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Nell’istituzionalizzazione si compie un’espropriazione di desideri e piaceri

di Maria Cristina Pesci*

La notizia dell’ultima vicenda di presunti maltrattamenti ai danni di persone con disabilità avvenuti in una struttura** ha riportato l’attenzione sui meccanismi spersonalizzanti propri dell’istituzionalizzazione. Chi opera in questi contesti, infatti, spesso si pone nei confronti delle persone con disabilità in termini di gestione dei bisogni primari, finendo per espropriare le stesse di desideri e piaceri, ma così, osserva Maria Cristina Pesci, «si apre la porta ad una situazione di violenza istituzionalizzata e perversa secondo cui per “prendermi cura di te”, devo violare la tua persona e cancellare i fondamentali principi di libertà».

“Primavera perduta” (credits: Sébastien Del Grosso).

Se si ragiona solo in termini di gestione, si produce un effetto di potere sull’altro di natura disfunzionale.
Se chi si relaziona con una persona con disabilità non è in grado di vedere la persona, di ammettere che è lei il soggetto intero, integro e indivisibile da considerare e quindi l’unico reale perché “completo” a cui rivolgersi, anche se apparentemente il meno competente rispetto a sé stesso, si continua a mettere in atto la sopraffazione e lo sfruttamento. È inutile e controproducente pensare in termini di espropriazione di desideri e piaceri, anche nei casi di disabilità intellettiva e di demenza. Infatti così si apre la porta ad una situazione di violenza istituzionalizzata e perversa secondo cui per “prendermi cura di te”, devo violare la tua persona e cancellare i fondamentali principi di libertà.

Dunque rispondere ai bisogni primari (pappa, cacca, nanna, igiene e tetto sulla testa), fa sì che tutto il resto non esista. La persona diventa lo stomaco da riempire, il corpo da tenere pulito, la voce da sedare, l’habitat da igienizzare, il corpo da deprivare di desideri e bisogni propri. Vorrei aggiungere che a volte non serve sottolineare che comunque la persona con disabilità è sempre la più competente rispetto a sé, perché comunque anche laddove non può esprimersi, questa non è una discriminante che giustifica alcuna prevaricazione e negazione della persona. Forse, per paradosso, non serve sottolineare una qualche forma di competenza, perché il rischio è di cadere senza volere in una sorta di abilismo mascherato. Anche chi non apparisse “competente” (e quali sarebbero i parametri?) ha diritto al massimo rispetto e ad una capacità di adeguare la realtà alla persona.

 

* Medica e attivista per i diritti delle persone con disabilità

** Si veda il seguente approfondimento: Simona Lancioni, “Caso ANFFAS di Modica”, considerazioni sulle posizioni assunte da ANFFAS, FISH e Autorità Garante nazionale sulla disabilità, «Informare un’h», 16 agosto 2026.

 

Ultimo aggiornamento il 17 Agosto 2026 da Simona