di Filippo Visentin*
«“Disabilità. Una questione metafisica” di Paolo Dai Prà – scrive Filippo Visentin – non è una lettura per chi cerca risposte immediate o strumenti operativi. È un libro filosoficamente esigente, che richiede pazienza, ma che può offrire, a chi lavora nel campo della disabilità o semplicemente a chi vuole ripensarne le categorie, uno sguardo oltre l’ovvio: quello di Arianna, che non ha paura di entrare nel Labirinto dell’Altro perché sa che è lì, e non altrove, che si gioca la possibilità dell’incontro».

Prima di addentrarsi nelle pagine del libro di cui parleremo, il Lettore e la Lettrice farebbero bene a lasciare a casa alcune aspettative. Chi cercasse uno sguardo vicino ai Disability Studies, o una sorta di “cassetta degli attrezzi” con soluzioni pratiche da applicare subito, non la troverà: Dai Prà scrive infatti un’opera di filosofia teoretica, esigente e a tratti ostica, che prova a pensare la disabilità non come questione sociale o clinica, ma come questione metafisica – cioè come domanda sull’essere stesso della persona.
C’è un modo di parlare di disabilità che passa per le leggi, i diritti, le barriere architettoniche, i servizi. Ed è un modo necessario. Ma c’è anche un modo più radicale, che si chiede non che cosa fare per la persona con disabilità, ma chi è quella persona per il pensiero occidentale, per la filosofia, per il mito e per la fede. Ed è questa la strada scelta da Paolo Dai Prà in Disabilità. Una questione metafisica, appena pubblicato dall’editore il Prato nella collana “I Cento Talleri”, con postfazione del filosofo Paolo Calabrò.
Il libro non è un manuale né un pamphlet: è un saggio filosofico che intreccia fenomenologia, teologia e letteratura, e che si legge come un lungo esercizio di attenzione. Il bersaglio polemico è quello che l’autore chiama “indifferenza”: l’insensibilità verso tutto ciò che eccede la norma, il riflesso automatico che porta a “spiegare” la persona con disabilità – diagnosticarla, classificarla, etichettarla – invece di comprenderla davvero.
Non è un caso che il libro prenda le mosse da un terreno molto concreto: la scuola e l’inclusione. Dai Prà richiama due passaggi della storia italiana recente – la Legge 180 del 1978, che chiuse i manicomi lasciando però, secondo una lettura critica ripresa dall’autore, «i matti abbandonati nelle strade» al posto dei matti abbandonati nei manicomi, e il Decreto Legislativo 66/17 sull’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, dopo il quale il problema non è più rivendicare la loro semplice presenza in classe, ma rendere quella presenza davvero significativa per tutti. Da qui l’autore fa emergere un’antinomia pedagogica scomoda ma onesta: senza modelli praticabili di apprendimento differenziato, la scuola finisce per oscillare tra l’allontanare gli alunni “diversi” e il tenerli dentro la classe abbassando però il livello per tutti. È un’osservazione che gli permette di introdurre il vero bersaglio polemico del libro: il sospetto che “includere” possa risolversi in un mero “imporre-dentro”, cioè nel far rientrare a forza la persona con disabilità entro il mondo dei “normali”, anziché costruire le condizioni perché quel mondo sappia davvero accoglierla nei suoi propri modi di essere. È da questa insoddisfazione – il rifiuto tanto dell’indifferenza quanto di un’inclusione soltanto di facciata – che nasce l’esigenza, per Dai Prà, di rifondare la questione su basi più profonde: quelle della fenomenologia.
Prima ancora di addentrarsi nell’argomentazione vera e propria, però, il libro sceglie di accompagnare il Lettore con un’immagine quasi contemplativa: quella dei pomodori verdi rimasti attaccati alla pianta sul terrazzo mentre l’autunno avanza, frutti che si vorrebbero veder maturare secondo tempi e colori prevedibili, e che invece, non riuscendo a farlo, finiscono spesso per essere sradicati e gettati via. È la stessa sorte, suggerisce l’autore, di ogni vita che eccede la norma: non un frutto mancato, ma un frutto che chiede di essere colto per ciò che è realmente, non per ciò che “dovrebbe” diventare.
A questa immagine l’autore affianca due citazioni della poetessa Wisława Szymborska sul rischio di attraversare l’esistenza distrattamente, «come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro», senza stupirsi di nulla; e proprio qui, in apertura, prende posizione anche sul senso stesso del suo fare filosofia, richiamando un’annotazione giovanile del filosofo Søren Kierkegaard: a poco servirebbe scoprire una “verità oggettiva” e padroneggiare i sistemi dei filosofi, se questa verità restasse fredda, nuda, indifferente. La filosofia che interessa a Dai Prà non è quella dei sistemi, ma quella capace di toccare la verità esistenziale della cura e dell’amore – ed è precisamente questa filosofia, non una teoria astratta, ciò che il libro promette fin dalle sue prime pagine.
Per raccontare dunque questo scarto tra spiegare e comprendere, Dai Prà si affida a un’immagine antica: quella del Minotauro rinchiuso nel Labirinto. Il mostro-uomo, «formato a metà», diventa il simbolo di ogni persona la cui alterità viene percepita come minaccia e per questo va nascosta, contenuta, resa invisibile.
L’autore lo affianca a un’altra figura di reclusione ed esclusione, il Quasimodo di Victor Hugo, la cui cattedrale-carcere «gli si era plasmata addosso» come un guscio, e al Minotauro di Borges: quello della Casa di Asterione, il racconto in cui è il mostro stesso a narrarsi in prima persona, chiedendosi con timore chi sarà il suo redentore. È un rovesciamento di sguardo decisivo per il libro, perché fa vedere che il mostro non è soltanto l’oggetto di un’attesa altrui, ma un soggetto che attende, a sua volta, di essere accolto.
Ma il cuore pulsante del libro di Dai Prà, e forse la sua intuizione più originale, riguarda chi rompe quell’isolamento: Arianna. Nel racconto mitologico è lei, con il suo filo, a permettere a Teseo di raggiungere il Minotauro e di liberarlo dalla prigionia della Legge del Padre incarnata da Minosse. L’autore legge questo gesto come l’emblema di un principio “femminile” – da intendersi non come tratto biologico ma come postura, disponibile tanto a un uomo quanto a una donna – che accoglie senza giudicare, senza pretendere di spiegare tutto subito. Dove il Labirinto costruito da Minosse rappresenta la Legge che classifica e allontana, Arianna è “la Signora del Labirinto”: non lo teme, non lo riduce a un problema da risolvere, ma lo abita come un mistero da custodire.
È un’idea che l’autore sviluppa fino a un’equazione dichiarata esplicitamente: Arianna è la fenomenologia stessa, cioè quella pratica filosofica che rinuncia a incasellare l’altro dentro concetti già pronti, e si mette invece in ascolto di ciò che ogni persona, nella sua irriducibile particolarità, ha da mostrare di sé. Non a caso il capitolo che le è dedicato si intitola proprio Arianna è la fenomenologia, mentre l’intera parte del libro in cui la figura compare porta il titolo Curare il Minotauro: la fenomenologia, in questo disegno, non è un esercizio teorico fine a se stesso, ma l’atteggiamento da cui discende la possibilità stessa di una cura autentica.
Arianna incarna dunque, insieme, il metodo e il suo esito: comprendere l’altro, per Dai Prà, è già il primo atto del prendersene cura. Comprendere, scrive l’autore rifacendosi a Karl Jaspers, non è la stessa cosa che spiegare: la spiegazione guarda da fuori, la comprensione tocca il volto dell’altro. Ed è in questa luce che va letta una delle affermazioni più dirette del libro: «La persona con disabilità – scrive Dai Prà – non è un pezzo di mondo bensì un mondo tutt’intero, un assoluto di senso – non qualcuno a cui manca qualcosa rispetto a una presunta normalità, ma qualcuno che ha davanti a sé un proprio orizzonte di possibilità, tutto da riconoscere».
Questa impalcatura fenomenologica si appoggia largamente su Martin Heidegger, presente nel libro non come semplice fonte erudita, ma come interlocutore costante: da lui Dai Prà riprende l’idea che ogni persona – anche quella con disabilità – vada compresa come apertura strutturale al mondo, come un esserci nel quale “ne va del suo stesso essere”, e non come oggetto già definito e classificabile una volta per tutte.
Riprende inoltre la nozione di situazione emotiva (Befindlichkeit) per sostenere che l’accoglienza dell’Altro passa sempre attraverso un coinvolgimento affettivo, non attraverso la sola comprensione intellettuale; e arriva persino a correggere Heidegger su un punto decisivo, proponendo di ritrovare la struttura dell’intenzionalità non nella nozione di “utilizzabilità”, ma nella pratica concreta dell’amore.
Accanto a Heidegger compare poi Emmanuel Lévinas, richiamato con pagine della sua opera Totalità e infinito, nel punto in cui il volto dell’Altro, con la sua fragilità e la sua nudità, “fa appello” a noi e rende possibile – proprio in quell’appello ineluttabile – la nostra stessa libertà; e compare Luigi Pareyson, la cui riflessione sul male e sulla sofferenza viene messa in dialogo con Dante.
La seconda parte del volume approfondisce questa proposta, distinguendo tra una sintesi “attiva” che impone dall’esterno una legge alla realtà e una sintesi “passiva” – più affine, nel linguaggio del libro, al principio femminile – che accoglie ciò che le cose stesse manifestano di sé, decorso dopo decorso, lato dopo lato.
Nell’appendice, dedicata a una “fenomenologia agapica”, l’orizzonte si allarga apertamente alla teologia trinitaria e ai versi danteschi del Paradiso, in un impasto di riferimenti – da Husserl a Nietzsche, dal Vangelo di Giovanni ai tarocchi marsigliesi – che è insieme la forza e la sfida del libro: un’erudizione fitta, non sempre agevole, ma che restituisce la sensazione di un pensiero che non si accontenta di scorciatoie.
Non è un caso che l’autore richiami più volte la differenza, cara alla tradizione fenomenologica, tra problema (che si risolve e scompare) e mistero (che va invece sperimentato e venerato, e che resiste per sua natura a ogni spiegazione esaustiva). È in questa differenza che si gioca, per Dai Prà, la possibilità di una cura autentica: non quella che vuole rendere la persona con disabilità prevedibile e gestibile, ma quella capace di reggere la sua enigmaticità senza volerla per forza sciogliere.
Nella postfazione, Paolo Calabrò coglie bene il punto quando scrive che il merito del saggio è mostrare come, una volta entrati davvero nelle dinamiche dell’alterità radicale, non sia più possibile smussare ciò che nell’essere umano resta ostinatamente ruvido: la sua unicità, che non si lascia semplicemente “dire” ma richiede di essere pensata fino in fondo, nell’incontro autentico con l’altro.
Disabilità. Una questione metafisica non è una lettura per chi cerca risposte immediate o strumenti operativi. È un libro filosoficamente esigente, che richiede pazienza e che non teme di attraversare territori impervi – dalla metafisica trinitaria alla psicologia del profondo – pur di restare fedele alla propria domanda di partenza. Ma proprio per questo può offrire, a chi lavora nel campo della disabilità o semplicemente a chi vuole ripensarne le categorie, uno sguardo che va oltre l’ovvio: quello di Arianna, che non ha paura di entrare nel Labirinto dell’Altro perché sa che è lì, e non altrove, che si gioca la possibilità dell’incontro.
* Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 28 Luglio 2026 da Simona