di Tetiana Bilokonska*
Dopo i primi due testi, continuiamo a dare spazio agli approfondimenti sul tema “Voci di donne adulte nello spettro autistico”, curati da Tetiana Bilokonska, ricordandone anche la necessaria e importante precisazione: «Anche se nella Classificazione Internazionale delle Malattie non si parla più di “sindrome di Asperger” come diagnosi separata, ma di disturbi dello spettro autistico, in questi testi capiterà di utilizzare consapevolmente questo termine per rendere subito chiaro di chi e di cosa stiamo parlando».

Il mascheramento diventa spesso una delle cause principali per cui le donne con sindrome di Asperger finiscono in relazioni abusive. Cercando infatti di adattarsi alle aspettative sociali e di “essere come tutti”, una donna perde gradualmente il contatto con se stessa. Smette di sentire dove finisce il suo vero “io” e dove iniziano i ruoli imposti. Questo porta a problemi con i confini personali: non sempre riesce a capire quale comportamento nei suoi confronti sia accettabile e quale sia già violenza. Queste donne possono sottovalutare il livello di aggressività o tollerare il disprezzo, perché pensano che “tutti si comportano così”. L’immaturità emotiva e le difficoltà nel riconoscere le emozioni (alessitimia) rendono ancora più difficile uscire da relazioni tossiche.
L’isolamento, che molte persone hanno vissuto già prima di entrare in una relazione, rende la situazione ancora più grave. Il partner aggressivo diventa per la donna l’unico modello di “relazione normale”. Spesso anche esperienze di violenza nell’infanzia “insegnano” a percepire la crudeltà come qualcosa di normale.
Margherita, 40 anni: «Sono cresciuta con un padre alcolista che picchiava spesso mia madre, arrivando persino a minacciarla con un coltello. Con me non era violento, ma la paura e il senso di ingiustizia li ricordo da sempre. La cosa più insopportabile era stare nascosta in un angolo e temere che mia madre non tornasse più. Per scherzo spruzzò dello spray urticante sul mio gatto, e quando avevo sette anni tentò il suicidio tagliandosi le vene. Sono stata io a trovarlo per prima, in una pozza di sangue sul balcone di casa. La mia prima relazione, a 15 anni, fu fatta di insulti, umiliazioni, disprezzo e derisione. Pensavo che tutti gli uomini fossero così e che quella fosse la vera storia d’amore. Solo in età adulta, grazie alla psicoterapia, ho capito che l’aggressività non è normale. Per tutta la vita ho sopportato ciò che non andava sopportato, solo per avere una famiglia, una relazione, una persona viva accanto a me. Nascondevo il disagio, la disperazione e la solitudine pur di non restare sola. Ma questa strada si è rivelata sbagliata e, purtroppo, molte donne Asperger hanno dovuto e devono ancora attraversare esperienze simili».
L’esperienza di Margherita non è un caso isolato. Purtroppo, diversi studi internazionali lo confermano chiaramente: le persone nello spettro autistico, e in particolare le donne, hanno un rischio significativamente più alto di subire diverse forme di violenza.
Nella revisione sistematica Prevalence of Victimisation in Autistic Individuals: A Systematic Review and Meta-Analysis è emerso che le persone autistiche presentano un rischio molto più elevato di vittimizzazione, compresi bullismo, violenza sessuale e abusi di vario tipo.
Nello studio Experiences of interpersonal victimization and abuse among autistic people, 24 adulti autistici hanno descritto le loro esperienze come vittime di violenza da parte del partner, di violenza sessuale o di violenza domestica. Alcuni aspetti erano simili a quelli delle vittime neurotipiche, ma altri risultavano specifici dell’autismo.
Nella meta-analisi Gender Differences in the Prevalence of Autistic Experiences of Interpersonal Violence è stato rilevato che le donne nello spettro subiscono violenza in modo significativamente più frequente rispetto agli uomini, inclusa violenza psicologica, sessuale e cyberbullismo.
Infine, un sondaggio online condotto in Francia (Almost 90% of autistic women report experiencing sexual violence…, ha mostrato una frequenza estremamente alta di violenza sessuale tra donne e persone non binarie autistiche, spesso ripetuta, iniziata in giovane età, e in molti casi non denunciata o senza accesso a un supporto adeguato.
Queste statistiche sono allarmanti: oltre al bullismo scolastico e alla discriminazione, molte donne subiscono violenza anche in famiglia e nelle relazioni intime. Ancora più tragico è il fatto che molte non riconoscono nemmeno la violenza come tale, a causa della loro neurodivergenza e della mancanza di supporto sistemico.
Gli studi specificamente dedicati alle donne con sindrome di Asperger sono drammaticamente pochi. Nella legislazione, la maggior parte delle norme riguarda in generale le “persone con disabilità”, senza considerare le specificità dell’autismo. Di conseguenza, polizia, servizi sociali e centri di supporto spesso non dispongono di strumenti adeguati per prevenire e intervenire, e una donna che non riesce a raccontare la violenza “come fanno tutti” resta inascoltata. Ciò che oggi conosciamo sono solo le storie di quelle poche che hanno trovato il coraggio di parlare.
Olena, 39 anni: «A 11 anni sono stata stuprata… Tornavo a casa da scuola e, passando davanti a un palazzo, qualcuno mi ha tappato la bocca da dietro e mi ha trascinata nell’androne. Era un uomo molto robusto e così forte che, mentre mi portava all’ultimo piano, non riuscivo a muovermi. Non ho urlato. Mi ha strappato le mutandine e me le ha infilate in bocca, mi ha stesa sul pavimento, non riuscivo a respirare. Mi ha violentata in modo innaturale, il dolore era insopportabile. A un certo punto ho smesso di muovermi, tutte le forze mi hanno abbandonata. Si è alzato urlando perché mi ero fatta addosso e l’avevo sporcato. Indossavo una maglietta bianca che ho dovuto togliere perché potesse pulirsi… Non ho detto nulla ai miei genitori: parlavo poco e avevo molta paura che mi rimproverassero per la biancheria sporca e per l’aspetto disordinato. Erano molto severi e dovevo sempre apparire “normale” e comportarmi “bene”. Solo molti anni dopo, durante una lunga psicoterapia, sono riuscita a raccontare quel giorno terribile. Eppure, per tutta la vita, ho pensato che non fosse successo nulla di così grave e che bisognasse semplicemente dimenticare».
Ma la violenza non è solo fisica. In molti casi il pericolo continua a livello sistemico, quando il comportamento della vittima viene interpretato in modo sbagliato, persino in tribunale.
Si parla del rischio documentato di una cattiva interpretazione dei segnali sociali durante l’interazione con la polizia e il sistema giudiziario. Questo problema non riguarda solo il mascheramento, ma un insieme di questioni interconnesse legate all’autismo, che non possiamo ignorare.
Le persone autistiche (incluse le donne) si trovano spesso di fronte a investigatori, procuratori o giurati che interpretano in modo errato il loro comportamento non verbale (assenza di contatto visivo, affettività piatta, silenzio, movimenti stereotipati), come segni di menzogna, colpevolezza od occultamento della verità. Questo può influire sugli interrogatori, sulle testimonianze e sulle sentenze. Non esistono molti casi pubblici dettagliati riguardanti donne con sindrome di Asperger in cui una condanna sia stata annullata esclusivamente per questo tipo di errore interpretativo, ma il meccanismo di rischio è ben documentato da studi empirici e analisi del sistema giudiziario.
Durante gli interrogatori di polizia, gli adulti autistici vengono più facilmente percepiti come non sinceri, faticano a gestire domande suggestive, si stancano rapidamente e possono acconsentire automaticamente pur di far terminare l’interrogatorio. Questo aumenta direttamente il rischio di false confessioni o di testimonianze incomplete e contraddittorie.
L’analisi di procedimenti giudiziari che coinvolgono imputati autistici ha mostrato fallimenti sistemici: in molti casi non era presente un Appropriate Adult (“persona di supporto”) durante gli interrogatori, e giudici o giurie interpretavano l’assenza di espressione emotiva e di contatto visivo come indizi di colpevolezza.
Gli studi sulla percezione dei testimoni e degli imputati autistici dimostrano che le giurie si basano fortemente su “codici” non verbali (sguardo, mimica, postura), che nel caso dell’autismo non sono indicatori affidabili di veridicità. Senza una spiegazione della diagnosi, questo riduce la credibilità delle testimonianze. Informare la giuria sull’autismo e fornire istruzioni corrette può aumentare la valutazione di attendibilità.
La ricerca e la letteratura sui diritti umani confermano quindi che il comportamento delle persone autistiche viene spesso interpretato in modo sistematicamente errato durante interrogatori e processi, con il rischio di false confessioni, sfiducia nelle testimonianze e, in definitiva, condanne ingiuste.
Per le donne con sindrome di Asperger questo rischio è ulteriormente amplificato dal mascheramento (che produce una combinazione “strana” di segnali) e dalle aspettative di genere (essere calorose, empatiche), la cui mancanza viene spesso letta come colpa.
Esemplare, per esempio, è il caso di Melissa Lucio (Stati Uniti), condannata ingiustamente alla pena di morte per la morte della figlia. Non è una persona autistica, ma questo processo è diventato simbolo del pericolo di interpretare una “modalità comportamentale passiva” e la mancanza di contatto visivo come segni di menzogna o di occultamento della verità. Questo è direttamente collegato a come caratteristiche simili nelle donne con sindrome di Asperger possano essere erroneamente lette come prove di colpevolezza.
Lo stesso vale per il caso di Robert Roberson (Stati Uniti), uomo nello spettro autistico, anch’egli condannato a morte perché le sue caratteristiche autistiche sono state interpretate come indicatori di colpa. Oppure il caso di Auriol Grey (Gran Bretagna), donna con autismo e paralisi cerebrale, condannata ingiustamente a causa dell’incapacità del sistema giudiziario di tenere conto della neurodivergenza della persona sospettata.
La questione di come prevenire situazioni simili e di come evitare accuse basate sulle modalità comunicative delle donne autistiche merita uno studio approfondito a sé. Tuttavia, già oggi è possibile indicare alcuni importanti strumenti di tutela, tra cui:
° la presenza obbligatoria di un Appropriate Adult, la già citata persona di supporto per soggetti neurodivergenti e di un avvocato durante gli interrogatori, nonché l’uso di protocolli di intervista adattati (domande brevi, assenza di pressione, pause regolari);
° la formazione di investigatori, giudici e giurie: assenza di contatto visivo, affettività piatta, ecolalie, pause nelle risposte non sono segnali di menzogna;
° la possibilità di modalità comunicative alternative (risposte scritte, tempi di pausa, supporti visivi) e l’attenzione alle condizioni sensoriali durante l’interrogatorio;
° la spiegazione in aula della diagnosi e delle manifestazioni di essa, poiché giurie informate valutano le testimonianze in modo molto più accurato;
° l’orientamento esclusivo alle prove, e non al comportamento “strano”, alla mimica o all’intonazione.
Il masking (“mascheramento”) non è solo un tentativo di “diventare normali”. È una strategia di sopravvivenza in un mondo che non vuole vedere la diversità. Ma ogni sopravvivenza costruita sulla negazione di sé ha un prezzo e per una donna autistica questo prezzo è spesso altissimo: dalla perdita della propria voce fino alla trappola della violenza, dove la sua “alterità” diventa un ulteriore strumento di controllo.
La maschera che un tempo sembrava una salvezza si trasforma quindi in una prigione. Non solo nasconde il dolore, ma lo rende invisibile al mondo. E quando una donna così chiede aiuto, la società spesso non ascolta lei, ma solo il silenzio abituale. Le sue parole appaiono strane, le sue emozioni “sbagliate”, la sua sofferenza esagerata. Persino in tribunale, dove dovrebbe regnare la giustizia, la sua mimica o il suo silenzio possono essere interpretati come “prove di colpa”.
Ma questa non è colpa sua. È la colpa di un sistema che non sa vedere chi è diverso, perché per decenni ha imparato a leggere una sola lingua: quella delle reazioni neurotipiche. Quando la società non comprende le donne autistiche, non nega solo la giustizia: nega il loro stesso diritto all’esistenza. Perché il masking non è una menzogna, ma è il tentativo quotidiano di meritarsi il diritto di far parte di un mondo che continuamente fa capire: tu qui sei di troppo.
E forse la vera guarigione non sta nell’insegnare alle donne autistiche a mascherarsi meglio, ma nel fatto che il mondo impari finalmente a guardare senza maschere. A non interpretare il silenzio come indifferenza, l’affettività piatta come freddezza, l’assenza di sguardo come colpa. A riconoscere che nella diversità dei modi di essere umani non esistono colpevoli. Solo allora la maschera smetterà di essere una trappola. E forse allora chi per anni si è nascosta dietro di essa potrà finalmente vivere, senza la paura che la propria autenticità venga trattata come un crimine.
* Scrittrice ucraina, autrice di approfondimenti su autismo e neurodiversità. I primi due contributi di questa stessa serie di approfondimenti, intitolata “Donne Asperger: come vivere sempre su un palcoscenico, senza mai poter togliere il costume”, sono disponibili a questo e a questo link. Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Vedi anche:
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.
Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.
Ultimo aggiornamento il 12 Marzo 2026 da Simona