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I fondi destinati agli istituti siano reindirizzati alle persone disabili affinché possano avere i sostegni di cui necessitano per vivere libere e felici

del Movimento Antiabilista

«Vogliamo che, per ogni persona disabile, la libertà di vita sia esigibile ora». È questa l’accorata invocazione lanciata dal Movimento Antiabilista in occasione del 5 Maggio, data in cui ricorre la Giornata Europea della Vita Indipendente, constatando come su questo fronte in Italia si registri una stagnazione. Il nostro Paese continua a finanziare gli istituti nonostante questi siano incompatibili con la vita indipendente, mentre mancano dati pubblici e accessibili sull’andamento della riforma della disabilità. «I fondi utilizzati per finanziare strutture segreganti siano redistribuiti alle persone disabili e ai territori affinché ogni persona possa avere i sostegni di cui necessita per vivere libera e felice», è la richiesta conclusiva.

Elaborazione dedicata alla Vita Indipendente delle persone con disabilità (immagine generata con l’intelligenza artificiale).

In occasione del 5 Maggio, data in cui ricorre la Giornata Europea della Vita Indipendente, il Movimento Antiabilista vuole portare all’attenzione di tutti la cronaca dall’Italia, segnalando che ad ora, su questo tema, è tutto fermo o sospeso, e che non è più sufficiente limitarsi a dichiarare di aderire all’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Vogliamo che, per ogni persona disabile, la libertà di vita sia esigibile ora.

Nel 2014, il Consiglio del Network Europeo per la Vita Indipendente (ENIL) ha indetto la Giornata Europea della Vita Indipendente che, come detto, si celebra ogni anno il 5 Maggio. In questa occasione, le persone disabili proclamano il proprio diritto a una vita indipendente, evidenziano le barriere all’esercizio di questo diritto ed esprimono solidarietà alle persone che vivono istituzionalizzate.

L’articolo 19 della Convenzione ONU riconosce che tutte le persone disabili hanno il diritto di vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone.

Gli Stati firmatari della Convenzione (tra cui l’Italia) sono tenuti a garantire, tra le altre cose, che:

  • le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione;
  • le persone con disabilità abbiano accesso ai supporti e all’assistenza personale necessaria per consentire loro di vivere nella società e impedire che siano vittime di segregazione.
  • le persone con disabilità abbiano i sostegni necessari affinché possano vivere in modo libero e partecipato nella società.

Tra i sostegni necessari rientrano l’assistente personale, l’educatore, l’accessibilità dei luoghi e degli spazi, l’adattamento dei contesti di partecipazione pubblica e sociale.

L’assistente personale, quindi, è una figura ben distinta da quella del caregiver familiare. Quest’ultimo è un familiare della persona disabile, che le fornisce assistenza nei tempi e nei modi che più si confanno alle proprie (del caregiver) esigenze. Al contrario, l’assistente personale è una figura assunta dalla persona disabile, che ha quindi la facoltà di decidere come, quando e dove farsi assistere.

I finanziamenti per l’assistenza personale devono essere forniti sulla base di criteri personalizzati e devono tenere conto delle norme sui diritti umani relativi ad un lavoro dignitoso. Il finanziamento deve essere modellato sulla persona con disabilità che lo gestisce direttamente, o con dei sostegni, allo scopo di pagare qualsiasi supporto di cui necessita.

La vita indipendente non è compatibile con gli istituti residenziali. Chi vive in un istituto residenziale, infatti, perde la libertà di scelta personale. Non è compatibile con le grandi residenze (ad esempio le RSA e le RSD [residenze sanitarie assistite e residenze sanitarie per disabili, N.d.R.]) con più di 100 ospiti. Ma neanche le case famiglia più piccole, quelle con 5-8 individui, possono essere definite soluzioni di vita indipendente. Infatti, vivere in istituto, a prescindere dal numero delle persone che vi sono ospitate, significa: condividere operatori e spazi con altre persone che non si sono scelte, non avere libertà di scelta in merito alla propria routine quotidiana ed essere segregati dal resto della società (come indicato dal Commento Generale n. 5 (2017) del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità). Significa, in sostanza, non avere potere decisionale sulla propria vita.

Le informazioni più recenti sulla Vita Indipendente e l’istituzionalizzazione risalgono al lontano 2019 (se ne legga a questo link), anno in cui sono stati interrotti i finanziamenti destinati al Network Accademico Europeo degli Esperti sulla Disabilità (ANED), nonostante l’articolo 33 della Convenzione ONU obblighi gli Stati firmatari a monitorare l’implementazione dei diritti delle persone disabili, incluso il diritto alla Vita Indipendente.

In Italia, i progressi conseguiti tra il 2009 e il 2012 nella deistituzionalizzazione delle persone disabili sono stati in gran parte annullati nel periodo fino al 2015. Da allora fino al 2019, ultimo anno di rilevazione, non si è registrata alcuna diminuzione del numero di persone che vivono in strutture residenziali (se ne legga a questo link).

Nel Report sulla Vita Indipendente in Italia, con riferimento al 2019, i professori Giampiero Griffo e Ciro Tarantino scrivono: «Alcuni atti recenti e standard regionali hanno previsto un significativo aumento del numero di posti letto nelle strutture residenziali, segnale di una fase di espansione della cultura dell’istituzionalizzazione, almeno in alcune aree del Paese».

Un esempio di questa tendenza è il Decreto Dirigenziale n. 3 del 3 gennaio 2019 della Regione Campania, che fissa la capacità massima delle residenze per adulti con disabilità (strutture socio-assistenziali, note come RSA) a 120 posti letto, suddivisi in nuclei fino a 20 posti.

Negli ultimi tre anni di cui abbiamo i dati, risalenti al 2019, si era registrato un aumento delle segnalazioni riguardanti casi di limitazione della libertà, maltrattamenti, abusi e violenze nei confronti delle persone con disabilità nelle strutture residenziali e semiresidenziali. Il numero dei casi e la loro distribuzione sul territorio nazionale lasciano intravedere l’esistenza di numerose situazioni di cattive pratiche.

È importante dire che ad oggi non esiste una ricerca scientifica-istituzionale sui temi vita indipendente e deistituzionalizzazione. Nonostante recenti atti normativi come la Legge Delega 227/2021 in materia di disabilità e uno dei suoi decreti attuativi, il Decreto Legislativo 62/2024, che disciplina il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, vadano nella direzione della piena applicazione dell’articolo 19 della Convenzione ONU, denunciamo la mancanza di dati pubblici e accessibili sull’andamento della sperimentazione, attualmente in corso, del menzionato Progetto di Vita, sugli esiti della stessa riforma della disabilità e sulla sua applicazione nei diversi territori.

Vogliamo che i fondi utilizzati per finanziare strutture segreganti siano redistribuiti alle persone disabili e ai territori affinché ogni persona possa avere i sostegni di cui necessita per vivere libera e felice.

 

Contatto del Movimento Antiabilista: movimentoantiabilista@gmail.com

 

Ultimo aggiornamento il 5 Maggio 2026 da Simona