianza sia un’utopia? Ma, argomenta Verdolini, «Il pensiero utopico può essere inteso come uno spazio di prova, un laboratorio mentale in cui diventano pensabili possibilità̀ che ancora non esistono»[12], ed anche, soprattutto, come un modo per «organizzare la speranza in forme praticabili. Siamo realisti! Aboliamo l’impossibile!»[13] (Simona Lancioni)

 

Estremi e sinossi dell’opera:

Valeria Verdolini, Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà, Torino, add editore, ©2025, 248 pagine, 18 euro (disponibile anche in ebook).

«Questo libro è la storia di un’utopia, uno spazio di prova, un laboratorio mentale in cui diventano pensabili possibilità̀ che ancora non esistono.»
C’è ancora spazio, in questi nostri tempi oscuri, per il pensiero utopico? Valeria Verdolini sostiene che fare utopia serve soprattutto a organizzare la speranza in forme praticabili.
In Abolire l’impossibile, l’Autrice parte da un’analisi storica della violenza, dei modi in cui si presenta, del ruolo che ha avuto nella fondazione delle istituzioni e nel plasmare le forme di potere: un filo rosso collega la storia della schiavitù̀ alla nascita del capitalismo, il colonialismo alla costruzione dei confini, l’emarginazione degli ultimi alla nascita della cittadinanza. Prigioni, confini, polizie sono gli ambiti che questo libro indaga per aprire a un dialogo sulle «abolizioni possibili» e su nuove sfide politiche e sociali.
Passando per la storia delle abolizioni riuscite – la schiavitù̀ negli Stati Uniti o i manicomi in Italia – si arriva al concetto di «abolizioni impossibili», ossia la cancellazione di quelle strutture pervasive che perpetuano i meccanismi di oppressione: patriarcato, razzismo, lavoro, proprietà̀, guerra… Contro queste dinamiche apparentemente incrollabili si può̀ fare qualcosa, ma la risposta chiede un duplice sforzo, culturale e operativo: l’ammissione del privilegio e l’impegno per costruire istituzioni altre.
L’abolizionismo che ci racconta Valeria Verdolini si fonda sulla speranza e propone trasformazioni radicali: due orizzonti ormai indispensabili per la sopravvivenza della democrazia.

Sull’Autrice
Valeria Verdolini insegna Diritto e mutamento sociale e Inequalities and social mobility all’Università̀ di Milano. Da alcuni anni tiene il corso Abitare il margine al polo universitario del Carcere di Bollate. Dal 2012 è presidente di Antigone Lombardia. Ha pubblicato L’istituzione reietta. Spazi e dinamiche del carcere in Italia (Carocci, 2022) e, con Paolo Grassi e Giacomo Pozzi, Milano fantasma. Etnografie di una città e delle sue infestazioni (Ombre Corte, 2025). Scrive per «Lucy», «The Italian Review», «Micromega», «CheFare», «Doppiozero» e collabora con Biennale Democrazia.

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[1] Valeria Verdolini, Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà, Torino, add editore, ©2025, pag. 45.
[2] Verdolini, opera citata, pag. 49.
[3] Si veda la campagna di sensibilizzazione “Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone” lanciata dal Centro Informare un’h il 20 giugno 2025 e tutt’ora in corso.
[4] Attuato con la Legge 517/1977 (Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico).
[5] Attuata con la Legge 180/1978 (Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori).
[6] Disposto con il Decreto-Legge 52/2014 (Disposizioni urgenti in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari), convertito in legge, con modificazioni, con la Legge 81/2014 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 marzo 2014, n. 52, recante disposizioni urgenti in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari). Le strutture sono state chiuse dal 31 marzo 2015 e sono state attivate le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza).
[7] Ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, con Protocollo opzionale, fatta a New York il 13 dicembre 2006 e istituzione dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità).
[8] Articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità., grassetti miei nella citazione.
[9] Legge 227/2021 (Delega al Governo in materia di disabilità).
[10] Si veda l’articolo 2, comma 2, lettera c, numero 12 della Legge 227/2021 (Delega al Governo in materia di disabilità).
[11] Verdolini, opera citata, pag. 157.
[12] Verdolini, opera citata, pag. 11.
[13] Verdolini, opera citata, pag. 11.

 

Ultimo aggiornamento il 6 Aprile 2026 da Simona