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Piano di Azione sulla Disabilità: per le donne disabili una macchina senza carburante e senza ruote

Quella che il terzo Piano di Azione sulla Disabilità consegna alle donne disabili è una “macchina senza carburante e senza ruote”. Senza carburante perché l’intero Piano di Azione non prevede lo stanziamento di fondi specifici per la sua attuazione, e senza ruote per le numerose e gravi lacune riscontrate, nonché perché anche le poche misure introdotte sono soggette a verifiche sui soli aspetti formali e risentono dell’approccio sminuente alle politiche di genere che caratterizza le attuali Istituzioni. Un approccio che, lo sottolineiamo con forza, è decisamente riduttivo rispetto al mandato della Convenzione ONU su questa materia.

Il Terzo Piano d’azione per le persone con disabilità “lascia a piedi” le donne disabili (immagine creata con l’intelligenza artificiale).

Con un proprio Decreto del 12 marzo 2026 il Presidente della Repubblica ha formalizzato l’adozione del Piano di Azione per la promozione dei diritti e l’inclusione delle Persone con Disabilità, già approvato dall’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità (OND) il 28 novembre 2025.

Abbiamo verificato quali misure siano state previste per le donne con disabilità all’interno del Piano di Azione. Il testo completo, con i riferimenti e l’analisi, è liberamente consultabile e scaricabile a questo link. Trascriviamo di seguito le sole conclusioni.

 

Conclusioni

La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce che le donne con disabilità sono soggette a discriminazioni multiple, e sottolinea la necessità di incorporare la prospettiva di genere in tutti gli sforzi tesi a promuovere il pieno godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità. Ma la scelta, operata dalla Ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, di eliminare il gruppo di lavoro dedicato alle donne con disabilità presente nella configurazione dell’OND del periodo 2018-2022, ha subito evidenziato l’approccio sminuente delle attuali Istituzioni riguardo alle questioni di genere connesse alla disabilità. Prova ne sia che la configurazione dell’OND definita nel 2023 si compone di soli cinque gruppi di lavoro, tutti coordinati da soli uomini, in nessuno dei quali risultano trattate in modo specifico questioni di genere. È come se un ospedale pensasse di poter continuare a fornire cure cardiologiche dopo aver licenziato tutti i cardiologi e le cardiologhe, esprimendo in modo implicito la convinzione che tali competenze non siano necessarie. Si tratta di una scelta politica scellerata, che neppure la costituzione di un gruppo di lavoro temporaneo specificamente deputato a occuparsi della sola violenza sulle donne con disabilità – e dunque non degli svantaggi che queste ultime incontrano in tutti gli àmbiti della loro vita – è riuscita a sanare. Questa visione estremamente riduttiva, parziale e frammentata delle politiche di genere permea anche il terzo Piano di Azione per la promozione dei diritti e l’inclusione delle Persone con Disabilità. A questo limite, di per sé già molto penalizzante, si va a sommare quello conseguente alla clausola di invarianza finanziaria, che non prevede che siano individuati nuovi e specifici finanziamenti a copertura di nessuna delle misure previste nel Piano stesso.

Le donne con disabilità sono state prese in considerazione in meno della metà delle linee di intervento (tre su sette): nella 2ª linea di intervento in tema di Salute e benessere, nella 5ª Linea di intervento dedicata al Progetto di Vita (all’interno della quale sono previste due linee d’azione rispettivamente mirate al sostegno della genitorialità e al contrasto alla violenza di genere) e nella 6ª linea di intervento in materia di Sicurezza inclusiva e Cooperazione internazionale. La prospettiva di genere invece non è stata integrata nelle seguenti linee di intervento: Accessibilità universale; Inclusione lavorativa; Istruzione, università e formazione; Sistemi di monitoraggio delle Politiche a favore delle Persone con disabilità e del terzo Piano di Azione.

Ma anche laddove il tema del genere è stato considerato sono presenti debolezze strutturali e omissioni.

Sotto il profilo strutturale rileva drammaticamente la scelta di inserire indicatori di risultato solo formali, ad esempio, non la misura dell’efficacia di un dato protocollo o di una data Linea Guida, ma solo il fatto che il protocollo o la Linea Guida in questione siano stati prodotti. Nella sostanza il Piano di Azione è impostato per verificare la sola dimensione formale, ed evita sistematicamente di verificare quella sostanziale, la cui attuazione richiederebbe investimenti aggiuntivi di tipo economico che sono stati esplicitamente esclusi con la clausola di invarianza finanziaria. Una criticità che si riscontra anche, ed è gravissimo, nella linea di azione in tema di contrasto alla violenza contro le donne con disabilità, pur essendo questa linea di azione la più strutturata tra quelle che si occupano di genere.

Riguardo alle omissioni è difficile stabilire quali siano di maggiore gravità. In queste conclusioni segnaliamo quelle più eclatanti. Non è stata considerata la vittimizzazione secondaria a cui sono esposte le madri con disabilità che subiscono violenza dal partner quando si rivolgono ai servizi antiviolenza o a quelli sociali, i quali, invece di rispondere alla legittima richiesta di aiuto delle madri, si dispongono a verificare le capacità genitoriali di queste ultime con strumenti inadeguati, finendo spesso per levare loro i figli e/o le figlie. Non sono state inserite misure specifiche per affrontare il basso livello occupazionale delle donne con disabilità, come raccomandato al nostro Paese dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità nel 2016. Sono stati colpevolmente ignorati i criteri di esclusione delle ospiti con un qualche tipo di vulnerabilità adottati dalla quasi totalità delle Case rifugio, una forma di discriminazione diretta in contrasto coi principi di uguaglianza e non discriminazione su cui si basano sia la Convenzione ONU, sia la Convenzione di Istanbul, oltre che, naturalmente, la nostra Costituzione. Nel Piano di Azione non c’è traccia delle violenze contro le persone con disabilità ospitate nelle strutture residenziali, all’interno delle quali le donne sono maggiormente esposte ad abusi e violenze sessuali ed a diverse forme di coercizione riproduttiva. Non è stato disposto lo stop all’istituzionalizzazione – come raccomandato al nostro Paese, ormai dieci anni fa, dal Comitato ONU –, gli istituti continuano ad essere regolarmente finanziati con soldi pubblici e l’istituzionalizzazione risulta in crescita. Non è stata prevista la stesura di un Piano Nazionale di deistituzionalizzazione, sulla cui predisposizione pesa il conflitto di interessi dato dal fatto che alcuni gestori di strutture residenziali e semiresidenziali per persone con disabilità e anziane siedano all’interno dell’OND tra i soggetti in rappresentanza delle persone con disabilità, una posizione che consente loro di condizionare, indisturbati, le politiche in materia di deistituzionalizzazione. Nessun riferimento al genere è presente nella linea di azione dedicata al Tavolo permanente integrato sulla sicurezza inclusiva (per gli eventi di calamità naturali e le emergenze umanitarie), sebbene sia documentato come tali eventi abbiano un impatto sproporzionato sulla vita delle donne e delle ragazze con disabilità. L’ultima omissione, ma non certo per importanza, riguarda la mancata previsione che tutti i dati statistici raccolti in tema di disabilità vengano disaggregati anche per la variabile del genere. La Ministra Locatelli è in grado di spiegare l’esistenza di queste lacune con motivazioni non riconducibili alla scelta politica scellerata di cui sopra?

Quella che il terzo Piano di Azione consegna alle donne con disabilità è dunque una macchina senza carburante e senza ruote”. Senza carburante perché l’intero Piano di Azione non prevede lo stanziamento di fondi specifici per la sua attuazione, e senza ruote per le numerose e gravi lacune riscontrate, nonché perché anche le poche misure introdotte sono soggette a verifiche sui soli aspetti formali e risentono dell’approccio sminuente alle politiche di genere che caratterizza le attuali Istituzioni. Un approccio che, lo sottolineiamo con forza, è decisamente riduttivo rispetto al mandato della Convenzione ONU su questa materia.

Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h di Peccioli (Pisa)

 

Ultimo aggiornamento il 23 Maggio 2026 da Simona