di Daniele Romano*
«Le Associazioni delle persone con disabilità in Italia devono ritrovare il coraggio dell’indipendenza economica e intellettuale – riflette Daniele Romano –. C’è bisogno di un’autentica attività di advocacy (tutela e promozione dei diritti) che rimetta al centro la radicalità dei bisogni: non più bonus o interventi spot, ma diritti costituzionali esigibili. Solo tornando a essere una controparte scomoda e rigorosa, capace di dire “no” anche ai tavoli governativi quando le risorse non bastano, il mondo dell’associazionismo potrà recuperare quell’autorevolezza che oggi appare pericolosamente sbiadita».

Esiste un paradosso tutto italiano che consuma, silenziosamente, la vita di milioni di persone con disabilità e delle loro famiglie. Da un lato, il panorama del Terzo Settore e dell’associazionismo è formalmente ricchissimo: sigle storiche, federazioni imponenti, tavoli tecnici permanenti e una presenza costante nei palazzi della politica. Dall’altro, c’è la realtà materiale di chi vive la disabilità sulla propria pelle: caregiver lasciati soli dal welfare pubblico, fondi per la non autosufficienza cronicamente insufficienti, barriere architettoniche immutate e un inserimento lavorativo che spesso esiste solo sulla carta.
Anche chi scrive fa parte di un’importante Associazione, ma ritengo sia arrivato il momento di fare autocritica rispetto a ciò che è accaduto negli ultimi mesi, anche alla luce di una serie di articoli pubblicati da Stefano Iannaccone sulla testata «Domani»[1].
Se la distanza tra i proclami istituzionali e la vita quotidiana è diventata un abisso, è giunto il momento di porre una domanda scomoda: l’attuale modello di rappresentanza delle Associazioni è ancora autorevole, o si è trasformato in un ingranaggio del sistema di potere?
Per anni, il grande successo sbandierato dalle principali Federazioni e Associazioni è stato l’ottenimento di un “posto al tavolo”. Trattative con i ministeri, audizioni parlamentari, foto di rito alla firma di protocolli d’intesa. Ma la politica si misura sui risultati, non sulle convocazioni.
Se analizziamo i progressi strutturali dell’ultimo decennio, il bilancio è impietoso. Le riforme organiche si scontrano costantemente con la realtà dei Decreti Attuativi mai emanati o privi di coperture finanziarie adeguate. I sussidi rimangono ancorati a cifre offensive per la dignità umana, costringendo le famiglie a farsi carico interamente del welfare. Le Associazioni, anziché capitalizzare la propria base per pretendere diritti esigibili, sembrano avere accettato una logica puramente difensiva: celebrare piccole concessioni parziali come “vittorie storiche”, mentre il quadro generale rimane drammaticamente deficitario.
La perdita di autorevolezza e di potere contrattuale nasce da una precisa scelta strategica, visibile con diversi colori politici, ma esasperata nelle dinamiche più recenti: la tendenza a schierarsi sistematicamente a favore dell’Esecutivo in carica.
Invece di porsi come controparte ferma, indipendente e intransigente dei governi — custode rigorosa della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità — una parte significativa dei vertici associativi ha preferito la strada del collateralismo. Si assiste così a uno spettacolo singolare: comunicati stampa che sembrano scritti dagli uffici stampa dei ministeri, applausi preventivi a riforme di cui non si conoscono i dettagli economici, e una generale timidezza nel sollevare critiche quando i nodi finanziari vengono al pettine.
Questa vicinanza produce un doppio danno: da una parte il depotenziamento del conflitto sociale, che quando viene espresso nelle forme democratiche, è il motore del cambiamento. Abbandonando la mobilitazione e la critica aperta in cambio di una benevola “concertazione”, le Associazioni si disarmano da sole. Dall’altra parte l’isolamento e la frammentazione: le persone con disabilità e le loro famiglie, non vedendo i propri reali bisogni difesi con vigore, si allontanano dalle sigle storiche. Il risultato è la proliferazione di comitati spontanei, associazioni locali o singoli cittadini che tentano vie legali individuali per vedere riconosciuti i propri diritti, indebolendo il fronte comune.
C’è poi un aspetto strutturale che spiega questa timidezza politica: molte grandi Associazioni si sono trasformate, nel tempo, da enti di pressione politica a veri e propri erogatori di servizi in regime di convenzione con lo Stato e le Regioni. Gestiscono centri diurni, strutture residenziali, servizi di assistenza, progetti di inclusione. Questa transizione, seppur meritoria sul piano pratico per colmare i vuoti del pubblico, crea un evidente conflitto d’interessi politico. Come può un’Associazione criticare aspramente e pubblicamente il Governo o la Giunta Regionale se da quegli stessi enti dipendono i fondi, i bandi e le convenzioni che tengono in vita le sue strutture e i suoi dipendenti? L’autonomia politica viene inevitabilmente barattata con la sopravvivenza gestionale.
Un’Associazione che non spaventa più la politica ha smesso di esercitare il suo ruolo. Se la rappresentanza diventa una passerella per i dirigenti e uno scudo per i Ministri di turno, a rimetterci sono i milioni di cittadini che non hanno voce.
Le Associazioni delle persone con disabilità in Italia devono ritrovare il coraggio dell’indipendenza economica e intellettuale. C’è bisogno di un’autentica attività di advocacy (tutela e promozione dei diritti) che rimetta al centro la radicalità dei bisogni: non più bonus o interventi spot, ma diritti costituzionali esigibili. Solo tornando a essere una controparte scomoda e rigorosa, capace di dire “no” anche ai tavoli governativi quando le risorse non bastano, il mondo dell’associazionismo potrà recuperare quell’autorevolezza che oggi appare pericolosamente sbiadita.
* Sociologo. Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
————————————————
[1] Questi gli articoli pubblicati da Stefano Iannaccone sulla gestione del Ministero delle Disabilità:
Affitti e conflitti di interessi. Disabilità, mistero Locatelli, «Domani», 3 maggio 2026;
Amichettismo leghista: al ministero di Locatelli i fedelissimi senza titoli, «Domani», 4 maggio 2026;
Nomine e disabilità, «Danno erariale dall’Osservatorio»: nuovo caso da Locatelli, «Domani», 5 maggio 2026;
Il giovane carrarino, alla Disabilità la Lega fa il pieno, «Domani», 11 maggio 2026;
Soldi e consulenze: Locatelli porta al ministero la “sua” associazione, «Domani», 17 maggio 2026;
Poltrone e Disabilità, Speziale lascia il suo ruolo in Fish, «Domani», 24 maggio 2026.
Grandi eventi Disabilità, il bando da 5,2 milioni della ministra Locatelli, «Domani», 21 giugno 2026.
Ultimo aggiornamento il 16 Settembre 2026 da Simona