di Mirella Madeo*
In un tempo in cui il tema della disabilità rischia spesso di essere raccontato in chiave retorica, una manifestazione come “L’amore si muove”, capace di coniugare arte, partecipazione e impegno sociale, propone invece una narrazione attiva, fondata sulla centralità delle persone e sul protagonismo delle persone coinvolte. Ne abbiamo parlato con l’ideatore, il professor Alberico Lombardi.

Dopo il successo nel febbraio scorso della sesta edizione di L’amore si muove, evento andato in scena al Galoppatoio reale di Portici (Napoli), capace di coniugare arte, partecipazione e impegno sociale, abbiamo incontrato il professor Alberico Lombardi, ideatore e anima della manifestazione.
Più che un evento spettacolare, tale progetto si configura come un laboratorio culturale permanente in cui musica, parola e corpo diventano strumenti di inclusione concreta. In un tempo in cui il tema della disabilità rischia spesso di essere raccontato in chiave retorica, L’amore si muove propone invece una narrazione attiva, fondata sulla centralità delle persone e sul protagonismo delle persone coinvolte.
Alberico Lombardi ha sempre nutrito una passione profonda per la musica, un amore che ha coltivato parallelamente al suo percorso da insegnante di sostegno e di diritto. Il suo primo contatto con il mondo dello spettacolo avviene attraverso la radio: diventa speaker in diverse emittenti locali, affinando così le sue doti comunicative. Ma è con il teatro che il suo talento vocale trova piena espressione. Negli anni ha dato vita a numerosi spettacoli, dimostrando una grande versatilità artistica: dagli omaggi a Lucio Dalla e Lucio Battisti fino a performance dedicate alla canzone napoletana e a tematiche sociali come la lotta contro la violenza sulle donne. Un percorso che intreccia arte e impegno civile e che trova oggi nella manifestazione L’amore si muove una sintesi particolarmente significativa.
Il lavoro educativo rappresenta infatti una dimensione centrale del suo percorso umano e professionale. Lombardi rivendica con forza il valore dell’insegnamento di sostegno, che considera uno dei punti più alti della missione della scuola. «Essere insegnante di sostegno – dice – non è un incarico qualsiasi: è uno dei punti più alti della missione educativa della scuola. Io credo profondamente in una scuola che non misura il valore delle persone dalle loro difficoltà, ma dalla loro possibilità di crescita. È lì che si misura davvero il valore di una comunità educativa: nella capacità di non lasciare indietro nessuno».
Una convinzione, questa, che si traduce anche in una riflessione più ampia sulla formazione dei docenti. «Chi sceglie il sostegno dovrebbe farlo con convinzione, preparazione e autentica vocazione educativa. Per questa ragione credo sarebbe utile introdurre criteri di accesso più selettivi e qualificanti, una sorta di “sbarramento” formativo e professionale, garantendo che a svolgere questo ruolo siano docenti realmente motivati e adeguatamente preparati. Non per escludere, ma per tutelare la qualità dell’inclusione».
Professore, L’amore si muove è arrivato alla sua sesta edizione mantenendo coerenza e intensità emotiva: qual è la visione culturale che guida il progetto fin dalla sua nascita?
«È un progetto nato da una ferita e da una speranza insieme. Dal bisogno di dare un senso a tutto quello che ogni giorno vedo negli occhi dei ragazzi, nelle loro fatiche e nella loro straordinaria capacità di amare senza difese. Non volevo creare un evento, volevo creare una casa. Un luogo dove nessuno dovesse chiedere il permesso di essere se stesso. La mia visione è questa: ricordare a tutti che la fragilità non è un limite, è una forma di verità che ci rende più umani. Ogni edizione è un atto necessario, quasi inevitabile».
Nel suo ruolo di ideatore e conduttore lei riesce a coniugare dimensione artistica e responsabilità educativa. Quanto è complesso tenere insieme questi due piani senza scivolare nella retorica dell’inclusione?
«È difficile, perché quando parli di inclusione rischi sempre di essere frainteso o semplificato. Io provo a restare fedele a ciò che vivo ogni giorno: a scuola relazioni vere, a volte faticose, sempre profonde. Sul palco non porto un messaggio costruito, porto la mia storia intrecciata con quella dei miei ragazzi. Se c’è emozione è perché è reale, non perché la cerchiamo. L’unico modo per evitare la retorica è esporsi davvero, mettersi in gioco senza protezioni».
I ragazzi coinvolti non sono mai semplici partecipanti, ma protagonisti attivi. Qual è il lavoro preparatorio che sta dietro questo risultato e quali trasformazioni osserva in loro nel corso del percorso?
«Il lavoro è fatto di tempo, presenza, ascolto. Ci sono giorni in cui si prova una canzone e giorni in cui si prova semplicemente a stare insieme. Vedo ragazzi che arrivano timidi, a volte chiusi, e piano piano trovano una voce, uno spazio, uno sguardo che non abbassa più gli occhi. La trasformazione più potente è quando capiscono che non devono dimostrare nulla per essere amati. E ogni volta mi accorgo che sono loro a trasformare me».
La presenza di ospiti come Loredana Errore, nota cantante, ha aggiunto una dimensione simbolica forte alla manifestazione. Quanto è importante, per lei, creare un dialogo tra artisti affermati e percorsi di fragilità?
«È fondamentale perché crea un incontro vero, senza gerarchie. Quando un’artista straordinaria come Loredana sale su quel palco accade qualcosa di profondamente umano: le storie si toccano, si riconoscono. Non è solo musica, è condivisione. In quei momenti si sente che nessuno è distante, che tutti siamo parte dello stesso racconto».
Guardando al futuro, quale evoluzione immagina per L’amore si muove?
«Non penso tanto a dove arrivare, penso a restare fedele al senso profondo di questo cammino. Se crescerà, come sta avvenendo anno dopo anno, sarà perché continuerà a essere autentico. Vorrei che L’amore si muove diventasse sempre di più un luogo di incontro, capace di accogliere nuove storie e nuove voci. Ma soprattutto sogno che continui a essere un luogo dove le persone possano sentirsi accolte, dove l’arte diventa occasione di incontro e di cambiamento».
* Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» ed è stato ripreso dalla testata «Superando», con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore. Il Centro Informare un’h lo riprende a propria volta da quest’ultima testata, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 20 Marzo 2026 da Simona