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Tecnologie e Progetto di Vita: una leva concreta per l’autonomia

Intervista di Andrea Pancaldi a Evert-Jan Hoogerwerf*

Integrare davvero le tecnologie nei percorsi delle persone con disabilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale e il Progetto di Vita è lo spazio in cui questa integrazione può diventare reale, coerente ed efficace: così si è espresso nel corso di un recente convegno Evert-Jan Hoogerwerf, responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna, che è stato intervistato per la rivista «Superando».

Una realizzazione grafica dedicata alle tecnologie assistive.

Si è svolto il 22 aprile scorso a Bologna, nell’àmbito della manifestazione Exposanità 2026, il convegno Progetti di vita per le persone con disabilità. Dalla sperimentazione alla attuazione, promosso dal Servizio Sociale per le Disabilità dell’Area Welfare del Comune di Bologna [se ne legga anche un’ampia presentazione su «Superando», N.d.R.]. Nell’àmbito di tale seminario (la registrazione integrale è disponibile su YouTube a questo link), si è parlato anche del ruolo delle tecnologie nella definizione dei Progetti di Vita attraverso l’intervento di Evert-Jan Hoogerwerf, responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna (Associazione Italiana Assistenza Spastici), una delle esperienze italiane più conosciute e longeve, avviata sin dai primi Anni Ottanta, le cui attività e servizi possono essere consultati nei siti presenti a questoquesto o questo link.
Integrare davvero le tecnologie nei percorsi delle persone con disabilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale. Nel suo intervento durante il citato convegno, Hoogerwerf – inserito lo scorso anno dalla rivista «Forbes» nella lista Accessibility 100, ossia le 100 persone più influenti nel mondo nell’àmbito dei temi legati all’accessibilità per le persone con disabilità – ha proposto una lettura chiara: il Progetto di Vita è lo spazio in cui questa integrazione può diventare reale, coerente ed efficace. Ne abbiamo approfittato per porgergli alcune domande, vista la sua lunga esperienza in materia.

Dottor Hoogerwerf, lei parla del Progetto di Vita come di un cambio di paradigma. Perché?
«Perché sposta radicalmente il punto di vista. Non si parte più dalla disabilità come problema da gestire, ma dalla persona come protagonista del proprio percorso. È un approccio basato su diritti, autodeterminazione e partecipazione. Il Progetto di Vita non riguarda solo i bisogni, ma anche le potenzialità, i desideri e le ambizioni. E richiede un lavoro condiviso: una rete di servizi, contesti e relazioni che costruiscano insieme le condizioni per il suo sviluppo».

In questo contesto, quale ruolo assumono le tecnologie?
«Un ruolo strutturale. Le tecnologie sono ormai parte integrante della vita quotidiana e delle dinamiche sociali. Per le persone con disabilità, poter accedere e utilizzare le tecnologie più appropriate significa esercitare pienamente la propria cittadinanza. Ridurre il divario digitale è quindi una priorità, non solo per migliorare la qualità della vita, ma per rendere effettivi diritti già riconosciuti come l’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione sociale».

Lei propone di superare una visione tradizionale delle tecnologie assistive. In che modo?
«Dobbiamo uscire da una logica puramente compensativa, in cui le tecnologie assistive servono soltanto a “colmare” una menomazione. È più utile ragionare in termini di tecnologie abilitanti. Questo significa pensare a soluzioni basate sulle tecnologie integrate nei contesti di vita – scuola, lavoro, comunità – e non a dispositivi isolati. Significa anche considerarle un investimento sul percorso esistenziale della persona, non un costo sanitario. Implica inoltre passare da interventi episodici di fornitura di ausili a processi dinamici e continui, che evolvono insieme alla persona, proprio come è stato pensato il Progetto di Vita».

Evert-Jan Hoogerwerf, olandese trapiantato da sempre in Italia, è stato recentemente incluso da «Forbes» tra le 100 persone più influenti nel mondo nell’àmbito dei temi legati all’accessibilità per le persone con disabilità.

Ma quali sono i benefìci concreti di questa integrazione?
«Sono molteplici. Le tecnologie, infatti, possono aumentare l’autonomia e l’indipendenza, rafforzare la capacità di scelta e ampliare le opportunità di partecipazione. Migliorano la qualità della vita e offrono un supporto significativo anche ai caregiver. Inoltre, hanno un impatto sistemico: permettono interventi più efficaci e personalizzati, contribuendo a rendere il welfare più sostenibile».

Eppure, questo potenziale non sempre si realizza. Quali sono le condizioni necessarie?
«Ce ne sono alcune di fondamentali per far sì che le tecnologie diventino un’opportunità per l’empowerment delle persone con disabilità. La prima riguarda gli obiettivi di un percorso di adozione delle tecnologie: devono essere chiari, condivisi e verificabili. Senza questa base, la tecnologia rischia di essere scollegata dai reali bisogni. La seconda è il tempo: l’adozione di tecnologie nella vita di una persona con disabilità è come un processo di apprendimento che il più delle volte richiede accompagnamento e adattamenti progressivi. Quindi, servono le competenze: operatori formati, capaci di integrare le tecnologie nei percorsi educativi, sociali e riabilitativi. Infine, sono essenziali le collaborazioni e una programmazione di medio-lungo periodo. È un lavoro di rete, non individuale».

Il Progetto di Vita può essere la cornice che tiene insieme questi elementi?
«Esattamente. Il Progetto di Vita è lo strumento che permette di integrare obiettivi, tempi, competenze e risorse in modo coerente. È ciò che consente di evitare interventi frammentati e di costruire percorsi realmente personalizzati, in cui anche le tecnologie trovano il loro ruolo abilitante».

In conclusione, quali indicazioni operative emergono da questa visione?
«Alcune sono molto concrete: inserire nel Progetto di Vita esplicitamente percorsi di autonomia che prevedano l’uso delle tecnologie; coinvolgere Centri Ausili per individuare le soluzioni più appropriate; sviluppare strumenti digitali che aiutino a gestire e monitorare il Progetto di Vita; e utilizzare le tecnologie già nella fase di co-progettazione, per garantire che la persona possa esprimere pienamente il proprio punto di vista».

 

Nota: per approfondire il tema delle tecnologie assistive e rimanere aggiornati sul dibattito nazionale e internazionale riguardante tale settore, segnaliamo la Rassegna Stampa gratuita mensile della Rete GLIC, la Rete Italiana dei Centri di Consulenza sugli Ausili Tecnologici per le Disabilità attiva dal 1997, di cui l’AIAS di Bologna è tra i fondatori. Essa è organizzata in una trentina di argomenti tra cui anche il rapporto tra tecnologie e Progetto di Vita. Si può richiedere gratuitamente dall’apposito form nel sito del GLIC e a questo link possono essere consultati anche gli arretrati.

 

* Evert-Jan Hoogerwerf è responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna. Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

 

Ultimo aggiornamento il 7 Maggio 2026 da Simona