di Gianfranco Vitale*
«Non basta – scrive Gianfranco Vitale – dire alle famiglie di non fidarsi di chi offre speranza senza fornire prove scientifiche. Lo Stato deve fare la sua parte, impedendo che le famiglie siano lasciate sole davanti a chi può approfittare della loro fragilità. E deve scegliere dove mettere le proprie risorse. Nella ricerca, nella cura, nell’assistenza, nell’informazione. In tutto ciò che può restituire alle persone più fragili e alle loro famiglie non una promessa, ma una speranza autentica».

Chissà quanti di voi ricordano, per averlo visto nelle sale cinematografiche, Cento domeniche, film del 2023 diretto e interpretato da Antonio Albanese. Il protagonista, Antonio Riva, è un operaio specializzato ormai in pensione. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che si sposa, lui decide di attingere ai risparmi di una vita per regalarle il matrimonio dei suoi sogni. Recatosi nella banca del paese, scopre che, a causa del dissesto dell’istituto e di una gestione tutt’altro che trasparente dei suoi risparmi, il denaro che credeva al sicuro è stato investito in azioni ormai prive di valore. Davanti al muro di gomma della banca e alla perdita dei propri risparmi, Antonio cade in un vortice di vergogna, ansia e disperazione. Si sente incapace di aiutare la figlia e di mantenere la promessa che le aveva fatto. Nonostante la vicinanza delle persone che gli vogliono bene e della comunità, la pressione psicologica, il senso di colpa e la perdita della dignità lo portano a compiere un gesto estremo.
Per giorni questo film mi è tornato in mente. All’inizio non capivo perché. Poi mi sono ricordato che tutto aveva cominciato a frullarmi in testa un lunedì, il 31 agosto. Poteva esserci un collegamento con la drammatica vicenda che quel giorno ha portato ai fatti di Pietralata a Roma? Confesso che ho provato a cercarlo, ma in punta di piedi, senza pretendere di conoscere ciò che ancora nessuno sa e soprattutto senza trasformare ipotesi in certezze.
Ebbene, in entrambi i casi ho colto un sogno. Da una parte quello di un padre che vuole regalare alla figlia il giorno più bello della sua vita; dall’altra quello, infinitamente più grande e doloroso, di due genitori che cercavano una possibilità e una speranza di miglioramento della salute per la propria bambina.
Ho pensato che quando la speranza diventa l’ultima cosa a cui aggrapparsi, può accadere che qualcuno si presenti promettendo proprio ciò che la medicina non è ancora in grado di offrire. È qui che, forse, dobbiamo fermarci a riflettere. Io per primo.
Quando la medicina non offre più risposte o prospettive di guarigione, il vuoto può essere riempito da venditori di illusioni, terapie non validate scientificamente e guru improvvisati. Il fenomeno delle false speranze di guarigione legate a metodi privi di adeguate prove scientifiche rappresenta una delle forme più dolorose di speculazione sulla fragilità umana. Un circuito economico che può muovere somme enormi e prosperare sulla disperazione di famiglie disposte a tutto pur di aiutare i propri cari.
Secondo quanto è emerso in questi giorni, Luca Abbasciano e Valentina Pambianco avrebbero compiuto almeno tre viaggi in Messico per sottoporre la figlia Bianca a un trattamento sperimentale. La spesa complessiva sarebbe arrivata ad almeno 300 mila euro. Una cifra enorme, che la famiglia avrebbe affrontato dapprima con i propri risparmi e poi anche grazie all’aiuto di amici e conoscenti.
I due genitori sarebbero entrati in contatto, attraverso internet e altri genitori di bambini gravemente malati, con un medico messicano e con una struttura di Monterrey che propone il Cytotron, un trattamento sperimentale basato sull’utilizzo di radiofrequenze e campi elettromagnetici e proposto anche per alcune patologie neurologiche, tra cui la paralisi cerebrale.
Sull’efficacia di questo trattamento, però, esistono forti dubbi e, per quanto risulta dalle informazioni disponibili, non vi sono prove scientifiche sufficienti che ne dimostrino l’efficacia nella paralisi cerebrale. Gli studi clinici relativi a questo impiego non hanno prodotto, allo stato, evidenze pubblicate tali da consentirne una validazione scientifica.
Per quei genitori, tuttavia, quella terapia sembrava rappresentare una possibilità concreta. Secondo persone vicine alla famiglia, dopo i trattamenti in Messico avrebbero percepito qualche miglioramento nelle condizioni della bambina. Quanto fosse effettivamente riconducibile alla terapia e quanto invece ad altri fattori non siamo noi a poterlo stabilire. E soprattutto non sappiamo quale peso abbiano avuto le difficoltà economiche e gli altri elementi della loro vita nelle decisioni che hanno preceduto la tragedia.
Saranno le indagini, se possibile, a chiarirlo. Ma proprio qui nasce una domanda che va oltre questa specifica vicenda. Siamo di nuovo davanti al business della disperazione? Non sarebbe la prima volta.
Viene inevitabilmente alla mente la vicenda del “Metodo Stamina”, esplosa in Italia più di dieci anni fa. Anche allora famiglie con persone gravemente malate si aggrapparono alla possibilità che un trattamento basato sulle cellule staminali potesse offrire una speranza laddove la medicina non sembrava avere risposte.
L’utilizzo di terapie prive di fondamento scientifico può esporre le famiglie a ingenti spese economiche e, in alcuni casi, anche a rischi per la salute. Emblematica, dicevo, è rimasta la “vicenda Stamina”, diventata uno dei casi più controversi della storia recente della medicina italiana: attorno a un trattamento privo delle necessarie evidenze scientifiche si svilupparono enormi aspettative, un caso mediatico e politico di dimensioni nazionali e, successivamente, un procedimento giudiziario.
Non sto dicendo che la vicenda di Pietralata e quella di Stamina siano la stessa cosa. Non abbiamo alcun elemento per affermarlo. Il paragone riguarda un’altra cosa: il possibile meccanismo che si mette in moto quando una malattia gravissima incontra una famiglia disperata e qualcuno propone una cura sulla quale non esistono sufficienti prove scientifiche.
È un meccanismo che dovremmo conoscere e riconoscere. Perché chi soffre non cerca necessariamente un miracolo. Cerca una possibilità. E proprio questa differenza è fondamentale.
Una famiglia può essere perfettamente consapevole che una terapia sia sperimentale e, nello stesso tempo, aggrapparsi alla speranza che possa funzionare. Il problema nasce quando quella speranza viene trasformata in una certezza, quando l’assenza di prove viene presentata come una prova che le Istituzioni nascondono qualcosa, quando il fallimento della medicina diventa il terreno sul quale qualcuno può costruire un’attività economica.
A quel punto la speranza rischia di diventare una merce. E il prezzo può essere altissimo: decine o centinaia di migliaia di euro, risparmi di una vita, viaggi, sacrifici, tempo sottratto alla famiglia.
Ma il costo più drammatico non è necessariamente quello economico. È quello umano. Perché dietro ogni trattamento venduto come ultima possibilità c’è una famiglia che vuole continuare a credere nel futuro.
E allora non basta dire alle famiglie di non fidarsi. Lo Stato deve fare la sua parte. Deve garantire informazioni accessibili e rigorose, controlli efficaci, una Sanità Pubblica capace di accompagnare le persone e, soprattutto, deve investire nella ricerca scientifica.
È proprio qui che vorrei arrivare. Non credo ai guaritori. Non credo alle terapie miracolose. Non credo a chi pretende di sostituire con promesse ciò che non riesce a dimostrare con la scienza. Credo nella ricerca. Credo nella ricerca perché procede lentamente, perché verifica, sperimenta, sbaglia, corregge, sottopone i risultati al giudizio degli altri ricercatori. E proprio perché non promette miracoli, quando finalmente raggiunge un risultato può offrire qualcosa di infinitamente più prezioso: una speranza fondata su conoscenze verificabili.
Forse non sapremo mai fino in fondo che cosa ci sia stato dietro la tragedia del 31 agosto. Sarebbe irresponsabile pretendere oggi di saperlo. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile non provare a capire che cosa può accadere alle famiglie quando la disperazione incontra un mercato della speranza.
Lo Stato non può limitarsi a piangere i morti quando è ormai troppo tardi. Deve impedire che le famiglie siano lasciate sole davanti a chi può approfittare della loro fragilità. E deve scegliere dove mettere le proprie risorse. Nella ricerca, nella cura, nell’assistenza, nell’informazione. In tutto ciò che può restituire alle persone più fragili e alle loro famiglie non una promessa, ma una speranza autentica.
Perché la vera grande opera non è promettere l’impossibile. È fare in modo che nessuna famiglia sia costretta a inseguire l’impossibile per sentirsi ancora autorizzata a sperare.
* Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 12 Settembre 2026 da Simona