di Gianfranco Vitale*
«Il tema centrale – scrive tra l’altro Gianfranco Vitale – è la dicotomia “Obbligo dello Stato vs Delega alla Famiglia”. Se non si scioglie questo nodo gordiano, in termini di garanzia che lo Stato assolva ai suoi doveri, assicurando la messa a disposizione di centri inclusivi di accoglienza e cura, di opportunità, di risorse umane e materiali a misura dei bisogni, la conseguenza inevitabile sarà una segregazione strisciante, destinata a peggiorare nel tempo, del careviger e della persona con disabilità».

Provo a mettere insieme alcune riflessioni a pochi giorni dalla manifestazione promossa per il 27 gennaio a Roma dal Gruppo CFU (Caregiver Familiari Uniti) [se ne legga già anche sul sito del Centro Informare un’h, N.d.R.].
È innanzitutto necessario comprendere la differenza tra l’assistenzialismo monetario proposto dallo Stato e il diritto soggettivo alla vita indipendente. Se non capiamo bene le coordinate che reggono questo schema, diventa impossibile garantire il passaggio da una visione del caregiver come “volontario obbligato” (per amore e necessità) a quella di un soggetto i cui diritti costituzionali, oggi calpestati, siano finalmente riconosciuti e applicati.
È semplicemente vergognosa l’idea di “appaltare” la tutela della salute e la cura dei Fragili (oneri che per legge competono allo Stato) alle famiglie, con il solo fine – che mi permetto di definire “non nobilissimo” – di risparmiare sulla pelle delle persone con disabilità e dei caregiver.
Parlo di uno Stato “assente e assenteista”, che non esita a ricorrere all’assurdità dei numeri e alla “matematica della disperazione”, pur di far passare il suo disegno. Come leggere diversamente l’ironia tragica delle 91 ore settimanali che altro non è che un calcolo burocratico per evitare di riconoscere il lavoro “h24”, che obbligherebbe lo Stato a inquadramenti ben più onerosi?
Usare l’ISEE (che include la casa di proprietà o i risparmi di una vita) per erogare un sussidio di sopravvivenza trasforma o no un diritto in una misura di contrasto alla povertà? Capiamo che siamo davanti a un clamoroso errore concettuale perché il bisogno di assistenza di una persona con disabilità grave non diminuisce certo se il genitore ha una casa?
Il paradosso dei 3.000 euro di ISEE esclude o no chiunque abbia un minimo di dignità lavorativa, condannando il caregiver alla marginalità economica assoluta per poter accedere a un’elemosina?
Fatte queste domande il tema centrale, a mio parere, è la dicotomia “Obbligo dello Stato vs Delega alla Famiglia”. Se non si scioglie questo nodo gordiano, in termini di garanzia che lo Stato assolva ai suoi doveri, assicurando la messa a disposizione di centri inclusivi di accoglienza e cura, di opportunità, di risorse umane e materiali a misura dei bisogni, la conseguenza inevitabile sarà una segregazione strisciante, destinata a peggiorare nel tempo, del careviger e della persona con disabilità.
Poiché questo mi sembra il punto politico più alto e pericoloso, dico, allora, che se il focus della mobilitazione del 27 gennaio è solo “chiedere più soldi”, si rischia di cadere nella trappola del Governo che riassumo con queste parole: lo Stato paga (poco) affinché la famiglia continui a gestire il “problema” in solitudine.
Il rischio è che il Governo conceda un piccolo aumento (magari da 400 a 600 euro) e alzi l’ISEE a 25.000 euro, facendolo passare come una “vittoria storica” del CFU che ha promosso la mobilitazione, quando questo, in realtà, sarebbe l’ennesimo successo dello Stato nel mantenere le persone con disabilità e i caregiver chiusi dentro le mura domestiche.
Si perde volutamente l’idea della salute come diritto. L’articolo 32 della Costituzione non dice che la salute è un affare di famiglia!
Mi sia permesso un piccolo esempio. Dopo il “limbo” dei 20 anni, un careviger, con un figlio autistico (ma per l’amor di Dio: si faccia qualunque altro esempio di disabilità) che ha completato il ciclo scolastico, senza servizi, progetti di inserimento lavorativo e percorsi di autonomia, diventa il “carceriere benevolo” di un giovane che avrebbe (ha) diritto a un’esistenza sociale. Fornire solo un assegno significa dire a quel giovane: «Resta in camera tua, lo Stato ti ha pagato il silenzio!».
Passo ad altro. Non è una questione secondaria colmare il buco nero di chi è il careviger. Una madre con un figlio disabile, sola, che non ha fonti di reddito se non il lavoro, è da considerare o no un careviger a tutti gli effetti? Quando la madre operaia o maestra, commessa o barista, rientra stravolta a casa per accudire il figlio con disabilità, come viene classificata?
Il Disegno di Legge sui caregiver familiari recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri sembra ignorare la conciliazione. Se lavori, non sei considerato caregiver “prioritario”, secondo certe logiche di sussidio, ma la tua responsabilità di cura non diminuisce di un grammo quando varchi la soglia di casa. È un’invisibilità che genera un burnout insostenibile. Ha chiaro il Gruppo CFU questo problema o pensa che la soluzione sia ignorarlo?
E ancora… Il CFU stesso, cui va il merito di avere riportato al centro del dibattito la questione dei caregiver, vive, come molti movimenti spontanei, la tensione tra l’entusiasmo della base e la necessità di interloquire con le Istituzioni. Il rischio di non avere una configurazione giuridica chiara è la frammentazione. Ognuno, a questo punto, potrebbe parlare a nome del comitato spontaneo… E il limite di un “Comitato Spontaneo”, in Italia, è che ha una soggettività limitata. Senza una struttura da Associazione di Promozione Sociale (APS) o un coordinamento nazionale formalizzato, non siede ai tavoli contrattuali permanenti. Ciò ha una ricaduta sul potere contrattuale: la politica può scegliere di ascoltare o ignorare il CFU a piacimento. Una forma giuridica solida (come una Federazione di Associazioni o una ONLUS con statuto rigido) permetterebbe di avere un portavoce unico (evitando che “chiunque parli per tutti”, nonché di promuovere azioni legali collettive (class action) contro lo Stato per l’inadempienza dei LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali).
La prossima mobilitazione del 27 gennaio sarà vitale perché “mostrerà i muscoli” a chi ritiene che tutti i familiari siano rassegnati al peggio. Rappresenterà un segno di speranza, un indizio di opposizione sociale di cui questo Paese ha, a mio parere, disperato bisogno. Vorrei, però, essere certo, al di là degli scontati trionfalismi di area governativa (e non solo) che tutti comprendano che non bisogna confondere la battaglia per le briciole con la battaglia per il pane. Deve essere trovato uno spazio all’interno del movimento per il cambio di paradigma (dai soldi ai servizi/diritti). Il rischio che vedo è che la disperazione economica delle famiglie sia tale da spingere a preferire l’uovo oggi! Per l’idea che ho io del Governo, penso che quest’ultimo sarebbe ben felice di ricevere questo regalo, pur sapendo che è il frutto di un ricatto.
* Contatto dell’Autore: vitale.grf@gmail.com. Il presente testo è già stato pubblicato sulla testata «Superando», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 23 Gennaio 2026 da Simona